Lunedì 8 giugno 2026
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Investimenti finanziari. Attacco in Iran, gli analisti vedono un 'moderato nervosismo'

Articolo · Redazione ·
 L'attacco di Israele e Stati Uniti contro l'Iran sta già avendo ripercussioni sui mercati, soprattutto quelli energetici. Gli analisti non concordano però sull'entità del contraccolpo.

L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e i vertici di Teheran ha già portato all’eliminazione di parte della leadership del Paese, primo fra tutti l’ayatollah Khamenei, ma ha avuto un prevedibile contraccolpo sui mercati. Non è dato infatti sapere quanto questa guerra durerà, perché Teheran ha risposto immediatamente al fuoco e ha iniziato a colpire i bersagli più vicini al suo territorio, e inoltre la centralità dell’Iran nella produzione petrolifera ha portato ad un rialzo del prezzo del petrolio.
L’esposizione diretta del mercato italiano è marginale, come spiegato da Citywire nelle scorse settimane, ma ciò non toglie che uno shock sui mercati energetici possa influenzarci.
Gli analisti internazionali sono in disaccordo sull’entità di questo effetto: c’è chi vede il contraccolpo come modesto, chi parla di nervosismo, chi invece ha una lettura pessimistica dei segnali che provengono dai mercati. Ecco alcune delle opinioni provenienti dalle principali società di investimento.

Ricardo Evangelista, Senior Analyst, ActivTrades
 
I prezzi del petrolio WTI hanno iniziato la nuova settimana con un rialzo di quasi il 10% rispetto al livello di chiusura di venerdì. Questo divario di mercato riflette il nervosismo dei trader a seguito dello scoppio di una nuova guerra in Medio Oriente, che sta destabilizzando l’intera regione. L’Iran ha reagito dopo essere stato bombardato dagli Stati Uniti e da Israele, prendendo di mira obiettivi legati ai due paesi e a diversi altri Stati del Golfo, aumentando il rischio che il conflitto si estenda ulteriormente e diventi più imprevedibile. Per quanto riguarda il commercio globale del petrolio, quello iraniano è attualmente fuori dal mercato, mentre il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz si è fermato.
Questa situazione riguarda circa il 25% della produzione mondiale di petrolio, che normalmente viene trasportata da grandi petroliere attraverso lo Stretto. Dopo l’iniziale impennata all’apertura del mercato, i prezzi del greggio hanno poi ridotto parte dei guadagni, ma rimangono sopra i 72 dollari al barile, un livello che non si vedeva dallo scorso giugno. Più a lungo persiste il conflitto e più il petrolio del Golfo rimane bloccato nella regione, maggiore è la probabilità che i prezzi aumentino ulteriormente, potenzialmente fino a raggiungere i 100 dollari al barile.

Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments

L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran sembra andare oltre una logica di deterrenza limitata, configurando uno scenario di conflitto più ampio, con potenziali implicazioni strutturali per mercati e stabilità regionale.
Il principale rischio macroeconomico riguarda possibili interruzioni nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per oltre il 20% delle spedizioni globali di petrolio e GNL: una chiusura prolungata potrebbe spingere il greggio verso i 100 dollari al barile e riaccendere le pressioni inflazionistiche globali. Uno shock energetico complicherebbe le traiettorie di politica monetaria, aumentando i rischi al rialzo per inflazione e tassi d’interesse — in particolare negli Stati Uniti — e mettendo in discussione la recente narrativa disinflazionistica.
Sebbene i mercati non stiano ancora prezzando uno scenario di chiusura totale, anche interruzioni parziali del traffico marittimo potrebbero mantenere elevati i prezzi dell’energia e la volatilità, favorendo un posizionamento più difensivo da parte degli investitori. 
L’azione militare condotta nel fine settimana da Stati Uniti e Israele contro l’Iran appare significativamente diversa rispetto al conflitto osservato nel giugno 2025, quando gli attacchi avevano preso di mira siti nucleari e figure chiave. L’attuale escalation sembra avere una portata più ampia e implicazioni geopolitiche potenzialmente più profonde.
La questione centrale per economia globale e mercati finanziari riguarda la possibilità che il conflitto evolva in uno scenario regionale più esteso e che possa verificarsi una sospensione prolungata dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo marittimo strategico situato lungo la costa meridionale iraniana. Un aumento sostenuto dei prezzi del petrolio rappresenterebbe un rischio al rialzo per l’inflazione, modificando le aspettative sui percorsi futuri di inflazione e tassi di interesse. Secondo Reuters, la missione navale europea ha segnalato comunicazioni radio provenienti dall’Iran che intimano alle imbarcazioni di non attraversare lo Stretto di Hormuz. Una chiusura completa della via marittima — evento mai verificatosi finora — avrebbe impatti significativi sul trasporto globale di greggio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto, che rappresentano oltre il 20% delle forniture mondiali.
Il prezzo del petrolio aveva chiuso venerdì a 73 dollari al barile, in aumento del 12% nell’ultimo mese; nella mattinata del 2 marzo 2026 quota oltre gli 80 dollari al barile. Contestualmente, l’oro registra un rialzo dell’1,39% e l’indice del dollaro USA sale dello 0,36%. Una chiusura prolungata dello stretto, accompagnata da eventuali attacchi alle infrastrutture energetiche regionali, potrebbe spingere il prezzo del petrolio verso i 100 dollari al barile. Reuters riporta che almeno 150 petroliere cariche di greggio, prodotti raffinati e GNL hanno già gettato l’ancora in mare aperto per evitare il passaggio nell’area.
Pur non essendo certo che l’Iran disponga delle risorse necessarie per mantenere una chiusura di lungo periodo, anche una riduzione dei transiti — dovuta a maggiori costi assicurativi o alla scelta delle compagnie di evitare la rotta — potrebbe avere effetti rilevanti sui prezzi energetici. OPEC+ ha annunciato un incremento della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile nel tentativo di contenere le pressioni sui prezzi. Va inoltre considerato che l’Iran produce circa 3,45 milioni di barili al giorno (meno del 3% dell’offerta globale) e che la capacità inutilizzata dell’OPEC potrebbe compensare un’eventuale perdita di export iraniano.
Gli Stati Uniti e gli altri Paesi OCSE dispongono complessivamente di circa 4 miliardi di barili di petrolio e prodotti raffinati in riserva, che potrebbero fungere da cuscinetto nel breve periodo. Tuttavia, anche un’economia energeticamente autosufficiente come quella statunitense resterebbe esposta all’impatto inflazionistico legato all’aumento del prezzo globale del petrolio: secondo stime ING, un petrolio a 100 dollari potrebbe riportare il CPI statunitense verso il 4% rispetto al 2,4% di gennaio. L’Asia risulterebbe l’area più esposta, considerando che circa l’84% del petrolio e l’83% del GNL transitanti nello stretto sono destinati ai mercati asiatici.
Al momento i mercati finanziari mantengono un atteggiamento relativamente composto, in attesa di maggiore chiarezza sugli sviluppi futuri. La propensione al rischio ha mostrato una tenuta significativa anche di fronte a recenti shock geopolitici. La storia insegna che gli eventi geopolitici possono influenzare i mercati nel breve periodo, ma un impatto duraturo richiede generalmente un deterioramento dei fondamentali economici. Al momento, utili societari e crescita economica restano relativamente solidi, contribuendo alla resilienza dei mercati. Resta comunque fondamentale monitorare attentamente l’evoluzione degli eventi nelle prossime settimane, poiché eventuali sviluppi negativi potrebbero modificare rapidamente il quadro macro-finanziario.

