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Il museo della vergogna. Dalla Germania alla Turchia. Quello che ho imparato visitando l’Archivio della Stasi
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Articolo di Redazione
13 gennaio 2018 10:53
 
Vera Lengsfeld nacque nel 1952 nella DDR. Benché fosse candidata per l’ammissione nel Partito Comunista, in gioventù cominciò a frequentare la chiesa a Berlino e a criticare il partito. Ebbe una storia con un danese, e da lui ebbe un bambino. Su denuncia di un informatore dal nome di copertura “Donald” fu inserita nell’archivio della Stasi come “dissidente”. Dopo la caduta del muro e l’apertura degli archivi della Stasi venne alla luce chi era stato l’informatore: suo marito.
La scheda di Vera e del marito informatore la trovate oggi come prova sporca di un’epoca buia all’ingresso dell’edificio che ospita gli archivi della Stasi.
Quando recentemente ho visitato questo incredibile archivio, ho avvertito fino nel midollo la paranoia del regime come anche la paura, l’angoscia che esso procurava nella popolazione. Il partito, che alle elezioni otteneva il 99,5 percento di voti, e sapeva che questo “successo” dipendeva dal clima di paura procurato a bella posta, diffondeva la sensazione di avere occhi ovunque. Mise in piedi un esercito di spie. Alcune persone le allettava con favori, con altre ricorreva alle minacce: “Per te non sarebbe una bella cosa”. Più manifesta diventava la richiesta di libertà, più forte diventava la paranoia del sistema, e più aumentava la paranoia del sistema, più cresceva il numero degli informatori.
Per 16 milioni di cittadini della DDR la Stasi occupava 91.000 collaboratori che erano assistiti da 180.000 “aiutanti”, che erano gli informatori. Era stato costruito un sistema basato sulla paura, il silenzio e l’obbedienza. Ed era arrivato a tal punto che le persone denunciavano i propri coniugi.
Ma, a un certo punto, la paura fu superata, ed ecco che questo regime quarantennale arrivò alla fine. Quando, alla fine del 1989, ebbe inizio l’insurrezione, la Stasi tentò di distruggere il proprio archivio. Una parte dei documenti fu stracciata in un’atmosfera dominata dal panico, ma non tutto poté essere eliminato. Nell’assalto alla centrale della Stasi, il 15 gennaio 1990, una grande parte dell’archivio fu sequestrato e messo al sicuro.
Messi uno accanto all’altro, i 16.000 pacchi pieni di documenti costituirebbero un gigantesco archivio lungo 111 chilometri. Alcuni volevano bruciare ogni cosa, ma i nuovi governanti pensarono che il potere creato sulla segretezza dovesse essere messo in mostra e discusso, affinché una cosa del genere non accadesse mai più. Così, misero in ordine l’archivio e lo resero accessibile al pubblico. Con un faticoso lavoro furono rimessi insieme i documenti stracciati e creato un indice. Fu documentato come avvocati, medici, insegnanti avevano denunciato i loro clienti, pazienti, studenti, come le persone erano state schedate e le lettere aperte, copiate e richiuse.
Questi documenti, adesso, sono esposti in un “Museo della trasparenza”. Qui mi è stato detto che la direzione dell’archivio non è soltanto in mano allo Stato, ma che in essa vi sono rappresentati, come ONG, anche coloro che, nell’assalto del gennaio 1990, misero al sicuro i documenti. Le persone interessate possono prendere visione delle informazioni raccolte su di loro, i media e gli studiosi possono utilizzare l’archivio.
Nella visita del Centro di documentazione, un pezzo di storia della Germania, mi si è affacciato alla mente che tutto ciò corrisponde al buio, che noi stiamo vivendo ora in Turchia. E ho attinto la speranza che un bel giorno anche noi quell’edificio, in cui vengono raccolte le informazioni su di noi, lo visiteremo come un Museo della vergogna, in cui saranno esposti i misfatti dei suoi ex padroni. Vedremo che cosa c’è accanto al nostro nome sulla base delle informazioni dei nostri informatori, e ci divertiremo. E in quel museo impareremo che un regime basato sulla paura, che spinge le persone a spiare i propri coniugi, non dura per sempre.

(articolo di Can Dündar, pubblicato su “Die Zeit” n. 3/2018 del 10 gennaio 2018)
 
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