Lunedì 20 luglio 2026
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Narcoterrorismo: quando l'antidroga diventa guerra senza dichiarazione

Articolo · Redazione ·

Chiamare i cartelli della droga "narcoterroristi" non è una scelta lessicale neutra: è una mossa politica e giuridica che trasforma radicalmente gli strumenti a disposizione del governo statunitense. Lo spiega un'analisi pubblicata da Reason Magazine, che mette in guardia sulle implicazioni di questa strategia adottata dall'amministrazione Trump.

 

Un trafficante di droga è normalmente un indagato penale, soggetto ad arresti, estradizioni e sequestri. Un terrorista, invece, può essere trattato come un bersaglio militare. Questo passaggio — dall'applicazione della legge ordinaria alla logica bellica — è al centro della nuova strategia antidroga dell'amministrazione Trump, anche se l'idea di equiparare i cartelli al terrorismo viene da lontano.

 

Dal suo ritorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha intensificato la campagna contro i cosiddetti "narcoterroristi", inquadrando il narcotraffico come un "attacco armato" e cancellando di fatto il confine tra azione penale e azione di guerra. La sua amministrazione ha descritto i cartelli stranieri e altre organizzazioni criminali come "gruppi armati non statali" o "combattenti illegali" — una categoria introdotta in epoca Bush per negare ai sospetti terroristi le tutele previste dalle Convenzioni di Ginevra.

 

Le tappe dell'escalation sono concrete: Trump ha firmato una direttiva segreta che autorizza attacchi militari contro i narcoterroristi; pochi mesi dopo, forze statunitensi hanno bombardato imbarcazioni sospettate di trasportare droga nel Mar dei Caraibi. Infine, con un decreto esecutivo, l'amministrazione ha classificato il fentanyl come arma di distruzione di massa, sostenendo che potrebbe essere "weaponizzato per attacchi terroristici su larga scala da avversari organizzati".

 

L'etichetta terroristica cambia in modo sostanziale gli strumenti disponibili: una campagna che un tempo procedeva attraverso arresti, estradizioni, sequestri e sanzioni può ora avvalersi di attacchi militari, operazioni di intelligence e alleanze di sicurezza regionale. La prova più evidente, secondo l'analisi, sono le riprese granulate diffuse dal governo statunitense che mostrano presunte imbarcazioni di narcotrafficanti fatte saltare in aria al largo delle coste caraibiche del Venezuela.

 

L'idea non è del tutto nuova. Trump aveva già valutato la designazione durante il suo primo mandato, dopo che nel 2019 uomini armati dei cartelli uccisero nove donne e bambini americani appartenenti a una comunità mormone nel nord del Messico. La proposta guadagnò ulteriore terreno con il peggiorarsi della crisi da overdose negli Stati Uniti, con i decessi annuali che avevano superato quota 100.000 nei primi anni Venti. Anche il senatore Lindsey Graham aveva in passato paragonato i cartelli messicani a organizzazioni terroristiche come l'ISIS e Al Qaeda.

 

A spiegare la portata del cambiamento è Guadalupe Correa-Cabrera, professoressa alla George Mason University e autrice del libro Carteles, Inc.: "Non importa se abbiano qualche somiglianza o meno con Al Qaeda o lo Stato Islamico. Sono ora organizzazioni terroristiche straniere per la legge statunitense, e questo cambia radicalmente il ruolo degli Stati Uniti al di fuori dei propri confini nell'emisfero occidentale. Ora si può usare l'esercito direttamente contro queste organizzazioni nominate come terroristiche, ed è una trasformazione da problema di ordine pubblico a questione militare."

 

Il punto critico sollevato dall'analisi di Reason è che questa trasformazione espande i poteri esecutivi e militari in modo potenzialmente pericoloso, bypassando le garanzie giuridiche tipiche dell'applicazione ordinaria della legge, e aprendo la strada a interventi armati all'estero — in particolare in Messico — senza che sia necessaria una formale dichiarazione di guerra da parte del Congresso.

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