Jacco de Winter, Knowledge Manager, Ing Investment Office

Sebbene le tensioni in Medio Oriente si siano riaccese con regolarità per decenni, l’attacco di sabato — nel quale, tra gli altri, è stato ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei — segna una grave escalation. In risposta, l’Iran sta prendendo di mira non solo Israele ma anche asset statunitensi negli Stati del Golfo. Israele e gli Stati Uniti affermano che continueranno finché il loro obiettivo non sarà raggiunto, anche se non è del tutto chiaro quale sia tale obiettivo.
Reazione limitata dei mercati finanziari
La reazione dei mercati questa mattina è stata relativamente contenuta. In Asia, l’indice Nikkei giapponese ha perso l’1,4%, mentre il CSI 300 cinese ha chiuso in rialzo dello 0,4%. In Europa, l’ampio indice Stoxx Europe 600 è sceso dell’1,5% dopo due ore di contrattazioni. I prezzi dell’oro e dell’argento sono aumentati tra il 2,5% e il 3%. I rendimenti dei titoli di Stato “rifugio” tedeschi e statunitensi sono persino leggermente saliti, segnalando l’assenza di una vera e propria “fuga verso la sicurezza”.
Nessun motivo di panico
Gli investitori non stanno mostrando segni di panico — e a ragione. La storia mostra che il nervosismo dei mercati in seguito a una crisi tende solitamente a rientrare rapidamente. Se si fosse usciti dal mercato in occasione di ogni fase di incertezza geopolitica, si sarebbero perse opportunità di rendimento interessanti. È opportuno mantenere la calma e concentrarsi sul lungo periodo e sui fondamentali: crescita economica e utili societari. Finché questi restano solidi, ogni flessione può rappresentare un’opportunità di acquisto.
Il rialzo del petrolio come barometro delle tensioni
L’attacco non è giunto del tutto inaspettato, alla luce del significativo rafforzamento militare statunitense nella regione nelle ultime settimane. Quando aumentano le tensioni geopolitiche, si osservano spesso reazioni di mercato prevedibili. Nel caso del Medio Oriente, ciò significa tipicamente un aumento dei prezzi del petrolio per timori di interruzioni dell’offerta. Il prezzo del Brent era già salito da 60 dollari al barile a inizio anno a oltre 72 dollari venerdì scorso. Oggi il petrolio supera i 78 dollari. Anche il gas è in rialzo; in Europa i prezzi aumentano di oltre il 20% questa mattina.
Rischio di restrizioni all’offerta di petrolio e gas
In un conflitto che coinvolge l’Iran, la questione chiave riguarda lo Stretto di Hormuz. Tra il 20% e il 30% dell’offerta mondiale di petrolio e gas transita quotidianamente attraverso questo stretto braccio di mare tra l’Iran e gli Stati del Golfo, Oman ed Emirati Arabi Uniti — inclusi i carichi provenienti da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e dallo stesso Iran. Sembra che il traffico delle petroliere attraverso lo Stretto si sia in gran parte fermato, circostanza che potrebbe spingere ulteriormente al rialzo i prezzi di petrolio e gas. Tuttavia, considerato l’equilibrio militare, un blocco prolungato appare poco probabile.
Il picco del petrolio dovrebbe essere temporaneo
Se i prezzi del petrolio dovessero restare elevati per un periodo prolungato, si eserciterebbe una pressione al rialzo sull’inflazione. Tuttavia, riteniamo che il rialzo sia destinato a essere temporaneo, poiché a livello globale esiste un eccesso di offerta di greggio. Inoltre, l’OPEC+ dispone di una significativa capacità inutilizzata e può compensare interruzioni temporanee dell’offerta. Il cartello ha già annunciato un aumento della produzione. E, elemento non trascurabile: a differenza del passato, gli Stati Uniti sono oggi il maggiore produttore mondiale di petrolio. Inoltre, il petrolio non è più la nostra principale fonte di energia e la dipendenza complessiva si è ridotta.
Gli investitori cercano beni rifugio
Quando cresce l’instabilità geopolitica, gli investitori tendono a orientarsi verso beni rifugio come titoli di Stato e oro. L’oro è da tempo un asset ricercato; il suo prezzo è già salito di quasi il 25% quest’anno. Anche i titoli di Stato mostrano resilienza: il rendimento del decennale tedesco è sceso dal 2,85% al 2,66% dall’inizio dell’anno, mentre quello del Treasury decennale statunitense dal 4,16% al 3,97%. Rendimenti e prezzi delle obbligazioni si muovono in direzione opposta: rendimenti in calo implicano prezzi in aumento. Una diversificazione tra diverse classi di attivo dimostra chiaramente il proprio valore.

