Martedì 9 giugno 2026
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Bonadonna/Schiavi, 'Medici umani, pazienti guerrieri'

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Una legge sul testamento biologico "va approvata anche in Italia". Non ha dubbi l'oncologo Gianni Bonadonna, sopravvissuto a un ictus che l'ha costretto alla sedia a rotelle piegandolo nel corpo, ma non nella mente. Nella sua doppia veste di medico e malato, l'esperto ha presentato oggi all'Istituto nazionale tumori (Int) di Milano il suo nuovo libro 'Medici umani, pazienti guerrieri' (Baldini Castoldi Dalai editore), scritto con Giangiacomo Schiavi del Corriere della Sera.

Nel capitolo 'Contro l'eutanasia', grida no alla "propaganda della morte" fatta dai sani che "sentenziano con lucida freddezza" perche' "non sanno immaginarsi immobili e cadenti in un letto o su una carrozzina". Ma si pronuncia a favore del testamento biologico, anche per "tracciare una linea di fermezza tra eutanasia passiva, il no all'accanimento terapeutico e l'eutanasia attiva che rimane una procedura illegale", sottolinea. "Il rifiuto consapevole del paziente (firmato al momento del ricovero, come si fa in molti ospedali nordamericani e in alcuni del Nord Europa) a sottoporsi a trattamenti futili e' una base di partenza per interrompere le terapie di supporto quando il malato non sara' piu' in grado di intendere e volere, perche' e' avvenuta una morte cerebrale. Si chiama testamento biologico. Questa legge va approvata anche in Italia".

Altra cosa e' l'eutanasia attiva, "un termine eufemistico per definire l'uccisione intenzionale di una persona gravemente malata".
Bonadonna ricorda "il coraggio e la grande dignita' di Papa Wojtyla, che negli ultimi momenti della sua vita rifiuto' ogni accanimento. E richiama anche il caso Welby. "Colpisce il grido di dolore di un uomo che chiede la sua fine", ammette. Ma "io non credo alla necessita' di una legge sull'eutanasia", puntualizza.
"Quando un malato chiede a un medico di interrompere un'esistenza non piu' degna di essere chiamata cosi', la risposta puo' venire soltanto dalla coscienza", aggiunge l'oncologo. Percio' "non me la sento di condannare il medico che ha interrotto le terapie di supporto" a Welby, "quelle che gli davano ormai una sofferenza infinita". Anche perche' "se fossi stato io il medico di Welby non avrei potuto trascurare la sua volonta': l'avrei aiutato senza clamore, senza uno scandalo, senza finire sui giornali; da medico e non da boia. Di questa storia disapprovo la sarabanda politica, l'uso strumentale della sofferenza", scrive ancora lo specialista nel suo libro. "Ma per tanti medici il caso Welby e' un invito ad ascoltare la coscienza".

Bonadonna precisa: "Non ho risposte ai mille dubbi che solleva una richiesta di eutanasia. Posso dire soltanto quello che passa nella mia testa di malato. Anch'io, una volta al giorno, mi trovo a fare i conti con la voglia di farla finita. Convivo da tredici anni con il dolore e l'ultima mazzata si chiama supinazione: cerco di stare su e il mio corpo scivola giu'. Sentirsi un peso e' fonte di umiliazione e rimorso, dover essere accuditi e' un impegno e un costo. Non e' facile respingere la stessa tentazione di Welby", confessa. Ma per farlo "io mi aggrappo alla mia storia di medico: ho insegnato ai miei allievi a rialzarsi dopo ogni caduta", ed essere d'esempio "e' quasi un punto d'onore".

In conclusione, "il medico non puo' certo risuscitare i morti, ma puo' e deve accompagnare il malato". Perche' quando un paziente sta per morire e "la medicina dice che non c'e' piu' niente da fare, a quel punto invece ci sarebbe molto da fare: farlo vivere nel modo piu' dignitoso possibile e' un atto di umanita', come evitargli l'accanimento terapeutico, le cure inutili e le sofferenze evitabili", conclude l'italiano che nel 2007 e' stato premiato negli Usa per le sue ricerche.
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