Bolivia, la violenza dei narcotrafficanti brasiliani dilaga al confine

Un porto fluviale nel cuore dell'Amazzonia è diventato l'ultimo fronte del narcotraffico latinoamericano. Come racconta l'agenzia France24, che riprende un servizio dell'AFP, le organizzazioni criminali brasiliane hanno iniziato a varcare il confine con la Bolivia per contendersi il controllo delle rotte della cocaina, portando la violenza in un paese che finora era rimasto ai margini delle guerre tra cartelli.
Il fiume Mamoré, uno dei principali affluenti dell'Amazzonia, segna il confine naturale tra Bolivia e Brasile. Da un lato la Bolivia, terzo produttore mondiale di cocaina; dall'altro il Brasile, punto di transito chiave per le spedizioni di droga destinate all'Europa. Sulle sue rive si trova Guayaramerín, cittadina boliviana di circa 40.000 abitanti, con strade di terra rossa che stridono con il verde della foresta circostante e che vive soprattutto del commercio con la vicina città brasiliana di Guajará-Mirim. Ogni giorno decine di viaggiatori scendono dalle imbarcazioni che attraversano il fiume e passano davanti all'ufficio immigrazione del porto senza che nessuno controlli i documenti. "Nessuno controlla mai", ha raccontato all'AFP Donald Somoza, un muratore in pensione di 75 anni, seduto in un parco vicino al porto. Di giorno, sotto il caldo intenso, Guayaramerín appare tranquilla, ma i residenti denunciano di vivere nella paura.
La città, come altre località lungo i 3.423 chilometri di confine tra Bolivia e Brasile, è stata infiltrata dalle due organizzazioni criminali più potenti del Brasile: il Primeiro Comando da Capital (PCC) e il Comando Vermelho (CV), entrambi inseriti dagli Stati Uniti nella lista delle organizzazioni terroristiche. Negli ultimi tempi una decina di omicidi sul territorio boliviano sono stati collegati alla rivalità tra i due gruppi. La strage di un'intera famiglia, il ritrovamento di corpi decapitati e l'uccisione di un agente di polizia hanno scosso un paese che era finora rimasto largamente estraneo alla violenza mafiosa.
Lo stesso Somoza ha raccontato di aver assistito in prima persona all'omicidio di un cittadino brasiliano nella piazza principale di Guayaramerín, colpito da più di 80 proiettili in quello che sembrava un regolamento di conti tra narcotrafficanti brasiliani.
Joaquin Chacin, investigatore specializzato in crimine organizzato, ha definito questo un fenomeno "piuttosto nuovo" per la Bolivia, descritta fino a pochi anni fa come un paese "molto sicuro". In passato, lo Stato boliviano tollerava in una certa misura il narcotraffico proprio per scongiurare l'esplosione di violenza, mantenendo una sorta di equilibrio informale, una "pace mafiosa" che oggi appare sempre più a rischio con l'arrivo delle bande brasiliane in cerca di nuovi corridoi per la cocaina.
I dati ufficiali confermano la portata del fenomeno: tra gennaio e settembre 2025 in Bolivia sono stati registrati 774 omicidi, contro 325 nello stesso periodo dell'anno precedente, un incremento del 138%. Anche i residenti delle zone di frontiera segnalano un aumento delle rapine a mano armata, segno di un deterioramento della sicurezza che va di pari passo con la crescente presenza dei gruppi criminali brasiliani sul territorio boliviano.
Le autorità di Guayaramerín considerano ormai la cittadina, così come altri centri di confine, una sorta di rifugio per PCC e Comando Vermelho, che vi acquistano immobili e vi insediano propri membri per gestire i traffici. Il governo boliviano ha di recente lanciato un piano di sicurezza denominato "Fronteras Seguras" per rafforzare la presenza di forze specializzate lungo il confine con il Brasile, mentre nelle ultime settimane si sono registrati anche episodi di violenza analoghi in altre località di frontiera, come San Matías, nel dipartimento di Santa Cruz.