La prossima pandemia non verrà da un laboratorio: colpa del clima

Il dibattito sulle origini delle pandemie si concentra spesso sui laboratori, sulle fughe accidentali di virus, sulle carni di animali selvatici vendute nei mercati. Ma secondo un articolo pubblicato da The Independent, il vero pericolo si chiama cambiamento climatico. La prossima pandemia, avvertono gli esperti, potrebbe nascere dal surriscaldamento del pianeta molto più che da qualsiasi incidente in una struttura di ricerca.
Il meccanismo è più semplice di quanto sembri. L'aumento delle temperature globali costringe gli animali selvatici a spostarsi verso nuovi territori, alla ricerca di habitat più freschi o con risorse sufficienti. Nel farlo, specie che non si erano mai incontrate prima vengono a contatto, creando le condizioni ideali perché virus fino ad allora sconosciuti all'essere umano possano fare il cosiddetto "salto di specie", passando dagli animali alle persone. Questo fenomeno — noto come zoonosi — è già all'origine di alcune delle epidemie più devastanti degli ultimi decenni, tra cui SARS-CoV-2, HIV ed Ebola.
Non è un'ipotesi di nicchia. Uno studio pubblicato su Nature ha stimato che il riscaldamento globale spingerà circa 4.000 nuovi virus a diffondersi tra i mammiferi entro il 2070, con il rischio concreto che alcuni di questi raggiungano anche la specie umana. I pipistrelli sono considerati tra i vettori più pericolosi, proprio per la loro mobilità e la capacità di ospitare una vasta gamma di agenti patogeni.
A questo si aggiunge un secondo fattore di rischio, meno discusso ma altrettanto preoccupante: lo scioglimento del permafrost. Il suolo perennemente ghiacciato che ricopre circa un quarto dell'emisfero nord sta cedendo sotto l'effetto delle temperature crescenti. Con il disgelo emergono carcasse di animali e resti umani sepolti da secoli, insieme a batteri e virus rimasti in ibernazione per millenni. Nel 2016, nella penisola russa di Yamal, la fusione del permafrost ha riportato in superficie le spore di antrace provenienti da carcasse di renne morte quasi ottant'anni prima: il risultato è stato un'epidemia che ha infettato oltre 2.000 animali e colpito diverse comunità umane della zona.
La ricerca scientifica internazionale converge su questo allarme. Uno studio del Centro comune di ricerca della Commissione europea ha mappato le aree del mondo a più alto rischio di epidemie zoonotiche, identificando il 9,3% della superficie terrestre come zona ad alto o altissimo rischio. Le aree più esposte si trovano in America Latina e Oceania. Temperature più alte, maggiori precipitazioni, perdita di biodiversità, espansione delle aree abitate in prossimità delle foreste: tutti questi fattori — accelerati dalla crisi climatica — contribuiscono ad alzare il livello di pericolo. Nel 2025, anche l'Assemblea mondiale della sanità ha adottato un piano d'azione globale su clima e salute, riconoscendo ufficialmente il legame tra crisi climatica e rischio pandemico.
Il messaggio degli scienziati è chiaro: finché il dibattito pubblico e politico sulla prevenzione delle pandemie resterà concentrato sui laboratori e trascurerà la crisi climatica, le società resteranno impreparate di fronte al rischio più concreto. Affrontare la possibilità di una nuova pandemia significa anche — e soprattutto — ridurre le emissioni, proteggere gli ecosistemi e frenare il riscaldamento globale.