Farmaco italiano contro il tumore al fegato: sopravvivenza aumenta del 44%
Per la prima volta un farmaco si dimostra efficace contro il tumore del fegato: grazie al sorafenib, una molecola i cui effetti benefici erano già stati sperimentati nel trattamento del tumore del rene, la sopravvivenza globale nei pazienti con carcinoma epatico avanzato è aumentata del 44%.
Lo ha rilevato dopo circa altri 80 studi clinici prodotti senza esito nel corso degli ultimi 20 anni una ricerca internazionale condotta su oltre 600 soggetti in 21 paesi i cui risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. Allo studio hanno preso attivamente parte anche alcuni centri di cura italiani, a partire dall'Istituto Nazionale dei Tumori, il maggior polo chirurgico dell'intera analisi.
Il sorafenib appartiene alla classe di farmaci denominata degli "inibitori multi-chinasici", ovvero farmaci "intelligenti", perch, "mirati" contro un preciso bersaglio molecolare della cellula tumorale che provoca un suo rallentamento di crescita e una riduzione dell'apporto nutritivo di sangue. Lo studio ha coinvolto 602 pazienti reclutati in tutto il mondo, il 20% dei quali provenienti dall'Italia. Nei soggetti con tumore epatico avanzato (ovvero senza piú possibilità di procedere a trattamenti alternativi quali l'ablazione, la resezione chirurgica o il trapianto) che hanno ricevuto il sorafenib, la sopravvivenza globale è cresciuta del 44% rispetto a coloro a cui non era stato somministrato altro che un placebo.
A livello globale ogni anno si registrano circa 500.000 nuovi casi di epatocarcinoma, quinta causa di morte per tumore. 12.000 i nuovi malati rilevati annualmente nel nostro Paese, dove quasi sempre questo tipo di tumore è una temibile evoluzione della cirrosi, in piú della metà dei casi conseguenza di una epatite virale (B o C) e nel 25-30% di un abuso o dell'abitudine alcolica protratta.
"Si tratta di una nuova frontiera nel trattamento del tumore del fegato che sino a oggi non aveva alcun farmaco attivo da poter proporre ai pazienti, in aggiunta alle cure convenzionali sviluppate negli ultimi decenni", ha sottolineato il dottor Vincenzo Mazzaferro, direttore dell'Unità di Chirurgia dell'Apparato Digerente e Trapianto Fegato dell'Istituto Tumori di Milano. "I risultati positivi di questo studio sono destinati a cambiare la pratica clinica di tutti i medici che avranno a che fare con questo tipo di tumore negli anni a venire. Si tratta di centinaia di migliaia di malati, molto comuni in Asia e in Africa ma in rapido incremento di incidenza anche in Europa e nel mondo occidentale, a causa della cirrosi epatica, prevalentemente correlata all'infezione da virus dell'epatite e all'abuso di alcool".
Lo ha rilevato dopo circa altri 80 studi clinici prodotti senza esito nel corso degli ultimi 20 anni una ricerca internazionale condotta su oltre 600 soggetti in 21 paesi i cui risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. Allo studio hanno preso attivamente parte anche alcuni centri di cura italiani, a partire dall'Istituto Nazionale dei Tumori, il maggior polo chirurgico dell'intera analisi.
Il sorafenib appartiene alla classe di farmaci denominata degli "inibitori multi-chinasici", ovvero farmaci "intelligenti", perch, "mirati" contro un preciso bersaglio molecolare della cellula tumorale che provoca un suo rallentamento di crescita e una riduzione dell'apporto nutritivo di sangue. Lo studio ha coinvolto 602 pazienti reclutati in tutto il mondo, il 20% dei quali provenienti dall'Italia. Nei soggetti con tumore epatico avanzato (ovvero senza piú possibilità di procedere a trattamenti alternativi quali l'ablazione, la resezione chirurgica o il trapianto) che hanno ricevuto il sorafenib, la sopravvivenza globale è cresciuta del 44% rispetto a coloro a cui non era stato somministrato altro che un placebo.
A livello globale ogni anno si registrano circa 500.000 nuovi casi di epatocarcinoma, quinta causa di morte per tumore. 12.000 i nuovi malati rilevati annualmente nel nostro Paese, dove quasi sempre questo tipo di tumore è una temibile evoluzione della cirrosi, in piú della metà dei casi conseguenza di una epatite virale (B o C) e nel 25-30% di un abuso o dell'abitudine alcolica protratta.
"Si tratta di una nuova frontiera nel trattamento del tumore del fegato che sino a oggi non aveva alcun farmaco attivo da poter proporre ai pazienti, in aggiunta alle cure convenzionali sviluppate negli ultimi decenni", ha sottolineato il dottor Vincenzo Mazzaferro, direttore dell'Unità di Chirurgia dell'Apparato Digerente e Trapianto Fegato dell'Istituto Tumori di Milano. "I risultati positivi di questo studio sono destinati a cambiare la pratica clinica di tutti i medici che avranno a che fare con questo tipo di tumore negli anni a venire. Si tratta di centinaia di migliaia di malati, molto comuni in Asia e in Africa ma in rapido incremento di incidenza anche in Europa e nel mondo occidentale, a causa della cirrosi epatica, prevalentemente correlata all'infezione da virus dell'epatite e all'abuso di alcool".
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