Martedì 27 ottobre 2026
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Clima: perché economisti e ambientalisti non si capiscono

AMERICHE - USA
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Un confronto tra due modi opposti di guardare alla politica climatica. Come riporta The Argument in un intervento firmato dall'economista Noah Kaufman, Senior Research Scholar presso il Columbia University Center on Global Energy Policy, da anni gli economisti che si occupano di clima sono abituati a essere ignorati, sia dalla destra politica, che tende a sottovalutare i benefici dell'azione climatica, sia dalla sinistra, che spesso ne sottovaluta i costi.

 

Secondo Kaufman, però, parte della responsabilità va cercata anche all'interno della stessa comunità scientifica ed economica: il problema di fondo è che economisti e sostenitori delle politiche climatiche parlano, di fatto, due linguaggi diversi. Le analisi economiche tradizionali si concentrano sul trovare la strategia più economica per ridurre la prossima tonnellata di emissioni. Gli ambientalisti, invece, puntano a qualcosa di diverso: trasformazioni strutturali dell'intero sistema energetico, capaci di portare il Paese (o meglio ancora il mondo) su un percorso radicalmente diverso, in cui le emissioni nette di gas serra si avvicinino a zero nel corso dei prossimi decenni.

 

Questa distanza, spiega l'autore, nasce dalla fisica stessa del cambiamento climatico. L'anidride carbonica è un inquinante "cumulativo": una parte consistente di quella emessa resta nell'atmosfera, continuando a contribuire al riscaldamento globale per secoli. Ciò che conta, alla fine, non è la quantità emessa oggi, ma il totale che si accumula nel tempo. Da qui la differenza di obiettivo: non si tratta di ridurre un po' le emissioni attuali, ma di tagliarle drasticamente nel futuro. E questa differenza avrebbe poca importanza se ridurre molto le emissioni fosse semplicemente come ridurle poco, ripetuto molte volte. Ma di solito non è così.

 

L'articolo ricorda che circa due terzi della decarbonizzazione del settore elettrico statunitense, registrata tra il 2005 e il 2019, derivò dalla sostituzione del carbone con il gas naturale: una strategia relativamente economica, ma con un limite intrinseco, perché il gas resta comunque una fonte fossile. Tagli di emissioni più profondi richiedono invece investimenti anticipati in tecnologie pulite come il solare e le batterie, che nel breve periodo possono risultare più costose rispetto alle soluzioni incrementali, ma che sono necessarie per un cambiamento strutturale del sistema energetico.

 

Kaufman critica inoltre l'uso diffuso del cosiddetto "costo sociale del carbonio", la misura in dollari con cui si stima il danno economico provocato da ogni tonnellata aggiuntiva di CO2 immessa in atmosfera, e che viene comunemente utilizzata per valutare i benefici delle politiche climatiche. Secondo l'autore questo indicatore è inaffidabile, perché i modelli economici su cui si basa non riescono a catturare tutti i danni legati al cambiamento climatico e si appoggiano su dati storici poco adatti a prevedere scenari climatici senza precedenti nella storia.

 

A sostegno della sua tesi, l'articolo cita l'esempio del mercato dei veicoli in Canada. Uno studio del 2022 ha mostrato che la strategia più economica per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni nel settore automobilistico canadese era rappresentata da uno standard sui veicoli a zero emissioni, che impone gradualmente quote crescenti di vendite di auto elettriche. Questo nonostante i costi di tale politica fossero stimati in centinaia di dollari per tonnellata di CO2 risparmiata, una cifra ben superiore a quella associata al prezzo del carbonio. Confrontare direttamente i due costi sarebbe però fuorviante, perché il prezzo del carbonio non avrebbe comunque prodotto la stessa trasformazione del parco veicoli. Vale la pena ricordare che il Canada ha eliminato il prezzo del carbonio sulle emissioni veicolari dal 1 aprile scorso.

 

L'articolo cita anche due provvedimenti dell'amministrazione Biden, l'Inflation Reduction Act e l'Infrastructure Investment and Jobs Act, concepiti proprio per tenere insieme le due logiche: tagli immediati alle emissioni e, allo stesso tempo, trasformazioni di lungo periodo del sistema energetico. Un impianto che si contrappone a quanto avvenuto più di recente, quando l'amministrazione Trump ha smantellato gran parte della politica climatica federale statunitense.

 

La conclusione di Kaufman è che, se valutare costi e benefici delle misure climatiche resta essenziale per una politica efficace, le stime economiche vengono spesso usate in modo fuorviante: confrontare i costi a breve termine di politiche trasformative con quelli di misure più incrementali, come un prezzo del carbonio, o con il costo sociale del carbonio, rischia di produrre conclusioni ingannevoli, perché nella maggior parte dei casi non si tratta di paragoni realmente significativi.

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