Data center sotto casa. Rifiutati in Usa, cosa ci si aspetta in Italia

Ad Ashville, un paesino dell’Ohio, le ruspe erano già arrivate. EdgeConneX aveva un accordo con il comune per due data center, e il campus era in costruzione. Martedì gli abitanti sono andati a votare e hanno scelto di bloccarlo, annullando l’intesa con l’azienda.
In questi giorni leggerai tantissime analisi sulle elezioni di metà mandato americane. Si parlerà di Camera e Senato passati ai democratici, del Texas che torna ad avere una governatrice democratica come non succedeva dal 1995, di Elon Musk che ha scommesso quasi mezzo miliardo di dollari sui repubblicani senza riuscire a fermare l’onda. E ci sta, probabilmente è giusto così.
Ma sulla stessa scheda, in decine di comunità americane, c’era anche un’altra domanda: vuoi un data center vicino a casa tua? La risposta è stata quasi sempre la stessa.
Gli americani usano l’AI tutti i giorni. Ma i server li vogliono lontani da casa.
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La scheda sotto la scheda
Negli Stati Uniti i cittadini possono portare al voto alcune decisioni locali raccogliendo le firme, un po’ come i nostri referendum ma a livello di comune o di contea. Quest’anno i data center sono diventati uno degli argomenti preferiti. Ballotpedia, il sito che tiene traccia di queste consultazioni, ne conta almeno 50 in 13 stati, 41 delle quali in calendario per il 3 novembre. L’Ohio da solo ne aveva 21.
I risultati non sono ancora ufficiali, ma la direzione è chiara. Secondo il conteggio di Stateline, martedì sera 33 misure per limitare i data center risultavano approvate o in vantaggio. Una sola, in North Dakota, è andata a favore di chi li voleva costruire. E le sei consultazioni già votate durante l’anno erano finite tutte allo stesso modo, a volte con margini quasi imbarazzanti: a Monterey Park, in California, il divieto è passato con l’88%, ad Augusta, in Michigan, il 90% ha bocciato il cambio di destinazione d’uso dei terreni per un data center.
Ohio, l’epicentro
In Ohio almeno 14 comuni hanno approvato divieti o restrizioni. Dieci hanno vietato proprio la costruzione: Hubbard, Sunbury, Pataskala, Urbana, Defiance, Upper Sandusky, Piqua, Granville, Conneaut e Trenton. A Wilmington, in quattro referendum diversi, circa l’80% degli elettori ha detto no alla trasformazione di terreni agricoli in aree industriali per ospitare un data center.
Molti di questi divieti hanno una soglia precisa: 25 megawatt. In pratica lasciano passare la sala server dell’azienda del paese e fermano i grandi campus costruiti per l’intelligenza artificiale. Chi li ha votati, insomma, ha poco del luddista che vuole spegnere internet: ha fatto due conti su quanto pesa una struttura del genere sulla rete elettrica del quartiere. E, forse, preferisce non vedere dal vivo il possibile impatto su acqua, aria, suolo, rumore che un impianto di grandi dimensioni potrebbe avere.
Il Texas, ovvero come si cambia idea in campagna elettorale
Nel 2025 Greg Abbott, governatore repubblicano del Texas, chiamava il suo stato “epicentro dello sviluppo dell’AI” mentre annunciava un investimento di Google da 40 miliardi di dollari. Ad agosto 2026, in piena campagna elettorale, ha bloccato tutte le nuove approvazioni di data center in attesa di una verifica sulla rete elettrica. Il motivo si capisce dai numeri che ha citato lui stesso: circa il 90% delle nuove richieste di allaccio alla rete texana arriva da data center, e l’operatore della rete sta valutando richieste per oltre 474 gigawatt, più di cinque volte il picco di consumo mai registrato in Texas.
La sfidante democratica Gina Hinojosa ha detto che non bastava e ha promesso una moratoria vera. Ha vinto lei.
Non voglio dire che il Texas sia stato deciso dai data center: in una notte in cui i democratici hanno vinto quasi ovunque, sarebbe una forzatura. Però nell’exit poll di NBC il 56% degli elettori ha detto che AI e data center hanno avuto un peso cruciale o importante nella scelta. Per un tema che due anni fa non esisteva, è parecchio.
Perché proprio adesso
La risposta più semplice è la bolletta. Secondo la Brookings Institution, in alcune zone degli Stati Uniti l’elettricità è aumentata di oltre il 25% in un anno, e gli americani hanno trovato un colpevole. Non è del tutto giusto: sui prezzi pesano anche una rete vecchia, i dazi e il gas. Ma un grande data center per l’AI consuma quanto 100.000 case, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, e il costo per potenziare la rete viene spalmato su tutti gli utenti, anche su chi abita lontanissimo dal cantiere.
