Sabato 6 giugno 2026
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Noi e l’IA. Se le app cambiano le città

Articolo · Stefano Fabbri ·
 Dai nemici mi salvo io, che dall’algoritmo mi salvi Iddio. Paradossale, no? Pensare di doversi guardare da qualcosa che almeno formalmente dovrebbe facilitare la vita.
Eppure lo studio condotto dal Cnr di Pisa e Palermo e dalla Scuola Normale di Pisa, riportato ieri sul Corriere fiorentino, indica quali siano i rischi di delegare all’intelligenza artificiale scelte che possono apparire come intime e individuali ma che in realtà diventano di massa e generalizzate, con le prevedibili conseguenze soprattutto in città a forte connotazione turistica: tutti negli stessi luoghi tagliandone fuori altri, aree superaffollate e alcune deserte, «consigli per gli acquisti» negli stessi esercizi commerciale e così via. Con un impatto importante sull’economia e sullo stesso disegno della città in cui gli squilibri, invece di venire sanati, finiscono per essere moltiplicati.

Diciamoci la verità: se devi visitare Firenze in un giorno — cosa che di per sé già è un controsenso, ma spesso la necessità può essere quella — non ci sarebbe bisogno della IA per sapere quali sono le tappe «obbligate» che coincidono quasi sempre con monumenti o siti da cartolina.
Ma se alla stessa stregua l’algoritmo addirittura indica dove prendere il caffè, mangiare, comprare e passeggiare, e si tratta sempre degli stessi indirizzi, è chiaro che questo induce comportamenti che non solo mutilano il minimo sindacale di curiosità verso altre mete, ma si proiettano in modo diretto sulla distribuzione della ricchezza. Oppure sul rating da tripla A per certe zone rispetto ad altre non meno interessanti, con un effetto formidabile su investimenti, prezzi degli immobili e di altri beni e servizi nelle aree premiate dalla IA. In pratica si lascia all’algoritmo la possibilità di ridisegnare la città continuando a seguire i parametri del suo consumo. Il tutto in barba all’urbanistica — che è soprattutto pensiero — e delle politiche che, almeno verbalmente, da anni annunciano correttivi alla già di per sé consolidata tendenza dei flussi e della mobilità che insistono sui soliti luoghi e le solite destinazioni. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti, peraltro anche aggiuntivi a quelli originari, per fare in modo che squilibri e disuguaglianze aumentino.

Cosa fare dunque? Inutile far finta che l’intelligenza artificiale, che peraltro impara da ciò che trova in rete elaborando e amplificando le tendenze, non esista e dare la colpa a un destino cinico e baro. O rifugiarsi nello scetticismo che i nostri avi avevano per tutto ciò che era innovazione. Ma il pericolo maggiore è quello di lasciare che siano le app a governare tutto ciò che dovrebbe riguardare chi ha la responsabilità della cosa pubblica, sostituendosi di fatto alla politica. Che di solito subisce il fascino della tecnologia finendo per abdicare a favore di essa il proprio ruolo e, in fin dei conti, considerandola più comoda e credibile nella sua presunta UO (Universale Oggettività). Viviamo un tempo in cui la sola IA non può bastare senza una buona quota di SU (Sensibilità Umana) e di AP (Autonomia di Pensiero). Possibilmente con un pizzico di CR (Creatività e Ragionamento).

(pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 17/01/2025)


 
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