INDICI PREZZI AL CONSUMO: NON FARE CONFUSIONE MA ESIGERE SCIENTIFICITA’
Firenze, 21 Agosto 2002. Nella rissa di voci e posizioni che ci sono nell’ambito degli indici dei prezzi al consumo, e’ bene fare molta chiarezza e cercare di essere precisi, distinguendo e saltando la demagogia.
I paventati panieri alternativi a quello dell’Istat lasciano il tempo che trovano. Ci potranno essere iniziative che istituiscono degli osservatori o che fanno indagini di mercato, ma non potranno mai assurgere al rango dell’Istat e diffondere dati statistici, perche’ non ci sembra che, al momento, ci sia qualcuno in grado di avere una struttura che, paragonandola a quella dell’Istat, possa essere qualificata come alternativa a quella dell’Istituto del Governo.
Altrettanto vale per proposte "naif" di attaccare bollini su questa o quell’altra vetrina di questo o quell’altro commerciante: soluzioni che non sono tali ma semplice diffusione di vetrofanie propagandistiche.
Il punto di partenza deve essere quello della presa d’atto, da parte delle istituzioni, che qualcosa non funziona e che bisogna intervenire senza indugio.
Per la presa d’atto, per esempio, oltre alle diffuse rimostranze che in questi giorni non mancano, l’Autorita’ potrebbe partire dal fatto che c’e’ un precedente che, in un Paese partner dell’Ue, ha gia’ messo in dubbio la corrispondenza con la realta’ di rilevamenti fatti con certi metodi: e’ quello del presidente della Banca centrale olandese, Nout Wellink, con una dichiarazione televisiva. I metodi Istat ci viene detto che devono rispondere a certi parametri di analisi e rilievo stabiliti dalla Comunita’, quindi si presuppone che, se questo dubbio c’e’ in Olanda (espresso da cotanta autorita’), altrettanto possa essere da noi. Quindi c’e’ bisogno di una disponibilita’ in questo senso da parte dei ministeri economici, che in questo momento, invece, sembrano solo arroccati nel difendere il loro fortino di certezze rappresentato dal monolite Istat.
Superato questo scoglio, ci sarebbe da metter mano agli elementi di valutazione su quanto ogni prodotto incide nel paniere. Per quanto se ne sappia (e’ bene ricordare che l’Istat non rende pubblico tutto il suo sistema e tutti gli elementi che compongono i suoi panieri), per esempio, ci sono dei grandi assenti e delle incongruenze in questi panieri. Per esempio, perche’ manca il ticket sanitario, che non e’ una tassa (per cui non avrebbe senso in un paniere di prezzi al consumo), ma una sorta di contributo alle spese per l’acquisto di un farmaco? Perche’ c’e’ il canone Rai (tassa -di possesso- a tutti gli effetti)? Perche’ nelle novita’ 2002 e’ stato levato il "canone per l’abbonamento a Internet"? Non si sono accorti all’Istat che "Internet gratis" sta sparendo? Il fatto che questo canone era nel paniere proprio quando Internet era quasi esclusivamente gratis e venga levato quando la Rete sta tornando a pagamento, la dice lunga, rafforzando il nostro convincimento che siamo in presenza di un metodo e di un paniere al "passo dei tempi andati".
Vincenzo Donvito, presidente Aduc
Nota:
Per meglio specificare questi rilievi che facciamo, e’ bene rispolverare un calcolo che avevamo fatto all’inizio di quest’anno sul canone Rai. Nel paniere 2001 (calcoli ancora in lire), per una spesa complessiva di Lit.1.000.000 l’Istat faceva pesare il canone per 2.532 lire. Il canone e’ un importo fisso per ognuno, euro 93,80 (Lit.181.622). Se consideriamo che il 95% delle famiglie ha un televisore, la spesa media sara' il 95% di 181.622, cioe' 172.540. E tale spesa, per l'Istat dovrebbe incidere per 2.532 su 1 milione di spesa. Siccome la spesa effettiva (172.540) e' 68 volte 2.532, evidentemente l'Istat ipotizza che la famiglia media spenda ogni anno 68 milioni di lire. Ed essendo una spesa da cui sono escluse imposte, tasse e balzelli vari, nonche' la quota di reddito che viene risparmiata (che possiamo calcolare, per difetto, in un 25% della spesa), secondo l'Istat il reddito medio di una famiglia sarebbe di 85 milioni di lire. C’e’ qualcosa che non torna …..
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