Filippine: la guerra alla droga che divide ancora il Paese

La guerra alla droga nelle Filippine non è mai davvero finita. È quanto emerge da un'analisi pubblicata dal Manila Times, a firma di Marit Stinus-Cabugon, che ripercorre le tensioni sociali e politiche irrisolte attorno alle politiche antidroga del Paese, un tema che continua a spezzare in due l'opinione pubblica filippina.
L'articolo prende spunto da un fatto di cronaca recente: il biologo marino statunitense Kent Carpenter, 73 anni, è stato ucciso nella sua abitazione di Sibulan, nella provincia di Negros Oriental, il 12 luglio 2026. Tre uomini hanno fatto irruzione nella casa, lo hanno ucciso a colpi di arma da fuoco e hanno portato via contanti, un computer portatile e altri oggetti di valore. La sua compagna è stata aggredita sessualmente. L'assassino principale è un giovane di 26 anni dello stesso villaggio, e almeno tre dei quattro sospettati fermati dalla polizia sono risultati positivi ai test per uso di sostanze stupefacenti. Un episodio che, come sottolinea l'autrice, non implica necessariamente che i responsabili fossero sotto effetto di droghe al momento del crimine, ma riporta all'attenzione il legame ricorrente tra traffico di stupefacenti e violenza.
Il problema della dipendenza da droghe è reale e profondamente radicato nelle aree urbane più sovraffollate di Manila, ricorda la ricerca del professor Garrido, citata nell'articolo. Per le famiglie povere, dove ogni peso è contato e ogni forma di disordine — il "gulo" nel gergo locale — può compromettere la sopravvivenza quotidiana, la droga rappresenta una minaccia concreta alla sicurezza, alle relazioni di vicinato e alla tenuta della comunità stessa.
Non sorprende, quindi, che alcune di queste comunità chiedano il ritorno del "tokhang", il metodo di polizia porta a porta usato durante la presidenza Duterte per identificare e "convincere" i consumatori di droghe ad arrendersi — spesso con conseguenze letali. I dati raccolti da ACLED (Armed Conflict Location and Event Data) mostrano che le operazioni antidroga della polizia e le uccisioni extragiudiziali sono ancora numerose. In particolare, le regioni delle Visayas Centrali e di Davao si distinguono come le aree dove la violenza legata alla guerra alla droga è oggi più intensa: la prima guida le statistiche sulle attività di vigilantismo antidroga, la seconda registra il maggior numero di uccisioni da parte delle forze dell'ordine ai danni di civili.
Proprio in queste due regioni l'ex presidente Rodrigo Duterte e sua figlia, la vicepresidente Sara Duterte, mantengono un ampio consenso popolare. Come scriveva il professor Garrido già nel 2021, molti filippini, pur considerando i metodi di Duterte discutibili, lo ritengono comunque efficace. Un giudizio che sintetizza bene l'ambivalenza dell'elettorato verso una stagione politica segnata da migliaia di morti e ora al vaglio della giustizia internazionale.
Il 23 aprile 2026, la Camera preliminare della Corte Penale Internazionale (CPI) ha confermato all'unanimità le accuse a carico di Duterte per crimini contro l'umanità — omicidio e tentato omicidio — commessi sia quando era sindaco di Davao sia durante la sua presidenza, nel contesto della campagna antidroga. Il processo è fissato per il 30 novembre 2026. Secondo le stime ufficiali filippine, le vittime delle operazioni antidroga tra il 2016 e il 2022 ammontano a oltre 6.000; le organizzazioni per i diritti umani parlano di cifre ben più alte, comprese tra 12.000 e 30.000 persone.
La guerra alla droga rimane così una ferita aperta nella società filippina: da un lato chi la considera un metodo brutale e inaccettabile, dall'altro chi la vive come l'unica risposta concreta a un problema che distrugge famiglie e quartieri. Un dibattito che non accenna a chiudersi.