Nuova campagna contro le pellicce
In inverno è piacevole indossare un cappuccio, un collo o qualunque accessorio di pelo morbido, ma molti di questi prodotti arrivano dalla Cina come merce di poco prezzo, ottenuti con metodi brutali. Negozi d'abbigliamento, boutique e case di moda che vi rinuncino possono ora farlo sapere attraverso il nuovo marchio Fur Free Fox di Fur Free Alliance, di cui è membro anche l'associazione svizzera per la Protezione degli animali (PSA) che ha presentato l'iniziativa.
Per comunicare ai clienti la loro rinuncia, i negozi esibiranno un logo rotondo con un volpacchiotto addormentato e la scritta "Qui non si vendono pellicce di animali" oppure un manifesto con un'indossatrice nuda, intitolato "Meglio nudi che in pelliccia", accompagnato dal logo della volpe.
Perché PSA ripropone una campagna anti pellicce? Perché dopo qualche anno di crisi, il mercato ne è di nuovo invaso, e perché oggi spopolano i prodotti a prezzi stracciati provenienti dalla Cina dove, per procurarsi la materia prima, non si va per il sottile e s'infliggono veri supplizi agli animali, soprattutto a cani e gatti. Si parla di 30 milioni di animali all'anno.
Ma non è solo la Cina a essere sotto accusa. Secondo PSA, anche negli allevamenti scandinavi, pressati dalla concorrenza asiatica, le condizioni degli animali sono peggiorate.
Malgrado tutto, qualche progresso c'è stato, precisa il presidente, Heinz Lienhard. In questi anni diversi stilisti e varie case di moda hanno rinunciato alle pellicce vere; inoltre, sia il Parlamento svizzero sia l'Ue hanno messo al bando importazione e commercio di pelo di cane e di gatto.
Infine, Lienhard spiega che non si deve buttare la croce su tutte le pelli e su tutte le pellicce. Ciò che resta dell'animale dopo la macellazione a scopo alimentare, può essere utilizzato senza problemi. E fa l'esempio dei cappotti di pelle d'agnello o dei giubbotti di pelle di maiale.
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