In memoria e onore di fra Girolamo Savonarola – (Ferrara 21 settembre 1452 – Firenze 23 maggio 1498)

«Qui/ Dove con i suoi/ confratelli Fra Domenico/ Buonvicini e fra Silvestro/ Maruffi il XXIII maggio/Del MCCCCXCVIII per iniqua/ sentenza fu impiccato ed arso/Fra Girolamo Savonarola/Dopo quattro secoli/Fu collocata questa memoria».
Questa scritta, apposta nel 1898 sul pavimento di piazza della Signoria, a Firenze, sulla lapide rotonda di porfido rosso davanti al Biancone, può essere letta da chiunque passi per la suddetta piazza e abbia l’avvertenza di guardare, per un momento, ai propri piedi.
Vi si parla di “iniqua sentenza”, dato che la storia ha dimostrato che Girolamo Savonarola era stato vittima di calunnie e, quindi, ingiustamente condannato a morte per l’ostilità del papa di allora, Rodrigo Borgia, salito al soglio pontificio col nome di Alessandro VI nel 1492, uno dei papi più corrotti di tutta la storia, che aveva numerose amanti e molti figli illegittimi, a diversi dei quali assicurò titoli nobiliari e cospicue prebende. Specialmente l’elezione simoniaca del Borgia, che si era comprato l’elezione al soglio di Pietro, aveva scandalizzato il priore di San Marco, fra Girolamo da Ferrara, il quale aveva manifestato apertamente la necessità di indire un Concilio per attuare una riforma che riportasse la Chiesa cattolica alla moralità, alla carità, alla vicinanza ai poveri. (E qui bisogna ricordare che l’agostiniano Martin Lutero aveva per Savonarola un’autentica venerazione e, forse, quando alla Dieta di Worms, nel 1521, già scomunicato, di fronte all’imperatore Carlo V, sotto la minaccia di una condanna a morte, pronunciò il famoso “Non posso fare altrimenti”, aveva davanti agli occhi proprio l’esempio di fra Girolamo).
Per capire più profondamente la missione da cui era animato fra Girolamo, la sua vocazione, mi pare giusto osservare i due monumenti che gli sono stati dedicati, uno a Ferrara, dove è nato, e l’altro a Firenze, dove arrivò, la prima volta, nel 1482 quando aveva trent’anni, e la seconda nel 1490, su invito di Lorenzo il Magnifico, per restarvi fino alla morte, osannato da molti, e da molti, anche, avversato.


E’ bene tenerli accanto, perché, per quello che ho capito, l’espressione e la postura del frate nelle due sculture ne fornisce un ritratto completo. E interessante, prima di tutto, è la loro origine. Sono stati scolpiti ambedue intorno al 1875. A Ferrara la statua fu messa subito dove si trova adesso; a Firenze, invece, pur pronta, dovette aspettare il posizionamento in piazza Savonarola fino al 1921. Da ricordare che anche la lapide in piazza della Signoria fu inaugurata nel 1898. In pratica, tutte queste memorie devono la vita alla ventata di anticlericalismo che percorse allora l’Italia, dopo la presa di Roma e la fine del potere temporale dei papi (1870). Savonarola era, sì, un frate, ma si era dimostrato anche un cristiano autentico, serio, ed era stato, come già ricordato, un giudice severo del papato dei suoi tempi. Non solo, era stato anche fautore della nascita della Repubblica fiorentina nel 1494, con l’arrivo di Carlo VIII e la fuga di Piero de’Medici.
Ma osserviamo adesso i monumenti:
Mentre la statua fiorentina ce l’ho sempre sotto gli occhi, quella ferrarese l’ho riscoperta nel febbraio scorso, quando tornai a Ferrara dopo molti anni.
Mi colpì, allora, il volto come scarnificato di fra Girolamo, che mi sembrò piuttosto imbruttito (rispetto al ritratto di fra Bartolommeo), e, soprattutto, abbastanza più brutto di quello della statua fiorentina.
Giudizio superficiale, anzi, decisamente grezzo.
