Marocco: la svolta della cannabis terapeutica nella regione del Rif

Come riporta Arte.tv nel suo 360mo Reportage intitolato Maroc, le tournant du cannabis médical (trasmesso il 5 maggio 2026 e disponibile fino al 26 dicembre 2026), il Marocco si trova al centro di una trasformazione storica: un paese che per decenni è stato il principale produttore mondiale di cannabis illegale sta cercando di costruire una filiera legale a fini terapeutici, cosmetici e industriali.
La coltivazione della cannabis ha radici antichissime nel nord del Marocco, in particolare nella regione montuosa del Rif. Sono circa 300.000 le famiglie che per generazioni hanno vissuto della coltivazione di questa pianta, dalla cui lavorazione si ricavano marijuana e hashish. Per decenni le autorità hanno tollerato questa produzione pur rimanendo formalmente illegale, creando una zona grigia in cui i contadini erano intrappolati tra povertà, traffici illeciti e il rischio costante di perseguimento penale.
Nel 2021 il Parlamento marocchino ha approvato con 61 voti favorevoli e 25 contrari una legge che legalizza la coltivazione e la commercializzazione della cannabis per uso medico e industriale, mantenendo invece il divieto assoluto per l'uso ricreativo. La legge prevede la creazione di un'agenzia nazionale — l'ANRAC — che detiene il monopolio sulla commercializzazione e controlla tutte le fasi della filiera: dalla certificazione delle varietà di piante alla concessione delle licenze ai coltivatori, che devono obbligatoriamente organizzarsi in cooperative autorizzate dallo Stato.
Il reportage di Arte documenta come questa svolta legislativa stia producendo effetti concreti ma contraddittori nella regione del Rif. Da un lato, la zona — storicamente percepita come una delle più ribelli del paese — ha attirato in breve tempo ministri, industriali e laboratori farmaceutici desiderosi di posizionarsi su un mercato globale stimato in decine di miliardi di dollari. Il raccolto legale del 2023 ha prodotto circa 296 tonnellate di cannabis autorizzata, e il numero di agricoltori con licenza è cresciuto significativamente.
Dall'altro lato, il cammino verso la legalità si rivela spesso deludente per i piccoli coltivatori. Le condizioni climatiche della regione — in particolare la siccità e la scarsità d'acqua — aggravano la concorrenza già intensa tra gli agricoltori. Le regole stringenti della produzione farmaceutica legale e gli alti standard di controllo scoraggiano molti di loro. Ma soprattutto, come evidenzia il reportage, pesa la sfiducia profonda verso lo Stato: arbitrio e corruzione sono percepiti come fenomeni endemici, e diversi agenti di polizia corruttibili traggono profitto dal mercato illegale, sabotando di fatto il processo di legalizzazione.
Il divario economico tra le due filiere è emblematico. Secondo l'ANRAC, un chilo di cannabis prodotta illegalmente viene pagato al coltivatore tra 1 e 2 euro, mentre quello proveniente dalla filiera autorizzata arriva a circa 7,5 euro. Nonostante questo incentivo, la maggior parte degli agricoltori — stimati in circa 400.000 persone senza licenza — non ha ancora compiuto il salto verso la legalità. Le grandi aziende farmaceutiche e gli investitori stranieri rischiano di prendere il posto dei vecchi intermediari del narcotraffico, senza che i contadini più poveri ne beneficino realmente.
Il reportage restituisce anche le tensioni all'interno delle stesse famiglie del Rif, divise tra chi vede nella legalizzazione un'opportunità di riscatto e chi teme di essere ulteriormente marginalizzato da un sistema pensato, come denuncia uno studente universitario figlio di un coltivatore locale, «in stanze climatizzate senza consultare gli agricoltori». Il mercato illegale, del resto, continua a prosperare: secondo l'Agenzia europea per le droghe (EUDA), la maggior parte della resina di cannabis sequestrata in Europa proviene tuttora dal Marocco.