Dopo Fideuram, anche Banca Ifis e una Bcc sono state vittime di una truffa digitale
Si moltiplicano le frodi finanziarie ai danni degli istituti di credito. Anche Banca Ifis, infatti, è stata colpita nei mesi scorsi da un caso simile a quello che ha portato Fideuram a perdere 36 milioni di euro.
Nel mese di maggio, una manager di Banca Ifis ha infatti autorizzato operazioni finanziarie per 23,8 milioni di euro a seguito di una frode informatica. Proprio come nel caso Fideuram, il contatto iniziale con la dirigente è avvenuto tramite WhatsApp. Successivamente, la manager ha ricevuto comunicazioni da una casella di posta elettronica apparentemente riconducibile a un dipendente dell’istituto, che richiedeva di effettuare una serie di operazioni. I fondi sono stati trasferiti su conti situati a Singapore, Hong Kong, Bahrein e in Spagna.
Di questa somma, 20 milioni di euro sono stati recuperati grazie a un sequestro preventivo, con il blocco dei capitali eseguito a Barcellona. L’istituto, presieduto da Ernesto Fürstenberg Fassio, stima di recuperare i restanti 4 milioni di euro tramite la propria copertura assicurativa.
In un caso parallelo, un istituto di credito cooperativo ha subito una frode da 2 milioni di euro, i cui fondi sono stati in parte rintracciati in Croazia. Le dinamiche di questi attacchi sfruttano l’impiego dell’intelligenza artificiale, utilizzata per la clonazione vocale e la redazione di email verosimili, rendendo complessa l’identificazione della manipolazione. I sistemi di controllo degli istituti di credito permettono tuttavia di attivare procedure di blocco dei trasferimenti in tempi rapidi.
Riguardo il caso Fideuram, emergono nuovi dettagli relativi alla frode che ha ingannato l’allore presidente Paolo Molesini. La procura di Milano indaga in concorso con ignoti un informatico di quarantotto anni, con cittadinanza israeliana e marocchina, già condannato negli Stati Uniti per reati finanziari analoghi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, 36 milioni di euro sono transitati su conti posizionati a Malta, in Lussemburgo e in Olanda, per poi convergere su una piattaforma di trasferimento fondi canadese e infine in due portafogli Bitcoin riconducibili all’indagato. L’informatico avrebbe incassato direttamente ulteriori 3,5 milioni di euro.
(Citywire del 28/09/2026)