Sandeep Rao, Senior Researcher di Leverage Shares

La scorsa settimana si era conclusa con un ribilanciamento dei titoli del settore AI, che ha abbandonato il settore dell’informatica - Nvidia e altri - per concentrarsi su quello hardware come memorie, componenti, sulla scia dell’enorme scommessa di AMD di poter produrre chip “sufficientemente buoni” per l’utilizzo di software AI, stimati a un prezzo pari alla metà della nuova piattaforma Rubin di Nvidia. Il calo dei titoli del software aziendale dovuto alla minaccia dell’intelligenza artificiale (Agentic AI) - sebbene probabilmente sopravvalutato - non si era ancora ripreso.
Vale la pena notare che le azioni statunitensi sono tra i titoli più overvalued nell’universo azionario globale e che l’incentivo a incassare profitti è stato elevato in questo inizio 2026. Il settore energetico, principalmente petrolio, ha registrato un andamento basso a causa dell’elevata offerta, con una potenziale vendita di 6 milioni di barili di petrolio venezuelano scontato all’India entro la prima metà dell’anno che ha frenato il settore energetico.
Nel fine settimana però si sono verificati enormi cambiamenti. I titoli taiwanesi dei semiconduttori stanno aumentando il risk premium, data la dipendenza di Taiwan al 70% dalle importazioni di petrolio dal Medio Oriente. Gran parte di queste importazioni attraversa il Golfo di Hormuz, ora dichiarato chiuso dall’Iran in seguito all’uccisione dell’Ayatollah Khamenei da parte dei bombardamenti statunitensi e israeliani.
L’uccisione dell’Ayatollah non è un piccolo torto: nonostante mille anni di ostilità tra sunniti e sciiti, l’uccisione di leader religiosi è stata storicamente una linea rossa. L’innalzamento della “bandiera rossa” – che simboleggia un invito all’azione contro una grave ingiustizia che richiede spargimento di sangue – a Teheran rispecchia il fermo rifiuto del governo iraniano di negoziare ulteriormente. Gli sviluppi in corso stanno portando alla perdita di alcune porzioni del mercato: i bombardamenti iraniani di obiettivi in ??Bahrein, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar – tutti esportatori di petrolio e gas verso Europa, India e Asia orientale – stanno posizionando il settore energetico come potenzialmente il segmento che potrebbe registrare le migliori performance in assoluto nel mercato globale. Nel breve termine, il petrolio greggio si avvicinerà alla soglia degli 80 dollari al barile a causa delle conseguenti difficoltà di approvvigionamento.
Prezzi del petrolio nella fascia tra i 90 e i 110 dollari non sarebbero da escludere se questo conflitto si protraesse per almeno tre mesi.
Il FTSE 100 sta crollando poiché si prevede che gli elevati prezzi dell’energia aumenteranno l’inflazione e ridurranno i consumi, mentre i mercati azionari indiani registrano ritiri su larga scala da parte degli investitori esteri di portafoglio (IEP) - un termine usato per indicare gli investitori tattici esteri a breve e medio termine - che si riversano sui Treasury nel tentativo di trovare un rifugio sicuro, facendo così scendere i rendimenti.
Gli attacchi dell’Iran ai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) ci ricordano che l’Iran ritiene questi paesi complici dell’attacco alla fede islamica degli iraniani, a causa del loro supporto materiale e infrastrutturale alle azioni di Stati Uniti e Israele. Questo attacco probabilmente non durerà a lungo. Nel frattempo, i titoli della difesa statunitensi stanno guadagnando terreno, attestandosi al secondo posto tra i migliori nell’universo azionario globale: la carenza di missili è già stata ipotizzata come potenziale causa del calo della protezione dai bombardamenti iraniani da parte dell’Iron Dome israeliano e dello schermo difensivo delle forze statunitensi nella regione. Il rifornimento è un impegno a lungo termine e non troverà una soluzione rapida senza una massiccia iniezione di liquidità, che stimoli questo settore, già favorito dall’attesa di una maggiore spesa da parte dei membri europei della NATO e da un significativo aumento del bilancio militare statunitense più avanti nel corso dell’anno.

Martin Van Vliet, Fixed Income Strategist di Robeco

I recenti sviluppi nel conflitto tra Stati Uniti e Iran hanno innescato una fuga verso beni rifugio in tutti i mercati, con un impatto finora contenuto sui mercati del reddito fisso. I prezzi del petrolio e del gas hanno registrato un forte aumento, mentre i rendimenti dei Treasury USA a 10 anni sono diminuiti nei giorni precedenti la crisi. Il calo dei rendimenti dei Treasury riflette l’avversione al rischio, con gli investitori che si orientano verso titoli di Stato a scadenza intermedia.
I mercati del credito hanno registrato una modesta ma ordinata rivalutazione, in linea con un contesto caratterizzato da una generale avversione al rischio piuttosto che da tensioni sistemiche. Il principale rischio macroeconomico risiede nelle materie prime, in particolare a causa dell’effettivo blocco delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz, arteria fondamentale per il trasporto di petrolio, GNL e fertilizzanti, che potrebbe avere ripercussioni più ampie sull’inflazione e sulla politica monetaria se dovesse protrarsi.
In questo contesto, i portafogli rimangono bilanciati, con un rischio di credito prossimo alla neutralità e un sovrappeso in termini di duration in Europa. Le strategie sul debito emergente hanno ridotto l’esposizione al Medio Oriente prima del conflitto, ma mantengono sovrappesi selettivi nei mercati dei tassi come Brasile, Messico, Perù o del credito come Argentina, Ghana ed Ecuador.

Michaël Nizard, Head of Multi-Asset & Overlay, e Nabil Milali, Multi-Asset & Overlay Portfolio Manager di Edmond de Rothschild AM

