Burocrazia italiana e migrazioni

Nonostante esista ormai un consenso trasversale alle diverse forze politiche sulla necessità di favorire ingressi regolari di cittadini non comunitari — a sostegno della demografia e del mercato del lavoro italiani — gli arrivi annuali restano al di sotto non solo dei fabbisogni reali, ma persino delle cifre programmate. La burocrazia italiana sembra aver fortemente ostacolato gli ingressi regolari, anche in presenza di provvedimenti pensati per facilitarli. Se l’Italia vuole essere competitiva nell’attrazione di lavoratori stranieri, in un contesto in cui molti altri Paesi si contendono gli stessi profili, deve rendere i propri sistemi di ingresso più snelli ed efficaci.
I primi segnali di un sistema in crisi
Mentre sui social media il dibattito pubblico si polarizza attorno a temi come espulsioni, rimpatri e “remigrazione”, la realtà demografica e produttiva racconta una storia ben diversa. I Paesi europei sono oggi in competizione tra loro per attrarre lavoratori dall’estero, in particolare in settori ad alta domanda come quello medico-sanitario. L’Italia fatica a farsi strada in questa competizione, non soltanto per le condizioni strutturali del proprio mercato del lavoro, ma anche per la notoria lentezza e complessità del suo apparato burocratico.
Gli effetti di una burocrazia disfunzionale si sono manifestati in modo evidente già con l’ultima grande regolarizzazione avvenuta in Italia, quella introdotta durante il periodo COVID con il D.L. n. 34/2020. Pur molto attesa, la misura ha raccolto un numero di domande giudicato largamente insufficiente rispetto alle aspettative. Il Ministero dell’Interno stimava l’emersione di circa 600.000 lavoratori irregolari; tuttavia, la struttura rigida della procedura ha prodotto quello che può essere definito senza esagerazione un fallimento burocratico. Alla chiusura degli sportelli telematici erano state presentate appena 221.000 domande, di cui sole 30.000 nel settore agricolo, che avrebbe dovuto essere il principale destinatario della misura.
Le ragioni profonde di questo insuccesso risiedevano nella rigidità del sistema di presentazione delle domande e nella fiducia, rivelatasi del tutto infondata, nella disponibilità delle imprese a regolarizzare spontaneamente i propri lavoratori migranti. Ma il problema non si è fermato alla fase di raccolta delle istanze: anche l’attuazione concreta del provvedimento è stata segnata da ritardi gravi, aggravati in parte — ma solo in parte — dalle difficoltà legate alla pandemia. A quattro anni dalla chiusura delle domande, secondo uno studio di EroStraniero del 2024, era stato esaminato definitivamente soltanto il 74,8% delle pratiche. Un dato che, da solo, fotografa lo stato di salute dell’apparato amministrativo chiamato a gestire il fenomeno migratorio.
Con la regolarizzazione del 2020 si apre una fase nuova, caratterizzata da una progressiva opacità dei dati utili al monitoraggio dei provvedimenti e da uno scollamento sempre più netto tra ciò che le norme prevedono e ciò che si realizza nella pratica. È il caso emblematico dei decreti flussi, la cui effettiva portata è rimasta in larga misura difficile da valutare con precisione.
La programmazione dei flussi di ingresso: un’occasione perduta
L’obiettivo dichiarato del D.P.C.M. del 27 settembre 2023 era ambizioso: introdurre una vera programmazione dei fabbisogni economici, sostituendo i movimenti migratori irregolari — gestiti da reti criminali e trafficanti — con flussi ordinati, legali e coerenti con le esigenze del tessuto produttivo. Il piano triennale ha fissato un contingente complessivo di oltre 452.000 ingressi autorizzati nel triennio, pari a una media di circa 150.000 lavoratori l’anno: un salto quantitativo significativo rispetto agli 82.000 ingressi previsti per il 2022, e un segnale di presa d’atto — seppur tardiva — della strutturalità del fabbisogno migratorio.
Nonostante il decreto rappresenti formalmente un segnale di apertura e di riconoscimento del ruolo essenziale dei migranti nell’economia italiana, la sua attuazione ha incontrato notevoli difficoltà, mettendo ancora una volta in evidenza l’inadeguatezza degli strumenti normativi rispetto alle reali dinamiche migratorie e alle esigenze del mercato del lavoro.
I dati disponibili — pur incompleti — raccontano di un divario profondo tra previsioni e realizzazioni. Nel 2023, a fronte di 136.000 ingressi previsti, sono stati rilasciati poco meno di 39.000 permessi di soggiorno per motivi di lavoro; di questi, quasi 13.000 erano ancora riconducibili alla regolarizzazione del 2020, e oltre 8.000 riguardavano lavoratori stagionali. Nel 2024, con 151.000 ingressi attesi, i permessi rilasciati per lavoro sono stati meno di 40.500, di cui circa 4.000 ancora connessi alla regolarizzazione di quattro anni prima e quasi 17.000 relativi al lavoro stagionale. In assenza di un monitoraggio puntuale dell’intero processo, che consenta di individuare i reali colli di bottiglia, appare comunque evidente come la portata effettiva dei decreti flussi sia stata assai più limitata rispetto a quanto previsto sulla carta. Paradossalmente, è plausibile che la complessità e la macchinosità stesse del sistema abbiano contribuito a produrre nuove forme di irregolarità (EroStraniero, 2026). E la complessità della burocrazia italiana colpisce anche altre forme di migrazioni come quelle per studio che scontano anch’esse la lentezza della nostra burocrazia.
Non solo burocrazia: l’assenza di una visione sistemica
Naturalmente sarebbe riduttivo attribuire tutti i fallimenti delle politiche migratorie italiane alla sola burocrazia. I decreti flussi presentano certamente limiti procedurali, rigidità amministrative e complessità operative notevoli. Ma il problema più profondo sembra risiedere nell’assenza di un approccio realmente sistemico, capace di tenere conto del contesto concreto in cui i migranti si inseriscono una volta giunti nel Paese: dal sistema burocratico a quello economico lavorativo.
In Italia, quel contesto è rappresentato da un mercato del lavoro strutturalmente fragile e fortemente segmentato, caratterizzato da livelli molto elevati di lavoro irregolare. Nel 2023, l’economia sommersa derivante da sotto-dichiarazione e lavoro nero ha superato i 185 miliardi di euro, con un’incidenza pari all’8,6% del PIL (Istat, 2025). Si tratta di dimensioni che mettono a rischio l’inserimento lavorativo regolare di tutti i lavoratori, ma che colpiscono in misura ancora maggiore le persone più vulnerabili, tra cui i migranti. Ogni intervento normativo si inserisce dunque in una realtà che ne condiziona inevitabilmente gli esiti: la difficoltà di far coincidere i meccanismi formali di ingresso con le concrete dinamiche del mercato del lavoro contribuisce a produrre inefficienze, ritardi e, paradossalmente, nuove forme di irregolarità.
(Corrado Bonifazi e Cinzia Conti su Neodemos del 16/06/2026)