Il turismo che fa bene. Intervista a Paolo Casetti

Tra misure di contenimento, proteste contro i turisti ed ecosistemi fragili sotto pressione, l’estate 2026 è stata segnata dall’overtourism. Nel suo “Il turismo che fa bene” (Franco Angeli, 2026) il geografo Paolo Casetti si interroga sul futuro del viaggio: continueremo a consumare il territorio o riusciremo a diventare viaggiatori che portano - e lasciano - valore?
Ogni anno 1,5 miliardi di persone si mettono in viaggio per scoprire luoghi nuovi, entrare in contatto con altre culture, vivere esperienze e allontanarsi, seppur temporaneamente, dalla routine della loro vita quotidiana. Ma se spinti dai trend dei social media - e da politiche turistiche poco lungimiranti - i viaggiatori soffocano i territori, il risultato si fa controverso, amaro, e l’arricchimento del viaggio arriva a caro prezzo, ma per le destinazioni: i luoghi ne escono danneggiati e impoveriti, il mercato immobiliare viene stravolto, i residenti perdono qualità della vita, gli ecosistemi più fragili rischiano di essere compromessi per sempre. Nell’epoca dell’overtourism, regole e limiti per gestire l’impatto del turismo non sono più rimandabili. Sono anzi già in ritardo, perché mettiamo toppe su città e territori spesso già smembrati, snaturati, piegati alle necessità di chi viene a consumarli.
Di questo, ma anche del viaggio come percorso di crescita personale e sociale, parla Paolo Casetti, geografo umano, culturale e del turismo, nel suo nuovo libro Il turismo che fa bene. Il viaggio consapevole tra sogni, bisogni e realtà (Franco Angeli, 2026), dove si interroga: se il turismo è un diritto di tutti, come dovrà cambiare il modo in cui noi viaggiatori concepiamo il viaggio e i portatori di interessi - da Comuni e Regioni fino a residenti e operatori turistici - ne gestiscono l’impatto? Come possiamo trasformare il turismo in qualcosa che faccia bene al territorio, lasciandolo migliore di come l’ha trovato? Ne abbiamo parlato con l’autore.
**La prima parte del libro racconta il viaggio come alcuni di noi forse faticano a ricordarlo, dopo un’estate di rifugi montani diventati virali sui social media e presi d’assalto. È il viaggio come esperienza di crescita personale, di contatto e apprendimento, di presenza rispettosa. Stiamo forse perdendo di vista questo approccio? **
Questa è la profonda contraddizione insita nel viaggiare, iniziata a fine ‘800 quando Thomas Cook inventò il turismo organizzato moderno. Fino a quel momento il viaggio era per nobili, ricchi, benestanti, ma con la rivoluzione industriale e i mercanti che si arricchivano lavorando - non più solo tramite nobiltà familiare - sempre più persone attraverso tutte le fasce sociali iniziarono a esprimere il desiderio di viaggiare. E il dibattito ruota anche intorno a questo: viaggiare deve essere un diritto di tutti? Se sì, va governato. Perché il turismo di massa, proprio perché intercetta un determinato modo di viaggiare, ci sarà sempre. Sta a noi fare educazione al viaggiare, perché in questa massa c’è anche chi vuole un’esperienza diversa.
Ognuno viaggia secondo la propria cultura, propensione al rischio, sensibilità. Ma l’impatto sul territorio resta la principale criticità: il turismo è un’attività umana che riguarda la scoperta, la diversione, ma modifica sempre e comunque il territorio che tocca. Basta un semplice B&B in un piccolo borgo di 300 abitanti per cambiarne la struttura sociale ed economica, in un ciclo ben spiegato dalla curva di Butler, che si verifica sempre: l’unica cosa che possiamo fare, con scelte coraggiose, è renderne la progressione verso il declino più lontana possibile.