Lo scenario più temuto è quello del caos (20%), simile alla situazione in Libia dopo la caduta di Gheddafi. Anche se l’attuale regime dovesse cadere, le alternative non sono evidenti e il vuoto istituzionale potrebbe portare a una guerra civile tra le diverse fazioni della società iraniana. In questo caso, l’instabilità potrebbe durare per molti anni, con conseguenze significative data l’importanza strategica dell’Iran nella regione. Se dovessero formarsi delle milizie, queste avrebbero una notevole capacità di causare disordini interrompendo in modo permanente il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz o prendendo regolarmente di mira gli impianti petroliferi della regione, pur essendo molto difficili da eliminare, come mostrato dal caso dei ribelli Houthi.
In questo scenario, il premio di rischio geopolitico rimarrebbe molto elevato e persistente nei prezzi del petrolio greggio, con un rischio significativo di una nuova spirale inflazionistica, giustificando una cautela leggermente più prolungata sugli asset rischiosi e sui titoli di Stato a lungo termine. Gli effetti di secondo impatto sul debito privato statunitense legati all’aumento dei costi di capitale sarebbero quindi motivo di preoccupazione e potrebbero sorgere interrogativi anche riguardo all’emissione di debito da parte degli operatori di IA, che dovrebbe aumentare in modo significativo nei prossimi due anni per finanziare i loro investimenti.
Il secondo scenario è quello di una guerra di logoramento (50%) che durerà diversi mesi prima di una distensione avviata da Donald Trump. Il regime iraniano potrebbe rivelarsi più resistente di quanto previsto dagli Stati Uniti e da Israele. La storia dimostra che è estremamente difficile rovesciare un regime senza un intervento terrestre, che Trump esclude categoricamente a causa dell’alto rischio di vittime umane. Inoltre, secondo quanto riportato dalla stampa, il comando iraniano non è più centralizzato e le diverse unità agiscono in modo più o meno indipendente, il che complica ulteriormente la distruzione del regime. Se il conflitto dovesse arenarsi, anche se la struttura del regime rimanesse intatta, Trump sarebbe tentato di porre fine alle ostilità dichiarando comunque vittoria, sottolineando l’eliminazione della Guida Suprema e la distruzione delle capacità militari dell’Iran. Infatti, il presidente degli Stati Uniti non vorrà rischiare un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio nella corsa alle elezioni di medio termine e favorirà un ritorno allo status quo con il proseguimento dello stallo con l’Iran, ma a un’intensità minore. In questo scenario, i prezzi del petrolio greggio tornerebbero a scendere senza però tornare ai livelli pre-crisi, il che sarebbe comunque sufficiente per alimentare un rinnovato appetito per il rischio nei mercati finanziari.
Infine, lo scenario auspicato dagli Stati Uniti e da Israele sarebbe un cambio di regime (30%), sia che si tratti di una transizione democratica o di un altro regime autoritario più conciliante nei confronti di Washington. In questa fase è impossibile immaginare quale forma potrebbe assumere, ma se Washington raggiungesse i propri obiettivi, ciò segnerebbe una svolta importante nella storia della regione, ponendo fine a un ciclo di oltre 40 anni iniziato con la rivoluzione islamica del 1979. Gli Stati Uniti avrebbero ottenuto una vittoria importante, riuscendo a isolare l’Iran dal resto dei paesi del Golfo Persico e consolidando ulteriormente gli Accordi di Abramo, con il progetto di un arco panarabo favorevole agli investimenti diretti. Al di là del previsto forte calo dei prezzi del Brent e del rinnovato appetito per il rischio sui mercati finanziari, ciò rappresenterebbe un importante impulso all’attrattiva della regione per gli investimenti esteri. In questo scenario, potremmo continuare a considerare che ci troviamo in un boom inflazionistico guidato da politiche monetarie e fiscali che rimangono accomodanti come sempre, in tutte le principali regioni (Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone, Regno Unito). Questo scenario favorirebbe la ricerca di opportunità nel settore azionario e del credito, con una continua preferenza per la rotazione internazionale a favore del Giappone e dei mercati emergenti.
Per quanto riguarda l’asset allocation, data la mancanza di visibilità sull’esito della crisi, è opportuno ponderare ciascuno di questi scenari, il che ci porta a mantenere per il momento le coperture opzionali e i CDS creditizi che abbiamo aggiunto ai nostri portafogli prima dell’escalation di questo fine settimana. Avevamo già preso profitto sulla nostra posizione sottopesata sul dollaro, che ora sta riacquistando le sue caratteristiche di bene rifugio. Avevamo anche ridotto la nostra esposizione ai mercati azionari, privilegiando il settore petrolifero, poiché prevediamo un ulteriore aumento del Brent senza superare la soglia simbolica dei 100 dollari al barile. I prezzi dell’energia dovrebbero quindi rimanere a livelli sostenibili per l’economia globale, limitando il rischio di un rallentamento della crescita. Data la moltitudine di fattori di rischio, rimaniamo sovrappesati sui temi legati alla resilienza (difesa, sicurezza energetica, autonomia strategica). D’altra parte, l’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbe tradursi in un ulteriore contributo positivo all’inflazione, che rappresenterà una nuova sfida per le banche centrali. In particolare, la Federal Reserve statunitense sta entrando nel 2026 in una posizione scomoda.
Sebbene mantenga un atteggiamento leggermente accomodante nella sua retorica, con la prospettiva di un abbassamento dei tassi nel corso dell’anno, la realtà dei dati rende qualsiasi decisione sempre più delicata. L’inflazione rimane più ostinata del previsto, il mercato del lavoro rimane sorprendentemente robusto nonostante i segnali di rallentamento e gli shock tecnologici e geopolitici complicano ulteriormente le prospettive economiche. Allo stesso tempo, la Fed sta monitorando le tensioni nel credito privato e i rischi legati al Medio Oriente, ma al momento non vede alcun motivo per un cambiamento radicale di rotta. L’aumento degli spread creditizi rimane contenuto in questa fase, lontano dai livelli di crisi, ma è in trend rialzista da diverse settimane. In questa fase, riteniamo che Kevin Warsh dovrebbe favorire un abbassamento dei tassi di interesse di riferimento nonostante i prezzi elevati del petrolio, poiché uno shock petrolifero prolungato potrebbe frenare i consumi delle famiglie e pesare sulla crescita, il che, dal punto di vista della Fed, giustificherebbe un maggiore sostegno monetario per compensare questo freno all’attività.

