742 miliardi in titoli del Tesoro in una settimana, rendimenti ai massimi da decenni
Il governo degli Stati Uniti ha collocato 742 miliardi di dollari in titoli del Tesoro nell'arco di una singola settimana, distribuiti su nove aste distinte. Come riporta Wolf Street, di questa cifra 585 miliardi erano Treasury bill a breve scadenza (da 4 a 26 settimane), suddivisi in sei aste, tre delle quali hanno superato i 100 miliardi ciascuna. La gran parte di questi titoli è stata emessa per sostituire T-bill in scadenza.
I restanti 157 miliardi riguardavano invece strumenti a più lungo termine: note a 3 e 10 anni e obbligazioni trentennali. Ed è proprio sui rendimenti di questi ultimi che si concentra l'attenzione degli analisti: i titoli decennali sono stati aggiudicati al rendimento più alto dal 2007, mentre i trentennali hanno raggiunto il livello più elevato addirittura dal 2001. L'asta dei bond a 30 anni ha registrato un tasso del 5,216%, un dato che non si vedeva da un quarto di secolo.
Questi livelli di rendimento preoccupano apertamente il Segretario al Tesoro Scott Bessent, tanto da spingerlo ad adottare misure indirette per contenere la pressione sul mercato obbligazionario. Secondo Wolf Street, Bessent ha cercato di sostenere lo yen giapponese proprio per evitare che le autorità di Tokyo fossero costrette a vendere titoli del Tesoro americano — operazione che avrebbe ulteriormente spinto i rendimenti verso l'alto. Il timore era che le vendite nipponiche di Treasury, necessarie per raccogliere dollari con cui acquistare yen e sostenerne il tasso di cambio, potessero aggravare ulteriormente le già tese condizioni del mercato obbligazionario.
A titolo di esempio, il Dipartimento del Tesoro ha recentemente pagato 54 centesimi per ogni dollaro di valore nominale per riacquistare bond trentennali originariamente emessi nel febbraio 2021 a un rendimento dell'1,93%. La forbice tra il rendimento di allora e quello attuale illustra in modo plastico come il costo del debito pubblico americano si sia trasformato nel giro di pochi anni.
Sul mercato secondario, gli operatori reagiscono principalmente ai timori sull'inflazione, sulla politica monetaria della Federal Reserve e sull'accumulo crescente di debito federale: un'offerta sempre più abbondante di nuovi titoli tende a richiedere rendimenti più elevati per generare domanda sufficiente. La Fed, dal canto suo, non ha contribuito ad allentare la tensione: avendo tagliato i tassi nel 2024 nonostante l'inflazione ancora elevata, e avendo proseguito con ulteriori riduzioni a fine 2025 mentre i prezzi tornavano ad accelerare, ha di fatto inviato segnali contraddittori al mercato, che li ha scontati in una maggiore incertezza sulle scadenze lunghe.