Domenica 7 giugno 2026
Menu

Dallo shock petrolifero alla crisi obbligazionaria globale

Articolo · Redazione ·

Lo shock petrolifero innescato dal conflitto in Medio Oriente si sta trasformando in una crisi ben più ampia, che investe i mercati obbligazionari globali. Come riporta The Telegraph, i rendimenti dei titoli di Stato stanno salendo su scala mondiale — dal Giappone agli Stati Uniti — mentre gli investitori vendono obbligazioni per proteggersi dal rischio di un'inflazione persistente alimentata dai prezzi dell'energia.

 

Il rendimento dei Treasury decennali statunitensi è salito di 12 punti base fino al 4,6%, segnando il rialzo settimanale più marcato dall'aprile 2025, quando i dazi di Trump avevano sconvolto i mercati. La pressione è ancora più intensa sui titoli a lunga scadenza, i più vulnerabili all'accelerazione dell'inflazione: il rendimento dei Treasury trentennali si sta avvicinando ai massimi del 2023.

 

La causa scatenante è l'impatto energetico che si propaga dallo Stretto di Hormuz. Il prezzo del petrolio Brent si aggira attorno ai 100 dollari al barile — ben al di sopra dei livelli pre-conflitto — con picchi che hanno sfiorato i 126 dollari ad aprile. Le riserve strategiche mondiali sono al minimo da otto anni, secondo Goldman Sachs, che stima appena 45 giorni di scorte di prodotti raffinati disponibili.

 

Sullo sfondo c'è una dinamica strutturale preoccupante: i prezzi dell'energia più alti alimentano l'inflazione, e l'inflazione più alta erode il valore dei titoli a reddito fisso, spingendo gli investitori a esigere rendimenti più elevati. Ma rendimenti più alti significano costi di rifinanziamento del debito pubblico più onerosi per gli Stati, aggravando i deficit. Un circolo vizioso che pesa in modo particolare sulle economie con debiti elevati.

 

Le banche centrali si trovano in una posizione di estremo disagio. La Federal Reserve deve scegliere tra contrastare l'inflazione mantenendo i tassi alti — con il rischio di frenare la crescita e aggravare il costo del debito — o allentare la stretta, rischiando di far esplodere le aspettative inflazionistiche. I mercati dei futures prezzano ormai una probabilità del 74,5% che i tassi Fed restino invariati per tutto il 2026. Vanguard prevede al massimo un solo taglio nell'anno in corso.

 

Anche la Banca centrale europea si trova in una situazione analoga: l'Europa dipende in misura significativa dalle importazioni energetiche e potrebbe essere costretta a riconsiderare il ciclo di tagli avviato tra il 2024 e il 2025. La Bank of England, secondo le nuove previsioni, non taglierà i tassi come previsto inizialmente. La Bank of Japan, che stava avviando una graduale normalizzazione della politica monetaria, ha preferito mantenere i tassi invariati di fronte all'incertezza geopolitica.

 

Per i risparmiatori e gli investitori, il messaggio è chiaro: la volatilità sui mercati obbligazionari è destinata a durare. I titoli a lunga scadenza sono i più esposti, mentre le obbligazioni a breve durata e indicizzate all'inflazione offrono una copertura più solida. Il rischio, avvertono gli analisti, non è un collasso immediato ma un progressivo aumento del costo strutturale di mantenere sistemi finanziari costruiti su decenni di denaro a buon mercato.

ADUC è indipendente
Nessun finanziamento pubblico né pubblicità. Solo le donazioni ci rendono liberi.
Sostienici →