Giordano Lombardo, founder, Ceo e Co-CIO Plenisfer Investments Sgr
La reazione dei mercati all’attacco sferrato il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele al regime dell’Iran, è stata immediata. Petrolio, oro e titoli della difesa hanno registrato oggi forti rialzi, mentre l’azionario ha scontato il rischio di un deterioramento del quadro macro. Sebbene il Presidente Trump abbia annunciato che l’intervento dovrebbe concludersi entro poche settimane, resta un’elevata incertezza sulla sua durata. Ci sono, inoltre, rischi di una propagazione regionale, mentre l’Iran potrebbe puntare ad aumentare il costo economico del conflitto, anche attraverso pressioni sulle rotte energetiche e sul traffico marittimo.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta il nodo strategico: circa il 20% del consumo globale di petrolio e una quota analoga del commercio mondiale di gas naturale liquefatto transitano da lì, con oltre l’80% dei flussi di greggio diretti verso l’Asia. La variabile critica diventa, quindi, la durata della disruption nei mercati energetici. L’economia globale ha dimostrato resilienza negli ultimi anni e potrebbe assorbire uno shock di breve periodo tramite il rilascio delle riserve strategiche. Un’interruzione prolungata, su scala di mesi, riaprirebbe invece in modo concreto il rischio di uno shock inflazionistico, con dinamiche potenzialmente stagflazionistiche che il mercato non sembra prezzare.
Difficile dire oggi quale possa essere l’esito più probabile della guerra. Gli scenari possibili vanno da una tregua, al cambio di regime - di cui è difficilissimo prevedere i contorni - fino a scenari estremi di intervento di Russia o Cina. Improbabili, ma non impossibili.
In ogni caso, contrariamente a chi prevedeva degli USA “isolazionisti” questa guerra dimostra che Trump è disposto ad agire anche al di fuori della cosiddetta zona di influenza, cosa che non era prevista secondo la “dottrina Monroe” (sfera di influenza: America del Nord e America Latina).
In un mondo sempre più bipolare, una competizione sostenuta tra Stati Uniti e Cina è l’implicazione a lungo termine più rilevante: riarmo, reindustrializzazione, supremazia tecnologica (AI) e competizione per le materie prime chiave. Questi sono i principali temi di investimento “geopolitico”.
Implicazioni per i portafogli
In questa fase riteniamo appropriato un approccio più prudente sul rischio complessivo di portafoglio. L’incertezza geopolitica si somma ad altri fattori già presenti: le trasformazioni indotte dall’intelligenza artificiale in alcuni segmenti del mercato (in particolare nel software) e tensioni emerse nel private credit, con riflessi soprattutto sul comparto finanziario. Un conflitto prolungato potrebbe incidere negativamente su crescita e inflazione, penalizzando l’azionario nel suo complesso, con l’eccezione relativa di settori specifici come energia e difesa/aerospazio.
L’oro si manterrebbe invece su valori elevati, continuando a svolgere una funzione di stabilizzatore di portafoglio in un contesto di rischio geopolitico elevato e incertezza macro persistente.