Meglio una centrale nucleare
C’è un’espressione che gli urbanisti americani usano da decenni: NIMBY, “not in my backyard”, non nel mio cortile. Indica chi è d’accordo con un’opera in generale, purché la costruiscano da un’altra parte. Per anni il simbolo del NIMBY è stato il nucleare. Tutti volevano energia pulita e a basso costo, nessuno voleva il reattore dietro casa.
Adesso il nucleare ha un concorrente. Secondo un sondaggio Gallup di quest’anno, il 71% degli americani non vuole un data center per l’AI nella propria zona, e quasi la metà è fortemente contraria. Contro una centrale nucleare vicina si schiera il 53%. Detta in modo brutale: oggi un americano preferirebbe avere come vicino un reattore piuttosto che una fila di server. Anche Pew Research arriva allo stesso punto: il 60% sarebbe a disagio con un nuovo data center nella propria zona.
Le ragioni sono sempre le stesse: la bolletta, l’acqua per il raffreddamento, il ronzio continuo degli impianti, i terreni agricoli che spariscono. E il lavoro: per costruire un data center servono centinaia di persone, per farlo funzionare ne bastano poche, molto specializzate e spesso non del posto. Insomma: l’impatto sull’economia generale potrà anche essere enorme, ma su quella locale è poco. Quindi, perché dovrei voler un data center come vicino?
L’avvocato del diavolo
La lettura più facile è che gli americani si stiano rivoltando contro l’intelligenza artificiale. Ma i numeri raccontano qualcosa di più sfumato. Nel sondaggio del New York Times con il Siena College, la maggioranza dei contrari preferisce delle regole a un divieto totale. E c’è un dettaglio che mi ha colpito: i giovani, cioè quelli che usano di più gli strumenti di AI, sono anche i più contrari alle infrastrutture che li fanno funzionare.
Sembra una contraddizione. Se lo chiedi a me, è la cosa più umana del mondo: usiamo tutti la corrente elettrica e nessuno vuole un elettrodotto sopra il giardino. Quindi possono essere vere entrambe le letture. C’è chi ce l’ha con l’AI, e c’è chi ce l’ha soprattutto con l’idea di ritrovarsi un cantiere sotto casa senza che nessuno gli abbia chiesto niente. I referendum di martedì, alla fine, sono stati prima di tutto questo: un modo per dire che, se volete un data center, dovete chiederci il permesso.
La tecnologia nelle elezioni (anche dove non ci sono data center)
Mentre gli americani votavano per bloccare la costruzione dei server per l’AI, l’intelligenza artificiale diceva agli americani dove votare. E non sempre ci è riuscita. Il Washington Post ha chiesto a sei chatbot di preparare una guida al voto per indirizzi in ogni contea degli Stati Uniti. Su oltre 3.000 guide, quelle che indicavano un collegio lo sbagliavano nel 22% dei casi, proponendo candidati che l’elettore non poteva nemmeno votare. Spesso perché pescavano informazioni da siti sbagliati, a loro volta scritti con l’aiuto dell’AI: un’intelligenza artificiale che cita un’altra intelligenza artificiale.
Dopo l’inchiesta del Washington Post (di cui è proprietario Jeff Bezos, tra l’altro), Amazon ha sospeso la funzione di Alexa che creava le guide al voto. Mi piace pensare che Alexa avesse letto i quesiti dell’Ohio e abbia provato, a modo suo, a tenere gli elettori lontani dalle urne. È uno scherzo, lo dico prima che un’AI avventata estrapoli dal contesto questa frase e gli avvocati di Bezos comprino i biglietti aerei per l’Italia. Ma il tempismo dell’errore è perfetto.
Se Alexa l’ha fatto senza malizia, chi sta dietro all’AI ha invece investito moltissimo in queste elezioni. Il super PAC più grande, Leading the Future, finanziato fra gli altri da Andreessen Horowitz e dal presidente di OpenAI Greg Brockman, nelle primarie aveva vinto 25 corse su 28. Dall’altra parte c’era una rete più vicina ad Anthropic, che spingeva candidati favorevoli a più regole.
Poi è arrivato novembre. A fine ottobre Leading the Future aveva speso appena 7,4 milioni di dollari nelle elezioni generali, pur avendone 34 in cassa: con i sondaggi così, meglio non farsi vedere. E dove ha speso, non sempre è andata bene. In Carolina del Sud la senatrice repubblicana Darline Graham, sostenuta con circa 2,7 milioni, ha perso in uno stato che Trump aveva vinto con 18 punti di vantaggio. Fortune cita un analista che ha definito la notte scorsa forse “la più grande sconfitta del denaro in politica"“.
Denaro e tecnologia, però, sono riusciti comunque a essere protagonisti delle elezioni. Kalshi e Polymarket (di cui ti avevo parlato qui) sono piattaforme dove si scommette su eventi reali, elezioni comprese, e quest’anno sono entrate nelle redazioni. CNN, CBS News, Dow Jones e CNBC hanno firmato accordi per mostrare le quote nei loro servizi, e l’accordo di CNBC con Kalshi prevede una quota dei ricavi e una partecipazione azionaria. Il flusso va anche nell’altro senso: Associated Press fornisce a Kalshi i conteggi e l’assegnazione dei seggi in tempo reale.
