Cartelli aziendali. Truffe organizzate a danno dei consumatori
Prima il cemento, poi il caffè, le tegole, le lenti oftalmiche, e ora le vasche da bagno: aumentano i casi clamorosi di aziende che fanno cartello. I responsabili della libera concorrenza danno la caccia ai “compari” riuniti in alberghi degli aeroporti.Le riunioni erano organizzate fin nei minimi dettagli, inclusa la targhetta dell'azienda per indicare ai convocati il luogo dell'incontro. Di solito si trattava di una sala d'albergo negli aeroporti di Amburgo o Brema, facile da raggiungere per i superimpegnati dirigenti delle società Melitta, Dallmayr, Kraft Foods e Tchibo.
Un sistema ben collaudato negli anni. L'invito avveniva per telefono. Se la scelta cadeva su Brema, era Kraft ad occuparsi della logistica, se invece era Amburgo ci pensava Tchibo. Gli unici elementi che potessero far sospettare non trattarsi di normali incontri d'affari era l'assenza di un ordine del giorno scritto e della lista dei partecipanti. A volte la truffa organizzata si concludeva in mezz'ora e comunque, gli incontri dei capi delle quattro imprese dedicati a fissare l'articolazione dei prezzi nel mercato tedesco del caffè, non superavano mai le tre ore.
Questi viaggi -almeno una ventina tra il 2000 e il 2008- inizialmente andavano sempre a buonissimo fine. Col loro potere occulto e congiunto, il quartetto riusciva a imporre il rialzo concordato dei prezzi. L'andazzo si è interrotto solo per la defezione di un membro interno, che ha permesso ai funzionari dell'Antitrust di mettere sottosopra i piani alti delle aziende. Il Natale del 2009 ha così regalato ai “convitati” una multa di oltre 160 milioni di euro. Qualche giorno fa è scattata una seconda sanzione, di 30 milioni di euro, con la conferma di indizi di un altro cartello nel commercio all'ingrosso. In questo caso erano implicate otto aziende e la Federazione tedesca del caffè.
Le associazioni di categoria coordinano
Anche in altri settori è forte la tentazione d'aggirare le regole della concorrenza, e i casi eclatanti si moltiplicano. La Commissione Ue ha appena comminato una multa di 622 milioni di euro al cartello delle vasche da bagno. Pochi giorni prima è stata la volta dei produttori di lenti oftalmiche, cui l'Antitrust tedesco ha elevato una multa di 115 milioni di euro. Ma la cifra record è quella di 661 milioni di euro data a un cartello del cemento, sebbene essa sia ancora pendente in giudizio. Ciò che accomuna tutti questi casi è l'ottima organizzazione. I moderni compagni di cartello fissano la politica dei prezzi in tutti i settori, agiscono in grande stile e tramite sistemi ben consolidati. Nei “circoli di discussione” o nei “gruppi di lavoro” vengono assegnate le zone commerciali e decisi sconti, promozioni e prezzi consigliati. Un aiuto concreto arriva dalle associazioni di categoria che fanno da cinghia di trasmissione, oppure da coordinatori occulti.
I prezzi salgono di un quarto
Difficile stabilire il danno per i consumatori. “Si calcola che i cartelli rialzino i prezzi mediamente del 25%. Talvolta anche molto oltre”, spiega alla FAZ il presidente dell'Antitrust Andreas Mundt. Secondo certe stime, il solo cartello del caffè è costato ai consumatori tedeschi più di 4 miliardi di euro.
I vantaggi non vanno solo ai furboni che stipulano gli accordi sottobanco; ne approfittano anche aziende estranee alle trattative poiché le intese agevolano il rialzo dei loro prezzi. “Succede spesso, che dopo un nostro intervento si notino subito corposi cali di prezzo”, dice Mundt.
I consumatori sono sempre i più indifesi. In teoria, così come hanno fatto i venditori all'ingrosso colpiti, potrebbero rivendicare un risarcimento. Ma per il singolo è difficile produrre le prove, oppure gli costerebbe troppo, sicché il gioco non vale la candela. Resta solo da sperare che l'Antitrust tolga di mano gli strumenti a chi aumenta indebitamente i prezzi, e dissuada eventuali imitatori.
L'autorità di tutela della concorrenza ha gli strumenti per agire. Può attivare una commissione particolare e due speciali sezioni deliberative coadiuvate dai colleghi dei settori specifici. L'Antitrust, buoni spunti li può ottenere anche dalle indagini di settore e dalle analisi di mercato usate per controllare le fusioni aziendali. Ma è soprattutto la nuova norma sui “pentiti” a preoccupare i cartelli. Essa prevede che solo il primo che “vuota il sacco” non paghi pegno. E le multe non sono da poco. Possono comportare anche il 10% del fatturato.
Il maggior peso degli accertamenti e le multe salate si rivelano efficaci. “Circa la metà dei procedimenti parte dalla confessione di un pentito”, spiega Mundt. L'anno scorso, una trentina di soggetti fuoriusciti dal sodalizio truffaldino è andata a bussare al portone dell'Antitrust.
Sempre più cartelli nel campo dei beni di consumo
Una volta i cartelli si formavano in prevalenza nei comparti industriali dove un piccolo numero di aziende trattava prodotti interscambiabili. Tipici i casi dei cartelli del cemento, le intese tra produttori di tegole e ascensori, oppure delle vitamine nell'industria farmaceutica. Oggi, gli ispettori dell'Antitrust incappano sempre più spesso nei produttori di beni comuni. Il culmine per ora è stato raggiunto con la razzia di primavera nel commercio al dettaglio: due dozzine di imprese commerciali e di produttori di articoli di marca si erano messi d'accordo sul prezzo minimo per mangimi animali, dolciumi e caffè.
Uno dei motivi di questa tendenza è, secondo Justus Haucap, presidente della Commissione dei monopoli, il fondersi delle aziende. Anche nel commercio e nei reparti dei beni al consumo si riduce il numero degli offerenti, e si sa che gli oligopoli sono un buon brodo di coltura per i cartelli. Secondo Mundt, non esiste branca immune dagli accordi illeciti. Si ha l'impressione che i cartelli si annidino ormai in tutti i campi commerciali, anche tra i più disparati. “E' come un sasso nello stagno. Basta avviare un primo grosso procedimento in una branca che si formano onde che portano subito ad altri”.
(traduzione di Rosa a Marca dal quotidiano Frankfurter Allgemeine del 25/06/2010)
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