Martedì 9 giugno 2026
Menu

Ue. L'Italia fanalino di coda della ricerca europea

U.E.
Notizia ·
Un'Europa della ricerca forte al Nord, scarsa al Centro e debole al Sud, con un distacco fra i due estremi sempre piu' rilevante. Cosi' ha radiografato la situazione Philippe Busquin, commissario per la ricerca dell'Unione presentando il terzo rapporto europeo sugli indicatori per la scienza e la tecnologia. "E l'Italia deve impegnarsi di piu' nel raggiungere gli obiettivi stabiliti perche' oggi rappresenta uno degli anelli piu' deboli del Continente", ha aggiunto. Un numero materializza la forbice Nord-Sud: in Finlandia sono attivi 9,61 ricercatori ogni mille lavoratori, in Italia solo 2,78. Anche la Francia e' nel mirino di Bruxelles dopo la decisione del governo Raffarin di ridurre dell'1,3 per cento i fondi pubblici della ricerca.
Sotto inchiesta in Europa comincia a esserci pure l'insegnamento della scienza nelle scuole, giudicato inadeguato. Christian Bre'chot, direttore dell'Istituto nazionale della sanita' e della ricerca medica (Iserm) di Parigi, avverte che se "non si reagira' rapidamente, la Francia diventera' una nazione scientifica di secondo rango". E il ministro della Ricerca, l'ex astronauta Claudie Haignere', non esita a parlare di un "declino incontestabile". Dopo il taglio, i francesi investono l'1,9 per cento del prodotto nazionale lordo; una percentuale di fatto doppia della nostra (1,07). Al di la' delle cifre dei vari Paesi, il vero problema dell'Unione e' legato al "metodo e alle scelte", fa notare il commissario Busquin, e deve essere risolto se l'Europa vuole stare al passo degli Stati Uniti e del Giappone (che continua a investire in ricerca nonostante la crisi: nel 2003 e' arrivato al 3,18 per cento del prodotto interno lordo) o addirittura diventare un Continente-guida come il governo dell'Unione ha ipotizzato un paio d'anni fa a Barcellona.
Ma perche' "i sogni di oggi diventino la realta' del domani" bisogna imboccare una strada diversa. Ora il modello della ricerca anglosassone, effettuata soprattutto nelle universita' finanziate su contratto dalle agenzie nazionali con la maggioranza dei ricercatori a contratto, sembra dare i migliori risultati. La maggior parte dei Paesi europei, invece, come la Francia, con i grandi apparati di ricerca (il Cnrs francese ha 25 mila addetti e assorbe un quarto del bilancio nazionale della ricerca) risulta poco flessibile. L'inevitabile conseguenza e' che gli Stati Uniti sono sempre piu' un polo d'attrazione soprattutto per i giovani alimentando quella fuga dei cervelli che non e' piu' soltanto un caso italiano. A tal punto che per la prima volta l'Unione ha stanziato dei fondi per arginare il "brain drain": ogni anno se ne vanno complessivamente 85 mila cervelli, il 70 per cento dei quali non torna piu' indietro.
Secondo l'ambasciata francese a Washington, nel Duemila erano circa duemila i ricercatori connazionali presenti negli States (gli italiani sarebbero circa 1500). "Nella scienza bisogna essere pronti a prendere dei rischi ed evitare di pretendere un ritorno rapido sugli investimenti", dice Pierre Papon, ex direttore del Cnrs. E ricorda come dalle risorse dedicate negli Usa, a partire dagli anni '50, alla fisica dei solidi, siano derivati piu' tardi i transistor, i laser e anche le nanotecnologie di oggi. "La mancanza di coraggio -sottolinea Papon- e' il limite dell'Europa". Alla base di ogni nuova strategia vi e' tuttavia il bisogno, riconosciuto da tutti, di riformare l'insegnamento scientifico nella scuola. Per due scopi: avvicinare di piu' al mondo della scienza trasformandolo in una futura possibilita' di lavoro. Dovunque bisogna invece fronteggiare il calo continuo delle iscrizioni alle facolta' scientifiche. Nel 1996 nelle universita' d'Oltralpe gli iscritti erano 133 mila, mentre nel 2002 sono scesi a 98 mila.
ADUC è indipendente
Nessun finanziamento pubblico né pubblicità. Solo le donazioni ci rendono liberi.
Sostienici →