Starbucks e la fine della favola della sostenibilità nel caffè

La chiusura della direzione sostenibilità di Starbucks è la nuova mossa del Ceo Brian Niccol, quello che va al lavoro con un jet privato
Per anni Starbucks, la multinazionale californiana che ha rovinato per sempre il gusto di bere il caffè trasformandolo in “esperienza”, si è sempre vantata di puntare tutto sulla sostenibilità. Anzi, ne ha proprio fatto il suo marchio di fabbrica. A partire dai negozi, pieni di verde, fino allo stesso caffè, ai bicchieri di plastica, allo spreco e al riciclo dei rifiuti, Starbucks ha sempre portato avanti la favola della sostenibilità.
Anche se, come abbiamo scritto nel dossier di Valori, i costi nascosti ambientali, economici e sociali del caffè ne fanno una bevanda tutt’altro che sostenibile. Figuriamoci poi i milioni di bicchieri di plastica venduti ogni giorno, per quanto riciclati e riciclabili. Ma tant’è, fino a ieri Starbucks era sinonimo di sostenibilità. Fino a ieri però. Perché oggi ha definitivamente chiuso la sua direzione sostenibilità.
Starbucks licenzia i vertici della sostenibilità
Starbucks, che nel 2025 ha fatturato 37 miliardi di dollari, all’interno dell’ultimo blocco di licenziamenti – circa 300 persone, quasi tutti dirigenti – ha infatti deciso di liberarsi anche di Marika McCauley Sine, dal 2024 Chief sustainability officer del gruppo, e Chris McFarlane, il manager che guidava la strategia globale sui packaging riutilizzabili. Con buona parte dei loro team. Ma in questo caso non si tratta di una scelta economica: c’è un chiaro indirizzo politico. Perché Starbucks ha deciso che, nell’epoca in cui al potere è salito ovunque il fascismo fossile, essere sostenibili (o fingersi tali) è oramai inutile.
Ovviamente la multinazionale californiana l’ha messa giù in altro modo. Ha infatti spiegato che la direzione sostenibilità di Starbucks non è stata eliminata, ma semplicemente incorporata nella direzione sull’impatto sociale. E i pochi dipendenti rimasti che prima facevano riferimento a McCauley Sine ora possono rivolgersi a Kelly Goodejohn, una veterana del gruppo che da oggi ha la qualifica di Sustainability and social impact officer.
Ma la toppa non regge. Vojtech Vosecky, fondatore di The Circular Economists, ha sottolineato che il settore del caffè contribuisce in maniera decisiva ai cambiamenti climatici e all’aumento dei prezzi globali delle materie prime. «È come avere una nave che affonda e licenziare l’unica persona che ha un secchio per svuotarla», ha scritto.
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Brian Niccol e lo smantellamento della sostenibilità di Starbucks
Il grande cambiamento nel racconto di Starbucks sulla sostenibilità avviene nel 2024 quando Brian Niccol, il nuovo Ceo appena assunto a suon di milioni, annuncia che per andare dalla sua casa di Newport Beach (in California) fino alla sede centrale di Seattle (nello Stato di Washington) userà un jet privato. Come avevamo scritto all’epoca su Valori, per andare da casa a lavoro Niccol produce ogni giorno circa 12 tonnellate di emissioni di CO2 equivalente. Per capirci, un cittadino europeo ne produce in media otto in tutto l’anno.
Ma non è finita qui. Oltre alle solite decine di migliaia di lavoratori, in soli due anni Niccol ha licenziato oltre duemila dirigenti di Starbucks. Non solo per tagliare i costi, però. Perché i tagli dirigenziali avevano quasi tutti lo stesso obiettivo, quello di avere sempre meno a che fare con quei fastidiosi orpelli chiamati etica e sostenibilità. Fino a che Niccol la direzione non l’ha chiusa del tutto.
Lo sostiene una ex dipendente del gruppo, Katie Herod, una delle oltre duecento licenziate dell’ultimo giro. «Ultimamente, la filosofia a Starbucks sembra diversa. Licenziamenti ripetuti. Smantellamento dei team dedicati alla sostenibilità e all’approvvigionamento etico. Riunioni a porte chiuse e senza microfono», scrive Herod su LinkedIn.
L’impronta di CO2 di Starbucks è cresciuta del 7% negli ultimi anni
Oltretutto, Starbucks sta riconsiderando il suo obiettivo climatico al 2030, che prevedeva di dimezzare le emissioni. Il Report di impatto ambientale del 2025 ha rivelato infatti che l’impronta di CO2 dell’azienda è aumentata del 3% rispetto al 2019. Per le emissioni Scope 3 legate alla catena di approvvigionamento, che rappresentano oltre il 90% del totale, l’aumento è del 7%. E infatti, come scrive Trellis, non solo l’impronta di CO2 è cresciuta, ma Starbucks quest’anno non ha ancora pubblicato il suo Report di impatto globale. Lo ha sempre fatto entro aprile.
(Luca Pisapia su Valori.it del 22/07/2026)