Domenica 25 ottobre 2026
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Cassazione: multa maggiorata per avvocati che citano sentenze false create con IA

U.E. - ITALIA
Notizia ·

La Corte di Cassazione ha stabilito per la prima volta un inasprimento delle sanzioni per gli avvocati che, nei ricorsi, citano sentenze inesistenti generate dalle cosiddette "allucinazioni" dell'intelligenza artificiale. Come riporta La Legge per Tutti, la decisione arriva con la sentenza n. 23006 della Terza sezione penale, che per la prima volta affronta in modo esplicito le conseguenze dell'uso improprio di software di IA nella redazione degli atti difensivi.

 

Il principio è netto: l'uso di strumenti di intelligenza artificiale non esonera in alcun modo l'avvocato dall'obbligo di verificare l'autenticità delle fonti citate in un ricorso, cioè numero, sezione, data e testo della sentenza richiamata. Chi firma un atto processuale resta pienamente responsabile di ogni affermazione in esso contenuta, anche quando l'errore nasce da un software e non da una svista personale.

 

Per spiegare la portata della pronuncia, si può immaginare il caso di un avvocato che deve presentare con urgenza un ricorso in Cassazione per ottenere l'annullamento della condanna del proprio assistito. Se nel testo vengono inserite citazioni di precedenti giurisprudenziali mai esistiti, generati dal software senza alcun controllo successivo, scatta un meccanismo sanzionatorio più severo rispetto al passato.

 

Finora, in base all'articolo 616 del codice di procedura penale, il giudice che dichiara inammissibile un ricorso può condannare il ricorrente al pagamento di una somma alla cassa delle ammende, di norma secondo un importo standard quando l'atto appare generico o manifestamente infondato. Con la sentenza 23006 le regole cambiano: se l'avvocato sostiene le proprie tesi con sentenze false, la condotta viene qualificata come colpa qualificata, e questo comporta un aumento automatico della sanzione pecuniaria a carico del difensore.

 

I giudici della Terza sezione penale tracciano una distinzione netta tra una semplice debolezza argomentativa, fisiologica in qualsiasi ricorso, e una vera e propria "patologia dell'atto". Inserire negli scritti difensivi precedenti giurisprudenziali inventati, spiega la Cassazione, altera il corretto contraddittorio tra le parti e compromette l'affidabilità minima che deve sempre accompagnare il processo, aggravando peraltro il lavoro di verifica richiesto alla Corte stessa.

 

A rendere l'idea della gravità della vicenda è l'esempio concreto riportato: un avvocato aveva citato nel proprio ricorso una sentenza del tutto fittizia, indicata come "Cassazione, Sezione III, sentenza n. 9999 del 2023", senza alcun controllo preventivo sulla sua reale esistenza. Un caso che mostra come le "allucinazioni informatiche" - la tendenza dei sistemi di intelligenza artificiale generativa a produrre testi sintatticamente corretti ma privi di qualunque riscontro nella realtà - possano tradursi in conseguenze dirette e costose per i professionisti che non verificano quanto prodotto dal software prima di depositarlo in tribunale.

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