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Cibi biologici in espansione. Ma visto che fanno bene, perché devono costare di più?
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Articolo di Vincenzo Donvito
5 settembre 2019 13:14
 
 Il cibo biologico è sempre più in espansione. E’ di oggi un’indagine Ismea che conferma questo trend. Ed è innegabile che alimentarsi con prodotti bio sia più sano rispetto ai tradizionali prodotti non-bio, per gli individui come per l’ambiente… ovviamente facendoci la tara per quanto riguarda uso e abuso di certe etichettature e coltivazioni e produzioni che non è detto che sempre rispettino le prerogative per potersi forgiare di questo marchio, ma sono i pericoli di un grande mercato, sempre maggiore, che un consumatore deve prendere in considerazione e sapersi districare in termini di scelte qualitative, gustative e sanitarie (1).
Nel contesto in cui, grande distribuzione inclusa ci poniamo una domanda:
torna che ciò che viene prodotto e non fa male (o fa meno male) ad ambiente e salute debba costare di più e, di conseguenza, è più conseguenziale che sia acquistato da consumatori più ricchi? Qualcosa non torna. E’ logico che siano i più ricchi a stare meglio in salute e ad essere i principali attori del “recupero” ambientale a seguito di una civilizzazione che ha molto distrutto? Inoltre: sono i ricchi ad essere la maggior parte dei consumatori? No, ovviamente. Ancora: può questa minoranza (i ricchi) che trae benefici per la propria salute e dà benefici all’ambiente essere determinante per il bene comune sanitario e ambientale? No, ovviamente. E sempre ancora: alla comunità (tutta) costa meno che tutti stiano bene in salute e che sempre questi tutti contribuiscano all’equilibrio ambientale, oppure che ciò sia appannaggio di una minoranza (i ricchi)? No, ovviamente non costa meno se ciò riguarda solo una minoranza.
Infine aggiungiamo il fatto che se c’è una logica che un prodotto di nicchia abbia un costo maggiore rispetto a quello di massa, stante che i prodotti bio sono sempre meno di nicchia, perché i suoi costi non calano, o calano troppo poco?

Crediamo che occorra che a queste evidenze e logicità i legislatori e i governi diano il loro contributo. In attesa che le filiere dei cibi “sani” siano in grado di costare meno di quelle dei cibi “non-sani”, non si può stare alla finestra e disciplinare solo il traffico sul fiume del business che scorre sotto le proprie finestre. C’è un’emergenza e bisogna incentivare certe produzioni rispetto ad altre, altrimenti, siccome i costi attuali del mercato non sono in grado di supportare ciò che fa bene rispetto a ciò che fa meno bene, le produzioni e il mercato bio saranno solo un business per chi “ha colto l’attimo”.
Bene che si realizzino e si propongano nuovi business alimentari (basati anche sulle mode…), ma sarebbe più che opportuno che legislatori e governanti ne traessero ispirazioni per il bene comune. Sono, alla bisogna, sufficienti le politiche e gli investimenti dello Stato per agricoltura e industria e commercio? La parola, e le decisioni, a chi di dovere. Noi, consumatori e osservatori, abbiamo posto il problema.

Qui un nostro recente articolo su un caso recente della Nestlé

1 - Qui una scheda pratica di Aduc sulla etichettatura bio, regole e riconoscimento
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