Venerdì 5 giugno 2026
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5 maggio 1821-5 maggio 2026 – Duecentocinque anni dalla morte di Napoleone Bonaparte

Articolo · Annapaola Laldi ·

Con lettera semiseria al ministro (pro tempore) dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara.

 

Signor ministro, non se ne abbia a male se oso dubitare che Lei si sia ricordato stamane, svegliandosi, che oggi, duecentocinque anni fa, moriva Napoleone Bonaparte. Non so neppure se, nei Suoi continui rimaneggiamenti dei programmi di elementari, medie e superiori, abbia lasciato un posticino nella materia “Storia” al grande Corso, oppure lo abbia sacrificato per motivi semipolitici, tipo che il Generale guidò un’armata, la Grande Armata,  per invadere e annettere al suo impero anche la Russia (dio non voglia che si possa urtare la delicata sensibilità di Vladimir Vladimirovič!). Il fallimento di questa impresa segnò, però, l’inizio della fine per l’Imperatore francese, ma di origini italiane, dato che dei Bonaparte risultano essere state diverse case fra Lucchesia e Lunigiana (sulla strada che porta a Pontremoli).

Ma, data la Sua propensione a considerare i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni come un’opera che “non [è] più un classico contemporaneo” e ha un linguaggio troppo complesso, tanto da invitare a proporre nel biennio delle superiori testi “meno complessi dal punto di vista linguistico”, ho l’impressione (e mi dica se sbaglio) che l’ode Cinque Maggio dello stesso Manzoni, che riporto integralmente qui sotto, possa essere per Lei una sorta di abominio linguistico. Eppure è bella! Le dò atto che il linguaggio è vetusto, ma basta che un bravo insegnante di italiano, appassionato della sua materia e dell’insegnamento, legga il componimento con passione e poi lo faccia rileggere agli alunni, chiedendo loro quali difficoltà hanno a comprendere bene il testo – basta questo per offrire alle giovani menti e ai giovani cuori uno sguardo sia sulle imprese di Napoleone, sia sui suoi sentimenti quando si trova in esilio a Sant’Elena, così come sul sentimento e la postura morale di Alessandro Manzoni che, di fronte al Napoleone vittorioso e a quello perdente è rimasto in silenzio, mentre solo adesso, che Napoleone è morto, si commuove riconoscendo la sua grandezza, come si legge nei versi 13-24, pur chiedendosi se quella di Napoleone fu vera gloria.

(Ma gli alunni non hanno solo l’insegnante ad aiutarli nella comprensione del testo, possono anche andare su Internet, dove troveranno delle buone spiegazioni).

 

“Ei fu. Siccome immobile,

dato il mortal sospiro,

stette la spoglia immemore

orba di tanto spiro,

così percossa, attonita

la terra al nunzio sta,

muta pensando all’ultima

ora dell’uom fatale;

né sa quando una simile

orma di piè mortale

la sua cruenta polvere

a calpestar verrà.

Lui folgorante in solio

vide il mio genio e tacque;

quando, con vece assidua,

cadde, risorse e giacque,

di mille voci al sonito

mista la sua non ha:

vergin di servo encomio

e di codardo oltraggio,

sorge or commosso al subito

sparir di tanto raggio;

 e scioglie all’urna un cantico

che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

di quel securo il fulmine

tenea dietro al baleno;

scoppiò da Scilla al Tanai,

dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri

l’ardua sentenza: nui

chiniam la fronte al Massimo

Fattor, che volle in lui

del creator suo spirito

più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida

gioia d’un gran disegno,

l’ansia d’un cor che indocile

serve pensando al regno;

e il giunge, e tiene un premio

ch’era follia sperar;

tutto ei provò: la gloria

maggior dopo il periglio,

la fuga e la vittoria,

la reggia e il tristo esiglio;

due volte nella polvere,

due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,

l’un contro l’altro armato,

sommessi a lui si volsero,

come aspettando il fato;

ei fe’; silenzio, ed arbitro

s’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio

chiuse in sì breve sponda,

segno d’immensa invidia

e di pietà profonda,

d’inestinguibil odio

e d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago

l’onda s’avvolve e pesa,

l’onda su cui del misero,

alta pur dianzi e tesa,

scorrea la vista a scernere

prode remote invan;

tal su quell’alma il cumulo

delle memorie scese!

Oh quante volte ai posteri

narrar sé stesso imprese,

e sull’eterne pagine

cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito

morir d’un giorno inerte,

chinati i rai fulminei,

le braccia al sen conserte,

stette, e dei dì che furono

l’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili

tende, e i percossi valli,

e il lampo de’ manipoli,

e l’onda dei cavalli,

e il concitato imperio,

e il celere ubbidir.

Ahi! Forse a tanto strazio

cadde lo spirto anelo,

e disperò; ma valida

venne una man dal cielo

e in più spirabil aere

pietosa il trasportò;

e l’avviò, pei floridi

sentier della speranza,

ai campi eterni, al premio

che i desideri avanza,

dov’è silenzio e tenebre

la gloria che passò.

Bella Immortal! benefica

Fede ai trionfi avvezza!

scrivi ancor questo, allegrati;

ché più superba altezza

al disonor del Golgota

giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri

sperdi ogni ria parola:

il Dio che atterra e suscita,

che affanna e che consola,

sulla deserta coltrice

accanto a lui posò”.

 

Una piccola aggiunta “fuori sacco”.

Pensando ad Alessandro Manzoni, oggi giorno poco capito e forse anche un po’ sbertucciato da qualche saccente di passaggio, mi è venuta in mente la poesia di quel toscanaccio di Giuseppe Giusti che scrisse nel 1845, quindi tre anni prima della rivolta dei patrioti italiani a Milano (Le Cinque Giornate), la poesia che si intitola Sant’Ambrogio, e che inizia rivolgendosi a una “Eccellenza” austriaca o austricante del capoluogo lombardo, allora capitale del Lombardo-Veneto. Non voglio aggiungere altro, perché la vicinanza tra l’atteggiamento dell’Eccellenza austriaca e l’atteggiamento di alcuni, oggi, è veramente lampante. Almeno secondo me.

Giusti entra in quella chiesa e dice così:

“M’era compagno il figlio giovinetto/ D’un di que’ capi un po’ pericolosi,/ Di quel tal Sandro autor d’un Romanzetto/ Ove si tratta di Promessi Sposi./ Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?/ Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,/ In tutt’altre faccende affaccendato,/ A questa roba è morto e sotterrato”.

 

Per chi è curioso di sapere il resto, ecco il link

 

 

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