Quando una destinazione va in crisi, è perché una parte dei residenti non sta più guadagnando con il turismo. Magari perché non ha nulla da offrire, che siano alberghi o servizi, oppure perché li subisce: troppo traffico, aumento dei furti, non si trovano case in affitto sul lungo periodo… In economia si parla di esternalità negative, perché un’attività economica che va a beneficio di qualcuno comporterà sempre anche una parte che la subisce, e nel turismo è così. Numeri chiusi, aumento delle tasse di soggiorno e contributi d’ingresso sono tutti tentativi di mettere il freno. Esistono linee guida per un turismo sostenibile - dal punto di vista ambientale, economico e sociale - destinate a tutte le parti coinvolte, dai Comuni ai tour operator fino agli alberghi. Non è semplice implementarle ma sul lungo periodo è possibile, e gli strumenti ci sono. Per esempio il Sistema europeo di indicatori per il turismo, l’UNESCO Sustainable Tourism Toolkit e diverse certificazioni.
Dalla fine della pandemia sono esplosi anche il turismo naturalistico e quello nei piccoli paesi di montagna, che se incoraggiati senza limiti né criteri diventano rapidamente dannosi sia per l’ambiente che per le comunità locali. Perché stiamo faticando così tanto a regolarli?
Perché ci vuole coraggio nelle scelte amministrative, ci vuole coraggio per dire no alle richieste dei turisti. Ricordo un famoso caso nelle Dolomiti nel quale i turisti, disturbati dal rumore dei campanacci delle mucche al pascolo, si rivolsero al sindaco. O un altro, dove gli ospiti di un B&B fecero un esposto contro il campanile della Chiesa, che suonava ogni ora, per far silenziare le campane. Con la pandemia si è decisamente riscoperta la natura, pensiamo anche al turismo dei cammini che ora è in pieno boom, e all’interesse per gli effetti “curativi” della natura, come li teorizzarono Stephen e Rachel Kaplan [Attention Restoration Theory, nda] e Roger Ulrich [Stress Reduction Theory, nda]. Vista la domanda, sono aumentate moltissimo anche le figure professionali legate a questo turismo: guide escursionistiche ambientali, guide alpine… e se tutti vogliono andare in montagna, diventa inevitabile si creino file interminabili per il “dolce tipico”. Quindi la domanda resta aperta: con così tante persone interessate, come fai a vietare il piacere di questa esperienza?
Quando il turismo entra, la destinazione “mette in scena” l’autenticità. L’abilità sta nel fatto che il turista non percepisca che, dopo un certo livello, è soprattutto una messa in scena. Ed è chi gestisce il turismo a dover capire anche quando questa performance si trasforma in un mercatino senza senso. Si tratta di una grande contraddizione. Il rischio per ogni destinazione è diventare particolarmente famosa, il che finisce per richiedere una gestione continua, forse addirittura utopica, ma non vedo altre soluzioni. D’altronde, chi studia scienze del turismo dice sempre che l’attrattività turistica è la fortuna di una destinazione, ma anche l’inizio della sua fine.
Il percorso del libro ci accompagna fino alla speranza di un turismo del futuro che non consuma e se ne va, ma è “rigenerativo”. Di una gestione che non congela i luoghi nel tempo per renderli sempre più attraenti agli occhi turistici, ma che apporta migliorie reali. Davvero è possibile?
Succede già. Pensiamo al turismo subacqueo, in cui si va a fare immersioni per ripristinare le barriere coralline. O, più vicino a noi, ai volontari che percorrendo la via Francigena riparano e rimettono a nuovo la segnaletica del cammino. Questo è il filo conduttore e, dal lato della gestione, dovrà passare attraverso la tourism stewardship, un concetto moderno ma che deriva dal linguaggio aziendale degli anni ‘80. Applicato a un manager voleva dire saper parlare ai dipendenti, comprenderne le esigenze, saper anticipare i problemi. Nel turismo di oggi è l’evoluzione della figura del destination manager, perché non si può più pensare che il numero di presenze turistiche sia un dato positivo di per sé.
