Giovedì 11 giugno 2026
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Besançon. Eutanasia nel reparto di rianimazione? Inizia processo

U.E. - FRANCIA
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Il 2 luglio, il procuratore della Repubblica di Besançon ha annunciato di aver avviato un procedimento giudiziario per "avvelenemanto di pazienti in fin di vita", al termine di cinque anni di indagini preliminari su casi di eutanasia avvenuti al CHU di Besançon. Secondo le conclusioni della perizia medica condotta nel 2004, su 18 pazienti -tutti casi disperati- morti nel reparto di rianimazione chirurgica del CHU tra il 1998 e il 2001, 14 sarebbero casi di eutanasia. All'epoca, la perizia aveva concluso che di questi 14 pazienti, il cui stato si situava "al di la' di ogni risorsa terapeutica", quattro avevano subito un'eutanasia "diretta" mediante iniezione di sostanze volte a provocare la morte. I dieci altri decessi erano dovuti a eutanasia "indiretta", risultante dalla somministrazione di sostanze antalgiche, le quali possono avere sia un semplice effetto calmante, sia provocare una depressione respiratoria che porta alla morte, secondo la relazione peritale.
Incaricato di decidere lo sbocco giudiziario di questa vicenda, che e' stata oggetto di un'indagine preliminare dal 2002, il procuratore Jean-Yves Coquillat, il 29 giugno ha deciso, in accordo con la procura generale, d'aprire un procedimento giudiziario. Coquillat, che ha ripreso il dossier nel giugno 2003, all'epoca riconobbe che si sarebbe trattato di una decisione "complicata" e che sperava di farlo con "umanita'", esaminando le motivazioni delle pratiche eutanasiche e il loro contesto. La vicenda era iniziata nella primavera del 2002, con le rivelazioni di infermieri e paramedici del reparto di rianimazione chirurgica del CHU di Besançon, i quali accusavano i medici del reparto, con cui erano in conflitto, di "terapie di fin di vita" ch'essi giudicavano "choccanti". In base a informazioni giornalistiche del 2004, la perizia medica avrebbe dimostrato che "l'equipe (medica) era lungi dall'applicare le regole di buona pratica raccomandate in rianimazione" e che "le decisioni non solo non erano sempre state prese collegialmente, ma talvolta da un solo membro del gruppo contro il parere di un altro membro". Solo una famiglia di un paziente deceduto aveva sporto denuncia in questa vicenda, ma senza costituirsi parte civile. Il denunciante "era sorpreso delle condizioni del decesso del suo parente e lamentava la mancanza d'umanita' di un medico del reparto", secondo il procuratore. "La legge attualmente non distingue fra chi avvelena un proprio congiunto per sbarazzarsene e colui che agisce per motivi umanitari", aveva dichiarato all'agenzia AFP nel 2004.
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