Privacy digitale: il 91% degli italiani si dice attento, ma solo il 18% sa dove vanno i propri dati
Dire di tenere alla propria privacy è una cosa. Sapere concretamente cosa accade ai propri dati personali una volta ceduti è tutt'altra. È questa la contraddizione al centro di una ricerca della Fondazione GRINS — il progetto di ricerca finanziato dal PNRR che riunisce università e centri di ricerca italiani — i cui risultati sono stati riportati da la Repubblica.
Secondo lo studio, il 91% degli italiani si dichiara attento alla protezione dei propri dati personali. Una percentuale altissima, che potrebbe far pensare a una popolazione digitalmente consapevole e vigile. Ma i dati concreti raccontano una storia diversa: soltanto il 18% sa effettivamente dove finiscono le proprie informazioni una volta che queste vengono cedute ad aziende o piattaforme digitali.
Ne emerge un divario netto tra percezione e realtà. Gli italiani mostrano una diffusa consapevolezza teorica del problema — sanno che la privacy esiste, che va tutelata, che i dati personali hanno valore — ma restano largamente all'oscuro dei meccanismi pratici con cui quei dati vengono raccolti, utilizzati, condivisi e monetizzati da terzi.
È quello che in letteratura viene spesso definito il "privacy paradox": l'atteggiamento dichiarato non corrisponde ai comportamenti concreti. Si dice di voler proteggere i propri dati, ma si accettano termini e condizioni senza leggerli, si autorizzano applicazioni senza verificare i permessi richiesti, si utilizzano servizi gratuiti senza chiedersi quale sia il prezzo reale.
Un problema che non riguarda solo la sfera individuale. La scarsa conoscenza dei meccanismi di trattamento dei dati rende i cittadini meno capaci di esercitare i diritti che il GDPR — il Regolamento europeo sulla protezione dei dati — già garantisce loro: il diritto di accesso, di rettifica, di cancellazione, di portabilità. Diritti che esistono sulla carta, ma che pochi sanno come far valere.