Insomma, le aziende tech trovano il modo di guadagnare anche dalle elezioni che perdono.
Anche se va detto che, sebbene i CEO tech abbiano dimostrato vicinanza ai Repubblicani nell’ultimo periodo (Elon Musk su tutti, che in queste elezioni ha speso quasi mezzo miliardo di dollari per sostenere il movimento MAGA), questo non vale per tutta la Silicon Valley.
Lo spostamento riguarda soprattutto dirigenti, fondatori e investitori. Chi lavora in quelle aziende vota ancora a sinistra: nel secondo trimestre del 2026 i dipendenti di Anthropic, Google, OpenAI, Meta e xAI hanno donato 2,02 milioni di dollari ai democratici e 274.000 ai repubblicani. Nella Bay Aerea possono quindi festeggiare oggi; anche se non sono sicuro siano contenti dei vari stop ai data center nel cuore degli USA.
Il nostro cortile è a sud di Milano
E da noi? Già da stamattina le analisi politiche si chiedono se, dopo la sconfitta della destra americana, toccherà anche a Meloni. Io lascio volentieri la domanda ai politologi e me ne faccio un’altra: anche gli italiani non vogliono i data center sotto casa? E quanto potrebbe incidere sul modo in cui votiamo?
Partiamo dai numeri. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, nel 2025 l’Italia aveva 609 megawatt di potenza installata nei data center, con 83 nuovi progetti previsti fra il 2026 e il 2028 per oltre 25 miliardi di euro. Milano e dintorni concentrano il 68% della potenza nazionale.
Poi ci sono le richieste di allaccio alla rete. Al 30 settembre Terna ne aveva ricevute 586, per quasi 109 gigawatt: circa il doppio del picco di consumo elettrico di tutta Italia. Ma solo 16 progetti sono pronti per essere costruiti, per 1,9 gigawatt in tutto. A marzo un dirigente di Terna, parlando alla Camera, aveva definito “irrealistiche” quelle cifre, in gran parte speculative. In sostanza: tutti prenotano, pochi costruiscono. E quei pochi, guarda caso, li vogliono quasi tutti nello stesso posto.
Stop Data Center
E infatti le proteste sono partite proprio da lì. A luglio è nata la rete Stop Data Center, che riunisce decine di comitati lombardi. Il 10 ottobre, in piazza della Scala, ha organizzato la prima manifestazione nazionale contro i data center: più di mille persone e una quarantina di comitati, arrivati anche da Pavia e dal Piemonte. Chiedono una moratoria finché il governo non deciderà quanti data center servono all’Italia e dove costruirli, perché una legge nazionale sul tema non esiste.
Il simbolo è Lacchiarella, poco meno di diecimila abitanti fra Milano e Pavia, dove è previsto il data center più grande d’Italia, un investimento da tre miliardi di euro. Qualche vittoria i comitati l’hanno già ottenuta: a Travagliato, nel Bresciano, un grande progetto è stato ritirato anche dopo le proteste dei residenti. E il fenomeno si allarga: a Colleferro, vicino a Roma, una petizione online contro i maxi data center ha superato le 1.100 firme.
Noi non abbiamo i referendum comunali all’americana, quindi un voto come quello dell’Ohio da noi è difficile da immaginare. E non esiste nemmeno un sondaggio nazionale sui data center: non so dirti cosa ne pensano gli italiani, e diffiderei di chi te lo dice con sicurezza. Però, sembra un tema che coinvolge un buon numero di cittadini, e politicamente sembra trasversale. La Lombardia di centrodestra, che a maggio si era data la prima legge regionale sui data center, la sta già rivedendo sotto la pressione dei comitati. Non è una questione di schieramento. Come negli Stati Uniti, sembrerebbe che sia destra che sinistra non vogliano un data center nel proprio cortile.
Il precedente
Sul Not-In-My-Back-Yard noi italiani abbiamo una certa esperienza. Abbiamo detto no al nucleare due volte, con i referendum del 1987 e del 2011. A settembre il Parlamento ha approvato in via definitiva la legge delega per tornarci, con la prima centrale prevista non prima del 2035. Ed è curioso che il ritorno all’atomo arrivi proprio mentre nasce la nuova categoria di “cose che vanno bene, ma da un’altra parte”.
Immaginare un referendum sui data center, ad oggi, ci sembra pura speculazione. Ma negli Stati Uniti, dove risiedono le principali aziende che ora valgono trilioni grazie all’AI, dove le novità e gli aggiornamenti dei chatbot arrivano prima, i cittadini hanno comunque detto di no.
Siamo sicuri che Ashville e Lacchiarella siano così lontane?
(Stefano Regazzi su Caffélattetech del 04/11/2026)