In Italia l’approccio della stewardship sta aumentando soprattutto nei piccoli borghi, dove si pone più attenzione alla cura del territorio tenendo insieme i tre aspetti cruciali - economico, ambientale e sociale - con un occhio alla rigenerazione, confrontando continuamente il feedback delle parti interessate. La figura del tourism steward si trova a livello privato - dove dovrebbe lavorare in ottica di sostenibilità, guidata dalle certificazioni - pubblico, dove viene assunta attraverso bandi di concorso per lo sviluppo dell’ente turistico, e in strutture pubblico-private (come le DMO, Destination Management Organization), tavoli di portatori di interessi dove si propongono idee e progetti rispetto al futuro del turismo in un territorio.
«Il segreto è avere sempre un viaggio prenotato», dicono le frasi motivazionali sui social media, dove spesso il viaggiare viene proprio raccontato come una fuga, come una finestra positiva tra un periodo insoddisfacente e l’altro. Al contempo, per generazioni come Millennials e Gen Z, le esperienze sono semplicemente una priorità di spesa molto più alta rispetto alle generazioni precedenti.
Viaggiare è diventata per tanti una sindrome, qualcosa di compensativo, una sorta di antidolorifico per la profonda insoddisfazione rispetto al luogo in cui si vive. Non a caso i maggiori critici del turismo lo definiscono “un’usura del mondo”. E il marketing lo sa, infatti lavora sull’anticipare - ce lo dicono anche i panettoni già presenti sugli scaffali dei supermercati -, ma accanto a questo moderno approccio di fuga restano tanti motivi ancestrali che ci spingono al viaggio. Capire che ci sono modi di vivere diversi, scoprire persone e luoghi… l’essere umano vuole spostarsi, incontrare, e ogni fascia d’età ha i suoi motivi. Pensiamo ai turisti della terza età, oggi grandi viaggiatori anche compulsivi, perché sono generalmente benestanti e pretendono la qualità, il tutto sapendo che hanno sempre meno tempo a disposizione per fare questa esperienza.
Il viaggio dovrebbe far bene a se stessi, non essere compulsivo. Dunque ci si può fermare e domandarsi, perché ho fatto questo viaggio? Mi sento di essere cresciuto culturalmente, di aver appreso qualcosa, di aver lasciato il territorio migliore di come l’ho trovato, di essere andato oltre la confezione turistica e averlo visto davvero? Ma deve essere un impegno attivo, perché il turista corre sempre il rischio di vedere le cose in maniera orizzontale e perdersi quello che c’è dietro, la macchina che lavora per la sua esperienza. A volte è perché non se ne accorge, altre perché semplicemente non gli interessa: vuole entusiasmarsi, vedere la realtà corrispondere alle proprie aspettative e ignorare la rete invisibile di gestione del turismo.
Nel libro parla anche di come il cambiamento verso un turismo differente, e un diverso approccio allo spazio in generale, dovrebbe partire dal modo in cui raccontiamo e insegniamo i luoghi, già a scuola. Quindi di come cresciamo i viaggiatori del futuro.
Sì: oggi insegno all’università ma in passato anche alle scuole medie e superiori, e vedo che le ore di geografia restano poche. Inoltre si fa lezione quasi solo con la nomenclatura. L’elenco di fiumi, laghi, monti… la geografia fisica certamente è importante, ma è solo una parte: bisogna insegnare a interpretare i territori, a viverli. Solo così possiamo crescere nuove generazioni in grado di capire che non stanno guardando una cartolina, un’immagine statica, ma che dietro quel territorio che studiano c’è una cultura, una fragilità, e che esiste la geografia urbana. Un cambiamento - anche piccolo - che tocca dei confini, oppure ridisegna la struttura anche solo di un quartiere, ha vasti impatti sociali. Se insegniamo questo, possiamo insegnare a diventare cittadini, e viaggiatori, più consapevoli.
(Eleonora Degano su Scienza in Rete del 06/11/2026)