Domenica 23 agosto 2026
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Firenze, Disinvolte certezze e cantieri

Lapulce · Stefano Fabbri ·

Il calendario che usiamo ha poco meno di 500 anni: ogni anno dura 12 mesi, ovvero 365 giorni (uno in più ogni quattro anni): è la nostra misura del tempo. È lì, statico e preciso, a far da guardia alle scadenze e, non in ultimo, alla durata delle nostre vite. Ultimamente, tuttavia, questo rigoroso metro è usato nella sua proiezione futura con più disinvoltura rispetto al passato, con gradi di tolleranza difficili da digerire. Ora, che questa licenza sia consentita ad un aruspice non crea grandi problemi. Ma se le previsioni sono fatte con troppa disinvolta certezza da chi gestisce la cosa pubblica qualche difficoltà la possono creare. Per i lavori pubblici ad esempio. La stima più recente è quella fatta dal Comune riguardo il completamento dei lavori del Ponte da Verrazzano, una volta rimodernato destinato ad accogliere una parte importante del tracciato del sistema tramviario. La previsione della durata degli interventi è di 7 mesi, hanno detto la sindaca Sara Funaro e l’assessore Andrea Giorgio. Ovviamente a partire da settembre, in modo da lasciare inalterato il traguardo dell’entrata in servizio della linea tramviaria nell’estate (che di solito dura tre mesi) del 2027. In quel tempo ci sarà dunque da incaricare il progettista, nominare le ditte esecutrici, magari risolvere eventuali questioni relative alla tutela architettonica e paesaggistica del ponte, etc.
La speranza di tutti è di farcela. Ma le esperienze del passato recente hanno stratificato la tendenza a fare la tara a previsioni così precise. Un cantiere è un cantiere ed è una delle cose al mondo più prodiga di imprevisti. Che non sono una maledizione, ma l’ignoto che si nasconde pure dietro le cose che sembrano scontate. Non vogliano queste poche righe suonare come l’invito a gesti scaramantici. Ma un sommesso invito a usare le misure temporali di previsione con più prudenza. Perché non sembra, ma le persone queste scadenze poi se le ricordano. Sarebbe forse preferibile una comunicazione meno assertiva e densa di certezze, magari a vantaggio di qualcosa che invece di fissare un termine perentorio consenta un’informazione costante sul procedere dei lavori. Che è meglio di trovarsi nella scomoda posizione di dover poi giustificare eventuali ritardi. C’è un termine che fino a qualche tempo fa era molto in voga: urban center. Come molti altri sta adesso raggiungendo l’oblio, meritato probabilmente dal fatto che i molti che lo hanno usato hanno scoperto di non conoscerne l’esatto significato. Di urban center veri chi scrive ha avuto modo di incontrarne uno, un quarto di secolo fa a Berlino. Nel pieno rifacimento di Potsdamer Platz, fino a poco prima terra di nessuno, candidata ad essere il nuovo punto di equilibrio tra due città che tornavano ad essere una.
Ogni giorno dati e grafici su come stavano procedendo i lavori. E una fila di berlinesi a vedere cosa, come e quando stava accadendo. Mettere in piedi qualcosa del genere per un ponte forse è troppo. Ma applicarne la filosofia potrebbe tornare utile.

 

(pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 22/08/2026)

 

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