Sabato 10 ottobre 2026
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Noi e i nostri cani ci assomigliamo

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Non è un luogo comune: noi e i nostri cani ci assomigliamo. La scienza conferma (anche se come al solito rende tutto un po’ più complicato)

 

Da piccola non amavo molto i film d’animazione Disney (o affini) che avevano come protagonisti gli animali. A posteriori, mi sembra che le ragioni dell’antipatia fossero essenzialmente due. Uno è il fastidio per gli animali che si comportano come umani (non per chissà che spiccata sensibilità etologica, sia chiaro, e di certo men che meno mi facevo problemi sui possibili effetti negativi dell’antropomorfizzazione: solo che per vedere animali che si comportano da umani preferivo già allora vederli direttamente come umani). Il secondo il fatto che a ben vedere sono le storie più tragiche che gli animatori abbiano partorito. Santo cielo, nello scenario migliore c’è una famiglia di gatti drogata, rapita e abbandonata.

 

Sto divagando. È che speravo di iniziare questo articolo in un altro modo, ma la speranza è stata brutalmente affossata (se volete saltate al finale che vi spiego). Comunque, smettendo di divagare e andando al punto: per quanto poco mi piacessero i film d’animazione con gli animali, c’è una scena de La carica dei 101 che adoravo e trovo tutt’ora enormemente soddisfacente. Si tratta di quei pochi minuti in cui Pongo, alla ricerca della partner perfetta per il suo padrone, osserva le passanti dalla finestra. Ora, al netto dei commenti che con la sensibilità di oggi avremmo evitato (spero), il match tra le donne e i loro cani è magistrale.

E il bello è che non è mera fantasia.

 

Pongo aveva ragione

Ormai più di vent’anni fa, due ricercatori della University of California San Diego fecero un semplice esperimento. Fotografarono 45 cani e i loro rispettivi umani, poi mostrarono ad alcune persone la foto del padrone insieme a quella del suo cane e di un cane diverso. L’osservatore doveva indicare qual era secondo lui l’accoppiata corretta tra cane e padrone. I risultati sono stati molto chiari: almeno quando si parlava di cani di razza, gli osservatori riuscivano a individuare la coppia corretta.

 

Nel 2009 l’esperimento è stato replicato (e i risultati confermati) da un gruppo di ricerca giapponese, che ha aggiunto un ulteriore passaggio dimostrando che gli osservatori sono anche in grado di discriminare, in due terzi dei casi, tra coppie cane-umano vere e fasulle. In questo caso, peraltro, il gruppo di ricerca ha presentato persone omogenee per etnia, così da eliminare anche possibili scorciatoie percettive.

 

Ci sono stati anche vari altri studi negli anni, essenzialmente con gli stessi risultati. Qualcuno ha anche cercato di capire quali elementi contassero di più per fare questo match, per cui ha oscurato via via diverse parti di volto e corpo dei proprietari. Dai risultati, sembra che la somiglianza più significativa in questo “gioco delle coppie” sia quella nella regione degli occhi, mentre abbiano poco peso elementi come il taglio dei capelli o la corporatura. Altri invece hanno individuato associazioni tra lunghezza dei capelli delle proprietarie e lunghezza delle orecchie dei cani, oppure tra peso corporeo del cane e dell’umano – insomma qui c’è poca replicazione dei risultati, e comunque anche una certa eterogeneità metodologica.

Però non c’è dubbio che gli studi confermino la percezione di Pongo (ed evidentemente degli animatori Disney): i cani e i loro umani tendono ad assomigliarsi.

 

Chi si somiglia si piglia

Capire il perché ciò avvenga significa entrare nel campo delle ipotesi. In linea di massima, due:

  • la Similarity Because of Choice Hypothesis, cioè tendiamo a scegliere fin dall’inizio cani che ci assomigliano

  • e la Similarity Over Time Hypothesis, secondo cui è il tempo passato insieme a rafforzare le somiglianze, per esempio in base allo stile di vita.

Tendenzialmente, gli studi propendono maggiormente per la prima possibilità. Tra le ragioni, vi è una considerazione interessante: in molti di questi studi, la capacità di un osservatore di riconoscere le coppie cane-umano non era influenzata dagli anni in cui la coppia viveva insieme. Insomma, l’effetto sembra nascere più da una selezione (inconsapevole) di un cane che ci somiglia, forse perché tendiamo a preferire caratteristiche che ci sono familiari.