Kerstin Hottner, Head of Commodities, Vontobel

Il conflitto militare in corso tra Stati Uniti/Israele e Iran ha provocato forti ripercussioni sui mercati energetici globali, con implicazioni significative per i flussi di petrolio e gas, in particolare attraverso lo stretto di Hormuz. Man mano che la situazione si evolve, la durata e l’intensità del conflitto saranno fattori chiave che determineranno lo scenario energetico nel breve termine.
Lo stato attuale del conflitto e i flussi energetici
Lo Stretto di Hormuz, un punto nevralgico per il commercio energetico globale, ha di fatto cessato le operazioni a causa del conflitto. Questa via navigabile strategica, attraverso la quale vengono esportati circa 14 milioni di barili al giorno (mbpd) di petrolio greggio, 5-6 mbpd di prodotti petroliferi raffinati e 115 miliardi di metri cubi (BCM) di gas naturale liquefatto (GNL), è ora in stallo. Sebbene l’Iran abbia preso di mira le navi in transito nello stretto, non sono ancora stati intrapresi sforzi su larga scala per minare o bloccare completamente il passaggio. Inoltre, finora nessuna infrastruttura o impianto energetico di rilievo ha subito danni significativi.
Ciononostante, l’incertezza che circonda il conflitto ha portato a un approccio cauto e attendista da parte di spedizionieri, produttori di petrolio e compagnie assicurative. Le notizie di navi danneggiate e di tensioni crescenti hanno accentuato le preoccupazioni e i mercati energetici si stanno preparando a potenziali interruzioni.
Scenario principale: una campagna breve ma intensa
Sebbene la durata del conflitto rimanga incerta, riteniamo che vi sia un’alta probabilità di una campagna militare breve ma intensa. Questo scenario è fondamentalmente diverso dalla guerra di 12 giorni dell’estate del 2025, caratterizzata da un attacco mirato degli Stati Uniti contro i siti nucleari iraniani, seguito da una ritorsione limitata e da un ritorno ai negoziati. Questa volta, la portata e gli obiettivi sono molto più ampi.
L’attuale campagna sembra mirare non solo alle capacità nucleari dell’Iran, ma anche alle sue strutture missilistiche balistiche, alle difese aeree e alle risorse navali. Inoltre, l’obiettivo generale sembra essere il cambio di regime, piuttosto che il semplice ritorno dell’Iran al tavolo dei negoziati. L’Iran, a sua volta, ha risposto con una rappresaglia più aggressiva e diffusa, prendendo di mira le risorse e le strutture statunitensi in tutta la regione, nonché le aree civili e le infrastrutture critiche in Israele, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait, Giordania, Iraq, Qatar e Bahrein. Sebbene i danni siano stati finora limitati, le azioni dell’Iran sottolineano la sua convinzione che la forza sia l’unica leva rimasta a sua disposizione di fronte all’esaurimento delle opzioni diplomatiche.
Considerando l’attuale andamento, prevediamo che gli Stati Uniti cercheranno di concludere rapidamente la loro campagna militare. Washington ha forti incentivi a porre fine al conflitto in tempi brevi, poiché le scorte regionali sono limitate e altre priorità urgenti di politica estera e interna richiedono attenzione. È probabile che gli Stati Uniti e Israele dichiarino “missione compiuta” entro pochi giorni, sostenendo di aver indebolito in modo significativo il regime iraniano e lasciando al popolo iraniano il compito di perseguire un cambiamento di regime.
Nel breve termine, questo scenario potrebbe portare a un Iran politicamente instabile e significativamente indebolito, con una capacità ridotta almeno per alcuni anni di minacciare i Paesi vicini. Tuttavia, l’instabilità in Iran potrebbe avere conseguenze di vasta portata per la regione, creando potenzialmente un vuoto di potere e prolungando le tensioni geopolitiche.
Dal punto di vista dei mercati energetici, riteniamo che i flussi di petrolio non subiranno interruzioni significative e che l’attuale forte backwardation nella curva dei futures dovrebbe iniziare ad appiattirsi una volta che gli Stati Uniti interromperanno la loro campagna. Tuttavia, la situazione rimane fluida e diversi rischi potrebbero alterare questa prospettiva.
Rischi principali
Escalation dell’Iran: se l’Iran ritiene di non avere nulla da perdere, potrebbe intensificare le proprie azioni per danneggiare in modo più significativo gli Stati Uniti e i loro alleati, prendendo potenzialmente di mira infrastrutture energetiche critiche. Ciò potrebbe causare un forte aumento dei prezzi dell’energia e interruzioni prolungate dei flussi di petrolio e gas. 
Conflitto regionale prolungato: un conflitto a lungo termine che coinvolga l’Iran, Israele e altri paesi del Medio Oriente potrebbe destabilizzare la regione per anni, mantenendo un sostanziale premio di rischio geopolitico incorporato nei prezzi del petrolio. Uno scenario del genere avrebbe implicazioni di vasta portata per i mercati energetici globali e la stabilità economica.
Volatilità dei mercati: l’incertezza che circonda il conflitto ha già introdotto una significativa volatilità nei mercati energetici. Prevediamo una certa ripresa con l’attenuarsi del conflitto, ma permane il rischio di ulteriori interruzioni.
Il conflitto militare tra Stati Uniti e Iran ha creato un clima di grande incertezza per i mercati energetici globali. Sebbene prevediamo che il conflitto avrà una durata relativamente breve, non è possibile ignorare il potenziale di escalation e di instabilità regionale a lungo termine. Nel frattempo, il settore energetico deve rimanere vigile e preparato a potenziali interruzioni, mentre i responsabili politici e gli operatori di mercato lavorano per mitigare i rischi e garantire la stabilità della catena di approvvigionamento energetico globale. I prossimi giorni saranno cruciali per determinare la traiettoria di questo conflitto e il suo impatto sui mercati del petrolio e del gas.
 
