Assuefatti ad una Firenze senza regole
Per i cubi neri e affini è necessario il piccolo sforzo di alzare gli occhi. Per rendersi conto invece dell’invasione delle «tipiche» pelletterie che di fiorentino hanno solo l’indirizzo è sufficiente guardare dove si mettono i piedi. Il problema è che, ieri due, oggi tre e domani almeno quattro, la loro espansione progressiva ci ha neanche troppo lentamente abituati. Come succede per certe sostanze tossiche. Ma adesso, da quando in alcune zone del centro di Firenze la loro densità è superiore a quella dei campanelli degli appartamenti per affitto turistico, è difficile non rendersi conto di come abbiano modificato profondamente il panorama urbano e sociale. I servizi di Giulio Gori e Silvia Ognibene, pubblicati su queste pagine domenica, hanno messo a fuoco la complessità delle crisi non governate di cui le presunte botteghe sono figlie: la corsa alla rendita verso il massimo profitto, che ha cacciato residenza ed esercizi storici o di vicinato; la torsione del tessuto commerciale, che non solo si adatta ma addirittura incentiva il turboturismo con giro della città in tempi da record, compreso acquisto schiacciata-calamita con il David-portachiavi in presunta pelle col Giglio; e infine, duole dirlo, lo spazio lasciato dall’artigianato tradizionale che in troppi casi ha scelto o dovuto indirizzare la propria capacità produttiva quasi interamente verso la committenza dei grandi marchi, oggi non in buonissime acque. E come tutti gli spazi vuoti è stato riempito.Una tempesta perfetta che non ha fatto altro che aprire nuovi e vasti varchi a quel lavoro povero che non è solo appannaggio del mangificio del quale le cosiddette «pelletterie» sono l’altra faccia della stessa moneta. Un processo complesso di fronte al quale il Comune ha spesso lamentato la carenza di efficaci strumenti di contrasto. Tuttavia, se di fronte ai cubi neri il labirinto delle responsabilità urbanistiche può apparire (apparire) inestricabile, nel caso dei negozietti di borse e portafogli finti «made in», la strada, volendo percorrerla, è molto più diretta. I reportage del Corriere Fiorentino la indicano con chiarezza: la maggior parte dei prodotti in vendita non risponde alle tante e diverse norme a tutela dei consumatori. E non potrebbe del resto essere altrimenti. A meno di dichiarare origini inconfessabili e distanti dal florentine-sound indotto dai cartelli che li pubblicizzano. Serve altro per attivare un sistema di controlli che, almeno, abbia lo scopo di deterrenza alla loro proliferazione? Certo, si tratta di toccare interessi importanti visto che i fornitori sono sempre gli stessi, colossi sommersi, amici per la pelle (ma non della pelle) delle decine di rivendite. Ma in ballo non c’è solo quello che con un termine discutibile si chiama decoro, bensì legalità e, magari, le condizioni per rendere possibile il ritorno di quell’artigianato originale di cui spesso si parla. Sapendo, senza riuscire a confessarlo, di evocare ormai qualcosa di simile a un fantasma.
(Pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 16/12/2025)
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