 

Dimmi che cane hai…

Ma andiamo all’altra metà della mela, meno soddisfacente in termini visivi eppure almeno altrettanto intrigante. Se fisicamente noi e i nostri cani ci assomigliamo, cosa possiamo dire della personalità? Ecco, anche qui ci sono un po’ di studi. Uno dei principali, pubblicato nel 2012, è stato condotto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori della Eötvös University ungherese, una delle università più note per gli studi di etologia canina. Basandosi su questionari, il gruppo di ricerca ha indagato la personalità dei proprietari e il modo in cui i proprietari stessi percepivano quella dei loro cani, secondo un modello detto Big Five, molto usato in psicologia e opportunamente adattato per descrivere i cani. In più, per limitare il rischio che una persona proiettasse la propria personalità sul cane, ha aggiunto una valutazione esterna da parte di una persona che conosceva bene sia il proprietario sia il cane. I risultati mostravano una correlazione positiva nelle cinque dimensioni della personalità indagate: tagliandola molto con l’accetta, dai loro dati emerge che una persona che tende a essere ansiosa tende ad avere un cane più ansioso e insicuro, chi è più aperto alle esperienze ha tendenzialmente un cane più curioso e pronto alla novità e così via.

 

Anche vari altri studi successivi hanno avuto risultati simili, suggerendo anche una possibile influenza su relazione e comportamento. Per esempio, secondo una ricerca, la relazione tra cane e umano è più soddisfacente quando vi è maggior somiglianza per caratteristiche come l’andare d’accordo con gli altri, la condivisione, la passione per le passeggiate all’aperto. Alcune suggeriscono che i tratti di personalità dell’umano influenzino quelli canini. In uno studio, di cui aveva parlato anche la Domestici originale, alcuni di questi tratti sono anche stati messi in relazione ai livelli di cortisolo: i cani di proprietari con maggior nevroticismo mostravano una minore variabilità dei livelli di cortisolo nelle diverse situazioni di test, interpretata dal gruppo di ricerca come indice di una risposta meno adattiva allo stress,

 

Però, come conclude una bella review pubblicata lo scorso anno, qui, a differenza di quanto avviene per la somiglianza fisica, diventano plausibili meccanismi di convergenza nel tempo, co-regolazione e rinforzo reciproco. Quando si viene al match di personalità, insomma, le correlazioni esistono, ma causalità e direzione dell’effetto sono molto più difficili da stabilire. E peraltro, come avevo già raccontato qualche tempo fa e come sta emergendo dalla ricerca, sembra sempre più chiaro che la regolazione emotiva tra cane e umano sia un sistema bidirezionale.

 

Personalmente, penso che il mio cane e io siamo molto allineati. In effetti, al di là delle sue discutibili preferenze alimentari, l’unico aspetto su cui sento che siamo davvero diversi è la sveglia: tanto sono mattiniera io, quanto poco lo è lui. Alla faccia di quei cani che ti tirano giù dal letto per uscire, sono io a doverlo (a volte letteralmente) buttare giù dal divano o dalla cuccia. Così, quando ho deciso di scrivere questo articolo, ho pensato che sarebbe stato perfetto aprirlo facendo raccontare a qualcun altro quanto ci somigliamo Yanez e io. Sicura della risposta, ho chiesto a mio fratello: «Secondo te, sono simile a Yanez?».
Ci ha squadrati brevemente.
«No».
Ma come no. Altro breve sguardo. «Lui è grande, tu sei piccola».
Ah.

 

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Se cani e padroni si assomigliano, è ragionevole che a un Anticristo che non rispetta l’iconografia tradizionale corrisponda un segugio infernale un po’ diverso da quello delle rappresentazioni classiche. Per dire, se l’Anticristo è un ragazzino di undici anni, il suo fido accompagnatore canino magari non è un enorme mostro nero tutto denti, bava alla bocca e occhi rosso sangue. Magari è un botolo con un orecchio storto che sembra sempre rovesciato. Magari è anche un po’ perplesso dalla cosa: «Quando aveva sorpreso il grosso micio rosso dei vicini, aveva tentato di ridurlo in poltiglia liquida grazie al vecchio sguardo e al ringhio profondo che, con i dannati, aveva sempre funzionato. Quello, con una zampata sul naso, gli aveva fatto lacrimare gli occhi. I gatti, considerò Dog, erano più tosti delle anime dannate».

 

Potrei quasi recitarlo a memoria, eppure Buona Apocalisse a tutti! (Mondadori, 2007, oggi ripubblicato con - per fortuna - il titolo originale Good omens. Le belle e accurate profezie di Agnes Nutter, strega), di Terry Pratchett e Neil Gaiman, continua a farmi ridere come la prima volta.

 

(Anna Romano su Scienza in Rete del 09/10/2026)

 

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