Vescovi italiani: introdurre cittadinanza per "jus soli"
Sia cittadino italiano chi nasce in Italia. I vescovi richiamano l'attenzione sulla necessita' di modificare la legge sulla cittadinanza, per 'favorire una vera integrazione degli immigrati e soprattutto dei giovani immigrati'.
Cittadinanza anche per 'jus soli' e non solo per 'jus sanguinis', ridurre da dieci a cinque anni di permanenza in Italia il tempo necessario per poter fare richiesta di cittadinanza e riconoscimento della doppia cittadinanza, cioe' diritto a conservare anche quella del Paese di origine sono dunque per la fondazione Fondazione della Cei Migrantes i provvedimenti necessari per praticare accoglienza e integrazione verso gli stranieri. Gli auspici dei vescovi italiani sono stati illustrati da monsignor Domenico Sigalini, segretario di Migrantes, e da mons. Gianromano Gnesotto, responsabile della pastorale dei migranti per la fondazione della Cei, durante la presentazione alla Radio Vaticana della Giornata nazionale delle migrazioni, che la chiesa italiana celebrera' domenica prossima.
Da terra di emigrati l'Italia e' ormai diventata terra di immigrazione e con 3 milioni e 690 mila cittadini stranieri sul suo territorio e' in Europa il maggior Paese di immigrazione, con la Spagna e subito dopo la Germania.
'Occorre -ha affermato mons. Sigalini- che nella concessione della cittadinanza si aggiunga allo 'jus sanguinis' lo 'jus soli', cioe' che chi nasce in Italia alla maggiore eta' resti italiano' visto che se un 'ragazzo ha vissuto tutta la vita in Italia, qui e' andato a scuola e qui si e' formato' 'si deve sentire parte di un territorio, altrimenti si finisce nella disaffezione e nel rifiuto'. 'Chiediamo -ha detto mons.
Gnesotto- che continui per questo l'iter legislativo cominciato il 7 febbraio 2007 in Commissione affari costituzionali della Camera e che si svolga in maniera positiva'. Gnesotto ha anche ricordato che in Europa soltanto l'Italia e la Spagna richiedono ancora dieci anni di permanenza nel Paese per poter fare domanda di cittadinanza e ha auspicato che si ritorni alla legge del 1912 che ne richiedeva soltanto cinque.
Mons. Piergiorgio Saviola, direttore generale di Migrantes, considerando la situazione dei 665.000 immigrati minorenni in Italia, li ha indicati come una 'risorsa' 'sul piano demografico'; 'sul piano economico-lavorativo'; 'sul piano dell'integrazione' visto che 'e' piu' agile, spontaneo e quotidiano il rapporto tra italiani e stranieri sui banchi di scuola, nel campo sportivo, ...'; 'per il dialogo tra culture diverse'. Ma l'essere risorsa 'non scatta automaticamente, al limite potrebbe esplodere o dilagare con forza devastante. Di qui - ha commentato Saviola - la responsabilita' della societa', anche ecclesiale, verso la quale questi giovani fanno appello'.
Segnali positivi in questo senso dalla Caritas di Roma. Il direttore mons. Guerino Di Tora ha presentato l'anticipazione della 'Indagine conoscitiva sulle abitudini pastorali degli immigrati nelle parrocchie della diocesi di Roma', basata su in 142 parrocchie della Capitale (il 43% del totale). Dalla ricerca emerge che a partire da quella filippina, che e' storicamente la comunita' piu' antica e numerosa, fino a quella romena, la piu' recente come insediamento ma e al secondo posto per consistenza, gli immigrati a Roma sono integrati nella vita delle parrocchie, come catechisti, cantori.
Cittadinanza anche per 'jus soli' e non solo per 'jus sanguinis', ridurre da dieci a cinque anni di permanenza in Italia il tempo necessario per poter fare richiesta di cittadinanza e riconoscimento della doppia cittadinanza, cioe' diritto a conservare anche quella del Paese di origine sono dunque per la fondazione Fondazione della Cei Migrantes i provvedimenti necessari per praticare accoglienza e integrazione verso gli stranieri. Gli auspici dei vescovi italiani sono stati illustrati da monsignor Domenico Sigalini, segretario di Migrantes, e da mons. Gianromano Gnesotto, responsabile della pastorale dei migranti per la fondazione della Cei, durante la presentazione alla Radio Vaticana della Giornata nazionale delle migrazioni, che la chiesa italiana celebrera' domenica prossima.
Da terra di emigrati l'Italia e' ormai diventata terra di immigrazione e con 3 milioni e 690 mila cittadini stranieri sul suo territorio e' in Europa il maggior Paese di immigrazione, con la Spagna e subito dopo la Germania.
'Occorre -ha affermato mons. Sigalini- che nella concessione della cittadinanza si aggiunga allo 'jus sanguinis' lo 'jus soli', cioe' che chi nasce in Italia alla maggiore eta' resti italiano' visto che se un 'ragazzo ha vissuto tutta la vita in Italia, qui e' andato a scuola e qui si e' formato' 'si deve sentire parte di un territorio, altrimenti si finisce nella disaffezione e nel rifiuto'. 'Chiediamo -ha detto mons.
Gnesotto- che continui per questo l'iter legislativo cominciato il 7 febbraio 2007 in Commissione affari costituzionali della Camera e che si svolga in maniera positiva'. Gnesotto ha anche ricordato che in Europa soltanto l'Italia e la Spagna richiedono ancora dieci anni di permanenza nel Paese per poter fare domanda di cittadinanza e ha auspicato che si ritorni alla legge del 1912 che ne richiedeva soltanto cinque.
Mons. Piergiorgio Saviola, direttore generale di Migrantes, considerando la situazione dei 665.000 immigrati minorenni in Italia, li ha indicati come una 'risorsa' 'sul piano demografico'; 'sul piano economico-lavorativo'; 'sul piano dell'integrazione' visto che 'e' piu' agile, spontaneo e quotidiano il rapporto tra italiani e stranieri sui banchi di scuola, nel campo sportivo, ...'; 'per il dialogo tra culture diverse'. Ma l'essere risorsa 'non scatta automaticamente, al limite potrebbe esplodere o dilagare con forza devastante. Di qui - ha commentato Saviola - la responsabilita' della societa', anche ecclesiale, verso la quale questi giovani fanno appello'.
Segnali positivi in questo senso dalla Caritas di Roma. Il direttore mons. Guerino Di Tora ha presentato l'anticipazione della 'Indagine conoscitiva sulle abitudini pastorali degli immigrati nelle parrocchie della diocesi di Roma', basata su in 142 parrocchie della Capitale (il 43% del totale). Dalla ricerca emerge che a partire da quella filippina, che e' storicamente la comunita' piu' antica e numerosa, fino a quella romena, la piu' recente come insediamento ma e al secondo posto per consistenza, gli immigrati a Roma sono integrati nella vita delle parrocchie, come catechisti, cantori.
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