Il percorso verso l'ETF: 130 anni del Dow Jones raccontano le metamorfosi del capitalismo finanziario

Il 26 maggio 2026, il Dow Jones Industrial Average (DJIA) ha festeggiato i suoi 130 anni. Decano dei grandi indici azionari, la sua storia, confrontata con quella degli indici che lo hanno seguito, mostra come il mercato finanziario abbia via via raccontato se stesso, cercato di proiettarsi, di misurarsi e infine di orientare esso stesso i capitali.
Un dato nato nella stampa
Il primo «Dow» compare nel 1884 nel Customer’s Afternoon Letter, antenato del Wall Street Journal. Con i suoi 11 titoli, principalmente ferroviari, il Dow Jones Railroad Average (DJRA) riassume un'economia nazionale nascente unificata dalla ferrovia. Questa genesi giornalistica ne spiega la semplicità. La raccolta dei dati e il calcolo dovevano essere abbastanza rapidi da consentire la pubblicazione dell'indice subito dopo la chiusura della Borsa. Dow si rivolgeva in primo luogo ai finanzieri di New York, e ciò a costo di un'approssimazione nel monitoraggio del mercato. Il DJRA era un indice ponderato in base ai prezzi (price-weighted).
In pratica, Dow sommava il prezzo delle azioni delle undici società che componevano l'indice e divideva la somma per undici per ottenerne il valore. Di conseguenza, un'azione con un prezzo in dollari elevato pesava nell'indice più di un'azione meno cara, anche se la società emittente quest'ultima mostrava una capitalizzazione di mercato nettamente superiore a causa di un numero di azioni in circolazione molto più alto.
Negli anni 1890 si afferma la seconda rivoluzione industriale. Le fusioni e acquisizioni danno alle imprese industriali la dimensione necessaria per accedere alla Borsa. Il 26 maggio 1896, Charles Dow pubblica così il primo Dow Jones Industrial Average (DJIA). Il gas, l'acciaio e l'elettricità sostituiscono la ferrovia, alla quale viene ormai dedicato esclusivamente il DJRA.
Il DJIA viene ampliato a 20 titoli nel 1916, poi a 30 nel 1928. Il suo metodo di calcolo viene allora riformato per attenuare i problemi di continuità dell'indice causati da operazioni sul capitale o dall'inclusione di un nuovo titolo. Da quella data, il DJIA ha mantenuto questo formato. La sua composizione evolve insieme ai settori dominanti. Le aziende vengono incluse nell'indice in base a quanto sono rappresentative dell'economia statunitense e alla loro reputazione.
Negli anni '20, con l'ascesa dell'azionariato, dei fondi di investimento e della stampa finanziaria, l'indice non è più solo uno strumento riservato agli specialisti, ma conquista il grande pubblico. Il New York Herald Tribune e The Annalist, un supplemento del New York Times, pubblicano indici e rendimenti sotto forma di grafici. Non si segue più soltanto General Motors o U.S. Steel: si segue «Wall Street».
Standard Statistics, la società antesignana di Standard and Poor’s, compie nel 1926 un ulteriore passo avanti verso lo sviluppo dell'industria dell'informazione finanziaria. Ponderati per la capitalizzazione e ampiamente documentati, i suoi numerosi indici giornalieri si inseriscono in una vera e propria industria dell'informazione finanziaria, coprendo un ampio ventaglio di azioni.
Servono misurazioni più precise del Dow per valutare le performance dei fondi di investimento che, in quell'epoca, si stanno diffondendo. Il Dow racconta il mercato e Standard inizia a fornirne un'infrastruttura informativa precisa. Il crollo dell'ottobre 1929 rivela paradossalmente la forza del Dow: grazie allo storico a sua disposizione, il crollo del mercato diventa ampiamente visibile. Per questo motivo, il DJIA diventa il racconto quantificato della crisi.
Misurare piuttosto che profetizzare
Già negli anni 1910-1920 gli indici non si limitavano più a riassumere il mercato, ma pretendevano anche di anticipare la congiuntura economica. Statistici come Babson e Mitchell, e in seguito il National Bureau of Economic Research, incorporano gli indici nello studio dei cicli economici.
