Su quel 4 a 1 del Belgio sugli USA di martedì 7 luglio

Il risultato della partita per gli ottavi di finale dei mondiali 2026 fra Stati Uniti e Belgio era atteso senz’altro da molte persone anche in Italia, sia da chi tifava per gli USA, come il senatore e vicepresidente dell’attuale governo, Matteo Salvini, sia da chi tifava per il Belgio, non foss’altro per lo sdegno scatenato dalla prepotenza del presidente USA Donald Trump che, con una semplice telefonata al presidente della FIFA (Federazione Internazionale delle Associazioni calcistiche), Gianni Infantino, che è notoriamente compiacente verso di lui, aveva fatto togliere la squalifica al giocatore statunitense Balogun per consentirgli di giocare la partita col Belgio. Prepotenza di cui lo stesso presidente USA si è fatto vanto; lui, che s’intende di tutto, aveva decretato che il fallo, per cui era stato espulso Balagun nella partita con la Bosnia, non c’era.
L’ignobile accondiscendenza di Infantino a Trump aveva suscitato, logicamente, un coro di critiche, perché in questo modo veniva infranto il regolamento del gioco del calcio sottoscritto da tutte le associazioni nel mondo. Un fatto gravissimo che, se non bloccato, avrebbe come effetto quello di rendere ogni partita una sorta di far west.
A questo si sono ribellate alcune personalità, come Pascale van Damme, Membro della FIFA, e altre a nome delle rispettive associazioni, come Alexander Ceferin, presidente della UEFA (Unione delle federazioni calcistiche europee), Giovanni Malagò, presidente della FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio) e altri. Non solo, anche alcuni eurodeputati hanno lanciato un’iniziativa per chiedere un’indagine sul ruolo del presidente della FIFA, Gianni Infantino, al fine di accertare se pressioni provenienti dall’amministrazione statunitense abbiano influenzato la decisione. Tuttavia il problema non è stato risolto e l’attaccante Balogun è sceso in campo come se niente fosse. Ma, come detto già nel titolo, i “diavoli rossi” del Belgio si sono fatti sentire: ben 4 gol sono entrati nella porta statunitense e uno solo in quella belga. Un bellissimo gioco di squadra di eccellenti giocatori.
Naturalmente io ho gioito immensamente, ieri mattina, quando ho letto sul giornale che il Belgio le aveva suonate ben bene agli USA. E con me tante persone di mia conoscenza. Un vero tripudio!
E subito, dentro di me, si è accesa una lampadina, anzi due: una a beneficio di Matteo Salvini, l’altra a beneficio di Donald Trump. Mi sono venute in mente due opere letterarie che, a mio avviso, li interpretano molto bene.
Matteo Salvini ha fama di menagramo. Luca e Paolo, i due comici che si esibiscono il martedì sulla “Sette”, lo prendono in giro in continuazione, anche per questa realtà ormai assodata: se Matteo Salvini fa una previsione, è cosa certa che essa si ribalterà. Prova ne fu quella sul Referendum sulla Giustizia (22 e 23 marzo scorsi). Salvini aveva proclamato: Vincerà il SI’ con il 54% . La percentuale era giusta, ma a vincere era stato il NO!
Questa volta – idem. Anche se mi risulta che il nostro inclito vicepresidente del Consiglio non abbia detto esplicitamente che tifava per gli USA, ma lo aveva solo fatto capire con un peraltro non tanto enigmatico “Voi sapete da che parte batte il mio cuore”… per gli Stati Uniti una vera débâcle!
Mi pare, dunque, che a Salvini si adatti una celebre novella di Luigi Pirandello del 1911 e pubblicata in “Novelle per un anno” nel 1922, che s’intitola La patente
Senza dilungarmi troppo (chi vuole leggere la novella intera può farlo cliccando sul titolo), in questa opera si narra la vicenda di un pover uomo, Rosario Chiàrchiaro che è considerato da tutti uno jettatore, al punto che, quando passa, la gente fa gesti di scongiuro; toccano ferro, fanno le corna ... Ma non basta. Lo hanno cacciato dal suo posto di lavoro, mentre ha una moglie paralitica da alcuni anni e due ragazze nubili, “di cui nessuno vorrà più sapere – affermerà davanti al giudice - perché sono figlie mie”. E’ così che Chiàrchiaro decide di fare di questa disgrazia un punto di forza, anzi, di sopravvivenza.
Querela due giovani che hanno fatto gli scongiuri incrociandolo ed esige dal giudice D’Andrea, a cui è assegnata la causa, di rilasciargli la patente di jettatore, in modo che egli possa pretendere di essere pagato per stare alla larga dalla gente. E, per convincere il giudice, gli si presenta vestito come un perfetto menagramo - occhiali scuri, un abito altrettanto funereo, la barba incolta.
E, di fronte alla renitenza del giudice, lo accusa di volergli male, di essere suo nemico, perché l’unica possibilità di vivere, lui e la famiglia, ce l’avrà con quella patente ufficiale, con la quale potrà chiedere una tassa per stare alla larga dalla gente.
La novella finisce qui. Non sappiamo se il giudice lo accontenta.
Per quanto riguarda Donald Trump, la faccenda è più breve. Si tratta di una favola del poeta latino di origine greca, Fedro , il quale pubblicò molte favole che hanno per protagonisti degli animali, ma che si riferiscono a vizi degli esseri umani.
La favola che si adatta a Trump è quella che si intitola La rana scoppiata e il bue
(Rana rupta et bos). Ne riporto la traduzione italiana.
“La rana scoppiata e il bue
Il povero, mentre vuole imitare il potente, perisce.
Una volta in un prato una rana vide un bue
e colpita dall’invidia per tanta grandezza
gonfiò la sua pelle rugosa: poi chiese ai suoi figli
se fosse più grande del bue.
Loro negarono. Ancora una volta gonfiò la cute
con maggiore forza e chiese similmente
chi fosse più grande. Loro dissero il bue.
Infine, arrabbiata, volendo gonfiarsi ancora di più
giacque morta per lo scoppio del corpo”.
E’ noto che Trump ha un Ego ipertrofico. Esiste solo lui. Lui è il più bello, il più potente, il più intelligente dell’universo. Sì, perché, come hanno dimostrato sue invenzioni con la AI, lui si sente l’unto del Signore (ce ne fu un altro simile in Italia in anni Novanta/Duemila).
Ebbene, con tutto ciò, c’è Qualcun altro sopra di lui – lo vogliamo, per semplicità, chiamare Dio? A prescindere che un Dio ci sia o non ci sia davvero. Ma magari un destino, oppure quello che i buddhisti chiamano Karma - insomma, qualcosa che sovrasta noi che restiamo esseri umani sempre un pochino smarriti e certamente fragili. Nel suo delirio di onnipotenza il pover uomo nomato Donald Trump è a forte rischio esplosione. Perché un limite, che lo voglia o no, ce l’ha, eccome. Un giorno … morirà!
E allora, volendo ignorare questa realtà, volendo imitare chi ci sovrasta, non fa che affrettare la propria fine.
Come osserva Fedro: “Il povero, mentre vuole imitare il potente, perisce”.
E chi più potente di una entità superiore, del destino o del Karma?