Thomas Mucha, geopolitical strategist di Wellington Management

Dal punto di vista degli investitori, la differenza chiave è il passaggio dalla deterrenza al warfighting diretto tra Stati Uniti e Iran. Questo comporta due implicazioni principali. Primo, cambiano gli incentivi di Teheran. La retorica statunitense si è spinta oltre obiettivi strettamente militari verso una pressione massima sul regime, riducendo gli incentivi iraniani alla moderazione e aumentando la probabilità di una risposta sostenuta, non solo simbolica. Secondo, si è ampliata la dimensione geografica del conflitto. Gli attacchi all’interno dell’Iran hanno già prodotto effetti in Israele e nel Golfo, aumentando il rischio che Paesi terzi, infrastrutture civili e asset economici strategici vengano coinvolti, intenzionalmente o meno. L’incertezza sulla successione interna iraniana complica ulteriormente la gestione dell’escalation.
L’impatto sui mercati dipenderà meno dalle intenzioni dichiarate di Washington - ormai chiare - e più dalle scelte concrete di Teheran e dalla dinamica regionale. I principali “signpost” sono i seguenti:
Ampiezza e natura della ritorsione iraniana: L’estensione della lista dei bersagli sarà determinante. Attacchi limitati a obiettivi militari israeliani implicherebbero un rischio più contenuto rispetto a un’espansione verso basi USA, infrastrutture del Golfo, obiettivi civili o cyberattacchi. Più ampia è la platea dei target, maggiore è la probabilità di conflitto regionale prolungato.
Rischi per le infrastrutture energetiche: Attacchi confermati o minacce credibili contro impianti petroliferi e del gas in Iran o nei Paesi del Golfo aumenterebbero in modo significativo il premio per il rischio sul petrolio. Anche senza distruzioni su larga scala, un contesto di minaccia persistente può sostenere volatilità e tensioni sui prezzi.
Shipping e Stretto di Hormuz: Una chiusura totale resta uno scenario a bassa probabilità ma ad altissimo impatto. Più plausibili sono episodi di molestia alle navi commerciali, rischi di mine, aumento dei costi assicurativi, deviazioni delle rotte o rallentamenti prolungati, tutti fattori sufficienti a generare volatilità nei mercati energetici e nei trasporti.
Durata e intensità delle operazioni militari: Le valutazioni dei danni inflitti saranno cruciali. Se la campagna dovesse estendersi da “giorni” a settimane, ciò indicherebbe una degradazione incompleta delle capacità iraniane e aumenterebbe il rischio di conflitto prolungato.
 Variabili secondarie ma decisive
Accanto agli indicatori immediati, una serie di fattori di secondo livello influenzerà la traiettoria del conflitto:
Attivazione dei proxy regionali (Houthi, milizie sciite in Iraq e Siria, Hezbollah): un loro coinvolgimento attivo amplierebbe il conflitto su scala regionale.
Postura delle forze USA nella regione: misure di protezione e dispersione dei circa 40.000 militari statunitensi presenti nell’area saranno un indicatore della percezione del rischio.
Coinvolgimento dei Paesi del Golfo: intercettazioni missilistiche, chiusure prolungate dello spazio aereo e operazioni difensive indicheranno quanto i partner regionali vengano “trascinati” nel conflitto.
Segnali diplomatici concreti: più rilevanti delle dichiarazioni pubbliche saranno eventuali azioni tangibili di de-escalation.
Reazione politica interna in Iran: proteste, segnali di sostegno al regime o capacità dell’IRGC di mantenere il controllo saranno cruciali nel contesto post-Khamenei.
Reazione politica negli Stati Uniti: dinamiche congressuali e opinione pubblica influenzeranno la sostenibilità della campagna.
Posizionamento di Cina e Russia e degli alleati USA: un eventuale supporto concreto, oltre la retorica, segnerebbe un ulteriore passo verso la frammentazione geopolitica.
Rischio di “mission creep”: un impegno militare prolungato in Medio Oriente potrebbe ridurre l’attenzione strategica USA su altri dossier globali.
Nel brevissimo termine, i mercati dovrebbero concentrarsi meno sui titoli e più sugli indicatori osservabili: ampiezza della risposta iraniana, coesione tra regime e apparato militare, rischi per energia e shipping, e durata della campagna militare. Le prossime 24–72 ore saranno determinanti per capire se il conflitto stia cercando un “tetto” o stia scivolando verso un confronto prolungato.
Nel medio-lungo periodo, questa escalation si inserisce in un contesto di crescente frammentazione geopolitica globale. Anche in presenza di una stabilizzazione tattica, le soglie superate tra fine febbraio e inizio marzo sono destinate a lasciare un premio per il rischio più elevato e persistente nei mercati energetici, nelle valutazioni macro e nelle scelte strategiche degli attori globali.

(CityWire del 02/03/2026)

 
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