Venerdì 9 ottobre 2026
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Quando il metano ci dava una mano

Articolo · Gian Luigi Corinto ·

Negli anni ’80 e ’90, l’Italia visse una fase di trasformazione energetica che oggi appare quasi esemplare per coerenza narrativa e capacità di mobilitazione collettiva. In un’epoca segnata dalle crisi petrolifere del 1973 e del 1979, il Paese scelse di puntare sul gas naturale come soluzione strategica. Il gas era meno inquinante del carbone e del petrolio, più economico e flessibile nelle applicazioni domestiche e industriali. Fu allora che nacque lo slogan “Il metano ti dà una mano”, accompagnato dall’immagine di un cielo azzurro sopra le città e un altro sempre azzurro sul quale galleggiavano le stesse città, simbolo di un futuro più pulito e accessibile. Quella campagna, promossa da SNAM e sostenuta da associazioni ambientaliste come Legambiente, era pubblicità accettata popolarmente di una politica energetica precisa, basata sulla legge 28 novembre 1980, n. 784, che avviò la “metanizzazione del Mezzogiorno” e finanziò la costruzione di reti di distribuzione in centinaia di comuni. 

 

Oggi, a oltre quarant’anni di distanza, il confronto tra quella stagione e la situazione attuale rivela somiglianze inquietanti e differenze profonde. Allora, il gas fu presentato come un ponte verso un sistema energetico più razionale e sostenibile. Oggi, lo stesso ruolo di “combustibile di transizione” gli viene riconosciuto, ma in un contesto molto più complesso e controverso. Da un lato, le reti del metano restano fondamentali per garantire flessibilità al sistema elettrico, soprattutto in una fase in cui le fonti rinnovabili – per loro natura intermittenti – richiedono backup affidabili. Le imprese del gas sottolineano come le infrastrutture esistenti possano accogliere biometano, idrogeno verde e metano sintetico, contribuendo alla decarbonizzazione delle emissioni senza strappi bruschi. Dall’altro, la crisi geopolitica legata alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, più  la volatilità dei prezzi del gas, hanno messo in luce la vulnerabilità di un modello ancora troppo dipendente da una fonte fossile, per quanto “meno sporca” delle altre.

 

La differenza principale tra ieri e oggi sta nella consapevolezza dei limiti del gas. Negli anni ’80, il metano era visto come una soluzione quasi definitiva. Era pulito, economico, moderno. Oggi sappiamo che, sebbene emetta meno CO2 e inquinanti locali rispetto a carbone e petrolio, il gas naturale resta una fonte fossile, con emissioni volatili che ne compromettono il bilancio climatico sull’intero ciclo di vita. Inoltre, la transizione energetica non è più solo una questione di sostituzione tecnologica, ma di trasformazione del sistema socioeconomico. Richiede non solo il passaggio da un combustibile all’altro, ma una revisione profonda dei modelli di consumo, della pianificazione urbana, della mobilità e dell’efficienza energetica. 

 

Un’altra differenza cruciale riguarda il ruolo dell’opinione pubblica. Allora, la campagna del metano riuscì a creare un immaginario condiviso. Il “cielo azzurro” che avevamo sotto i piedi era una promessa concreta di progresso e benessere. Oggi, la transizione energetica fatica a trovare una narrazione altrettanto potente. Le rinnovabili sono tecnicamente mature ed economicamente competitive, ma la loro diffusione incontra resistenze locali, burocrazia e una frammentazione politica che rende difficile costruire un consenso ampio. Inoltre, mentre negli anni ’80 lo Stato giocava un ruolo centrale nella pianificazione energetica, oggi il quadro è più frammentato. Tra mercato libero, incentivi discontinui e obiettivi europei spesso disallineati dalle capacità nazionali, l’Italia rischia di ripetere gli errori del passato, puntando ancora troppo sul gas come “soluzione ponte” senza definire con chiarezza la destinazione finale del viaggio. 

 

Un altro elemento di continuità che merita attenzione riguarda la capacità delle infrastrutture di durare nel tempo e di condizionare le scelte future. Le reti del metano costruite negli anni ’80 e ’90 sono ancora oggi al centro del sistema energetico italiano. Questo dimostra che le decisioni energetiche hanno effetti di lungo periodo, e che le scelte di oggi – sulle rinnovabili, sull’idrogeno, sull’efficienza – definiranno il paesaggio energetico dei prossimi decenni. 

 

In questo senso, la lezione degli anni ’80 non è solo storica, ma metodologica Una transizione efficace richiede non solo tecnologie adeguate, ma una visione chiara, una narrazione condivisa e la capacità di coinvolgere cittadini, imprese e istituzioni in un progetto comune. Allora, il cielo azzurro del metano era una promessa di modernità. Oggi, la sfida è costruire un immaginario altrettanto potente per le rinnovabili, l’efficienza e la sobrietà energetica, smettendo di credere che cambiare fornitore sia la soluzione più furba, ma cominciando ad avviare l’Italia lungo un percorso che deve portare, finalmente, oltre i fossili.

 

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