Me ne sono resa conto, quando ho chiesto a un’amica, di cui apprezzo l'acuta capacità di osservazione, quale le piacesse di più. Lei è stata sintetica – «A me la prima, senza crocifisso, senza il giglio, nella sua essenza di predicatore».
Le ho confessato la mia superficialità, essendomi limitata a una questione “estetica” che rivelava la mia ignoranza sulla vita di Savonarola, il che mi ha portato a riflettere e a leggere due sue biografie.
Così, mi è venuto in mente che anche il volto “scarnificato” della statua ferrarese sia stato voluto dallo scultore proprio per far capire l’anima del domenicano appassionata nella sequela di Gesù Cristo, e mi sono ricordata il motto dei domenicani: «Nos predicamus Christum crocifixum», motto che trova la sua espressione artistica nelle numerose celle di San Marco, dove il Beato Angelicò ha affrescato la crocifissione di Gesù, ogni volta con particolari diversi.
A questo punto mi sono anche chiesta che cosa vuole comunicare il monumento fiorentino, con il frate che appoggia la mano sinistra sullo scudo col giglio fiorentino e la destra che solleva in alto la croce.
Il giglio di Firenze - fra Girolamo è ferrarese, ma è anche fiorentino. Egli fu adottato dalla città di Firenze, per meglio dire, dai fiorentini più poveri e oppressi che pativano sotto il dominio mediceo che, in apparenza, rispettava la democrazia dell’antica Repubblica, ma, in realtà, era ormai una vera tirannia, anche spietata, specialmente sotto Lorenzo il Magnifico che faceva il bello e brutto tempo, sia nella politica interna sia in quella estera, pur avendo sensibilità artistica (era un poeta di valore) ed essendo un grande mecenate che aveva attratto o trattenuto alla sua corte il fior fiore degli artisti e delle menti più eccelse dell’epoca, fra gli altri, Sandro Botticelli, Agnolo Poliziano, Giovanni Pico della Mirandola, i quali, tuttavia, divennero seguaci del priore di San Marco.
La croce brandita come un’arma – fra Girolamo aveva intrapreso una crociata contro la prepotenza e l’ostentazione dei ricchi. Ma la croce è un’arma che non uccide, bensì intende richiamare all’osservanza dei comandamenti di Dio, nel decalogo – non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza … E nell’imperativo dell’amore per il prossimo, che Gesù Cristo insegna e dimostra con la sua dedizione ai poveri, ai malati, in particolare ai lebbrosi, a tutti quelli che erano ai margini della società, donne comprese.
Nelle biografie che ho letto, ho trovato tracce di questa tendenza di fra Girolamo a brandire la croce. Un esempio per tutti, l’episodio che lo vide opporsi a Carlo VIII alcuni giorni dopo il suo ingresso a Firenze, il 15 novembre 1494, per fermare il sovrano dall’ordinare saccheggi e violenze. E fu proprio in quell’occasione che Savonarola emerse, agli occhi della gran parte dei fiorentini, come un leader politico e spirituale.
Sul mettere a tacere Savonarola si trovarono d’accordo il Borgia e i Medici che volevano tornare a Firenze e vedevano nel frate l’ostacolo più grande. I “Palleschi”, cioè i loro fautori diventarono più numerosi, quando il papa minacciò di interdetto la Repubblica, se non avesse impedito al frate di predicare, cosa che egli continuava a fare, nonostante la scomunica. Interdetto voleva dire niente più servizi religiosi, e inoltre il blocco dei commerci, per la scomunica che avrebbe colpito chi avesse intrattenuto relazioni di qualunque genere con la Repubblica. Le nubi si addensarono sulla testa dei frati di San Marco fino al punto che i nemici di Savonarola assalirono il loro convento la domenica delle Palme, il 7 aprile 1498.
Vista l’impossibilità di resistere e per non provocare altre vittime, fra Girolamo decise di consegnarsi. Alle due del mattino dell’8 aprile, lunedì santo, fu arrestato vicino alla libreria di Michelozzo, nel convento di San Marco e rinchiuso in una cella nella Torre di Arnolfo. Come già ricordato, gli restarono accanto fra Domenico Buonvicini e fra Silvestro Maruffi, con i quali condivise torture e interrogatori, i cui verbali, pur firmati dai prigionieri, sono risultati in seguito contraffatti, perché bisognava che i tre frati fossero condannati a morte.