Allo stesso tempo, economisti come Irving Fisher e la stessa Standard Statistics iniziano a integrare i dividendi negli indici. Un indice di prezzo risponde alla domanda: «I corsi sono saliti?». Un indice di rendimento totale (total return) risponde a un'altra domanda: «Di quanto è aumentata la ricchezza dell'azionista?», integrando i dividendi agli incrementi delle quotazioni.
Dopo il crollo del 1929, i lavori di Alfred Cowles, economista, uomo d'affari e cofondatore della Econometric Society, pongono il problema se i previsori riescano o meno a battere davvero il mercato. Per verificarlo, Cowles confronta i loro consigli con una strategia passiva basata su un indice; successivamente, la Cowles Commission ricostruisce per il periodo dal 1871 al 1937 serie di prezzi, dividendi, rendimenti e utili. Cowles trasforma così l'indice in uno strumento di prova econometrica e in un pilastro della finanza empirica. Dow inventa il linguaggio mediatico del mercato; Cowles ne fonda la grammatica statistica.
Dal portafoglio alla tecnologia
Se i fondi di investimento negli Stati Uniti si sviluppano fin dall'inizio del XX secolo, una decisione giudiziaria del 1950 rende le pensioni un oggetto obbligatorio della contrattazione collettiva e ne determina l'ascesa. All'inizio degli anni '50, Harry Markowitz fonda la teoria moderna del portafoglio, che i fondi utilizzeranno nelle loro scelte di investimento, dimostrando che gli investitori razionali dovrebbero costruire i propri portafogli sulla base della diversificazione per ottimizzare il rendimento corretto per il rischio.
Il S&P 500, lanciato nel 1957 con le sue 500 società e la sua ponderazione per il flottante della capitalizzazione di mercato, è un indice che replica da vicino un portafoglio di mercato, adatto alla valutazione dei gestori di fondi. Il DJIA, sempre ponderato in base ai prezzi, rimane una galleria delle più grandi aziende statunitensi.
E fu il Nasdaq
Nel 1970, il Railroad Average diventa Transportation Average: camion, aerei e logistica hanno detronizzato il treno. Un anno dopo, il Nasdaq Composite, ponderato per la capitalizzazione e aperto a tutti i titoli quotati su quel mercato, dà un volto quantificato al capitalismo e all'innovazione tecnologica. Bisognerà tuttavia attendere il 1999 affinché Microsoft e Intel, quotate al Nasdaq, entrino a far parte del DJIA.
Dagli anni '80, i fondi indicizzati e, successivamente, gli Exchange-Traded Fund (o ETF) replicano meccanicamente gli indici, probabilmente di fronte all'incapacità dei gestori di battere il mercato nel lungo periodo. Con la loro straordinaria crescita negli anni 2010, l'ingresso o l'uscita da un indice può innescare acquisti o vendite massicce, aumentare le correlazioni e modificare la formazione dei prezzi: l'indice stesso organizza ormai una quota crescente dei flussi che osserva.
Un Pantheon della storia americana
Il DJIA, dal canto suo, rimane ponderato in base ai prezzi. A differenza di indici come il S&P 500, l'ingresso di un'azienda nel DJIA non obbedisce a formule matematiche. Sebbene vi siano implicazioni tecniche, le chiavi d'accesso sono la reputazione e la rappresentatività dell'azienda. Un comitato composto da rappresentanti del Wall Street Journal e di S&P Dow Jones Indices decide in modo discrezionale. Queste convenzioni, unite all'assenza dei dividendi nell'indice, ne limitano la rappresentatività del mercato. Tuttavia, questa imperfezione ne chiarisce la funzione attuale: un pantheon dell'industria statunitense.
Questa storia è quella della traduzione in cifre del capitalismo finanziario. In 130 anni, l'indice è diventato via via un dato da giornale, un barometro industriale, un sistema informativo, una prova statistica, un benchmark di portafoglio, un emblema tecnologico e infine un'infrastruttura d'investimento. Il Dow ne rimane il filo conduttore: uno specchio antico che permette di vedere come la finanza sia finita per agire su ciò che essa stessa misura.
(Angelo Riva - Economist, Professor at the INSEEC Grande Ecole, Affiliate Researcher at the Paris School of Economics, Academic Fellow at the Institut Louis Bachelier, INSEEC Grande École - su The Conversation del 22/09/2026)