Giovedì 4 giugno 2026
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MDMA contro l'angoscia del cancro terminale: trial clinico in Nuova Zelanda

Articolo · Redazione ·
National Cancer Institute - Unsplash
Foto: National Cancer Institute — Unsplash (Unsplash License (libero uso))

Una diagnosi di cancro in stadio avanzato può spegnere la voglia di vivere ancor prima della malattia stessa. Ansia, depressione, senso di isolamento: sono le conseguenze psicologiche più comuni per chi affronta una prognosi terminale. È da questa realtà che parte il racconto di Shannon Gleeson, avvocata aziendale che vive a Melbourne e che, dopo aver ricevuto una diagnosi di cancro terminale nell'aprile del 2023, ha scelto di prendere parte a un trial clinico in Nuova Zelanda sulla psicoterapia assistita da MDMA.

 

Come riporta il NZ Herald, dopo la diagnosi Gleeson è diventata sempre più chiusa in se stessa, faticando a condividere i propri pensieri con chi le stava vicino. "Sembrava che ci fosse un enorme divario tra ciò che tutti gli altri intorno a me vivevano e me stessa — loro vivevano, io stavo solo cercando di sopravvivere", ha raccontato. Quando ha scoperto l'esistenza del trial neozelandese, ha colto immediatamente l'occasione, volando dall'Australia alla Nuova Zelanda per parteciparvi.

Lo studio — il primo del genere nella storia della Nuova Zelanda — è condotto dall'Università di Otago e dall'Università di Auckland, con sedi operative a Dunedin e Auckland. Punta a reclutare 32 pazienti oncologici in stadio avanzato che soffrono di depressione e ansia. I partecipanti vengono assegnati in modo casuale a ricevere 120 mg di MDMA oppure un placebo attivo con effetti stimolanti simili. Lo studio è in doppio cieco: né i partecipanti né i ricercatori sanno chi ha ricevuto la sostanza reale fino alla conclusione della sperimentazione. Al termine del trial randomizzato, viene offerta a tutti la possibilità di una sessione aggiuntiva con MDMA, sapendo con certezza di riceverla.

Gleeson ha scelto proprio questa opzione. Si è ritrovata in una clinica di Auckland, sdraiata sotto una coperta e con un paio di grandi cuffie sulle orecchie, dopo aver ricevuto la dose di MDMA. Durante la sessione, durata circa sette ore, vividi ricordi e immagini hanno preso forma nella sua mente, riportandola a rivivere episodi della propria vita. La terapia non si esaurisce in quella singola seduta: prevede sessioni preparatorie e di integrazione da 90 minuti prima e dopo l'esperienza, oltre a telefonate e questionari di follow-up nei mesi successivi.

 

Da allora, Gleeson ha ripreso a viaggiare e ha avviato un progetto imprenditoriale. Sente che la terapia le ha restituito la capacità di vivere pienamente, nonostante la diagnosi. Eppure tiene a precisare che non si tratta di una soluzione miracolosa: anche la terapia ordinaria, una dieta equilibrata e l'attività fisica contribuiscono al suo benessere. E attribuisce una parte fondamentale del risultato alla professionalità dei clinici e al modo in cui l'hanno tenuta informata lungo tutto il percorso, più che agli effetti isolati della sostanza.

 

Dal punto di vista scientifico, l'MDMA agisce riducendo temporaneamente l'attività dell'amigdala, la regione del cervello associata alla paura. Questo meccanismo, spiegano i ricercatori, può aiutare le persone a elaborare emozioni legate a rimpianti, questioni irrisolte o esperienze traumatiche. Lo psichiatra David Menkes, che ha lavorato per decenni con pazienti gravemente malati, sottolinea come la valutazione clinica dell'MDMA per depressione e ansia stia cambiando profondamente. Studi condotti negli Stati Uniti hanno già evidenziato risultati promettenti nel trattamento del disturbo da stress post-traumatico e dell'ansia nei malati terminali.

 

In Australia, la Therapeutic Goods Administration (TGA) ha già autorizzato l'uso dell'MDMA — noto anche come ecstasy — per il trattamento del disturbo da stress post-traumatico, ma il costo del trattamento rimane elevato, attorno ai 20.000 dollari australiani. In Nuova Zelanda, il governo non ha ancora mostrato la stessa apertura normativa verso l'uso terapeutico degli psichedelici, anche se la ricerca accademica continua ad avanzare in modo indipendente.

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