E’ triste pensare che tanti, troppi fiorentini, che si ritenevano così pii, abbiano trascorso la settimana Santa, la Pasqua e il periodo successivo fino all’Ascensione, nell’attesa spasmodica dell’impiccagione dei tre frati che avevano vissuto con onestà la loro vocazione. Fin dall’alba del 23 maggio, festa dell’Ascensione, la piazza della Signoria era gremita di gente, fra cui c’erano anche molte persone intimamente sconvolte per la sorte dei frati, da cui si erano sentite capite e aiutate. Il patibolo era stato innalzato nel luogo, dove poi, un po’ più arretrata, sarebbe stata costruita la fontana del Biancone, e aveva tre capestri. E qui c’è un particolare singolare; le tre travi che li reggevano avevano la forma di una croce; fu fatto di tutto per evitarlo, ma non ci fu verso. Come un segno dal cielo che ammoniva: li state crocifiggendo!
Del resto, fra Girolamo una fine come questa se l’aspettava, anzi la desiderava per essere simile al suo Signore. Così aveva risposto alla proposta di farlo cardinale, che il papa gli aveva fatto comunicare, nel tentativo di allontanarlo da Firenze: «Io non voglio gloriarmi se non di te, o Signore. Io non voglio cappelli, non mitrie grandi né piccole, non voglio se non quello che tu hai dato ai tuoi santi: la morte. Un cappello rosso, un cappello di sangue, questo desidero».
Fra Girolamo fu l’ultimo a essere impiccato, e subito dopo fu dato fuoco alla pira che era stata collocata alla base del patibolo, affinché dei tre corpi non restasse nulla, se non cenere – la cenere dei loro corpi mescolata a quella del legname usato per bruciarli, che subito fu gettata in Arno.
Se, distruggendo tutto dei tre martiri, i nemici di Savonarola pensavano di far cadere l’oblìo su lui e le sue idee, è chiaro che si sbagliarono. Anzi, è successo il contrario, a dimostrazione che il fuoco può distruggere i corpi, ma non la memoria delle persone che hanno dato la vita per amore del prossimo.
Bibliografia
Pasquale Villari, La storia di Girolamo Savonarola, Felice Le Monnier, Firenze 1930. [La prima edizione di questa monumentale biografia risale al 1905. Sono due volumi ponderosi e, nel contempo di godibilissima lettura, fino dalle prefazioni, arricchiti da note che segnalano i codici consultati. Nella prefazione alla seconda edizione, quella che ho io, Villari dà conto delle sue ricerche di prima mano in biblioteche e archivi di tutta Italia, molti dei quali, peraltro a Firenze In ciascuno dei volumi vi è un’appendice con lettere e prediche del domenicano, nella stesura originale].
Per la biografia di Pasquale Villari
Maria Luisa Rizzatti (a cura di), Savonarola, Il monaco che bruciò sul rogo “le vanità” del Rinascimento A. Mondadori, Milano 1973 (fa parte della collana “I grandi contestatori”. [il titolo è un po’ fuorviante, perché di questi “roghi delle vanità” ve ne furono solo due, il primo il martedì grasso del 1497 e il secondo il martedì grasso del 1498, e, studi più approfonditi sulla vita di Savonarola, come quello di Gualazzi, hanno dimostrato che non vi furono bruciate forzosamente opere d’arte, gioielli, ecc., bensì oggetti di scarso valore, come carte da gioco, maschere di carnevale e altri oggetti da “mercatino delle pulci”.
Enzo Gualazzi, Savonarola, Rusconi Libri, Milano 1997 [è una biografia molto precisa di fra Girolamo, che secondo me, attinge molte informazioni dalla monumentale biografia del monaco domenicano di Pasquale Villari.
Don Andrea Gallo, Stefano Massini Io non taccio, (prediche di Girolamo Savonarola), Imprimatur editore, Reggio Emilia 2012; [è un peccato che non si trovi più, perché riporta i testi di alcune prediche di Savonarola in una versione moderna a cura di Stefano Massini – Alcune di queste sono di una attualità incredibile].