Martedì 9 giugno 2026
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Fnomceo: 0,7% medici ha praticato l'eutanasia, 64% vuole piu' autonomia paziente

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Meno dell'1% dei medici italiani ammette di aver praticato l'eutanasia o il suicidio assistito. Mentre tra le decisioni che il medico e' costretto a prendere davanti a un paziente in fin di vita, si registra un aumento del 'non trattamento', ovvero la sospensione della cure: il 19% contro il 6% di rilevazioni precedenti. Questi alcuni dati diffusi ieri, a Udine, al convegno 'Etica di fine vita' organizzato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), dove e' stata presentata un'indagine sull'assistenza di fine vita.
L'indagine 'Itaeld' e' stata condotta nei primi mesi del 2007 attraverso un questionario con 54 domande sul rapporto tra etica e cure palliative di fine vita, inviato a 8.950 medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale e a 5.710 medici di famiglia tra 30 e 65 anni d'eta', per il 30,8% del nord, il 22,1% del centro e il 47,1% del sud Italia. Al questionario hanno risposto, per il momento, 2.674 medici pari al 18,2% del campione. Ma la raccolta dei dati e' ancora in corso.
Alla domanda sull'eutanasia e sul suicidio assistito ('Il decesso e' stata conseguenza dell'uso di un farmaco prescritto, fornito o somministrato con l'intenzione precisa di anticipare la fine della vita?') i medici hanno risposto positivamente nello 0,7% dei casi. La percentuale e' da considerarsi occasionale e statisticamente non indicativa ne' di una situazione che sta cambiando dai primi anni 2000 ne' di pratiche clandestine in atto.
L'indagine Itaeld - realizzata per la Fnomceo dal Cspo, istituto scientifico per la prevenzione oncologica di Firenze, e dall'Ordine dei medici del capoluogo toscano - indica che in circa in un decesso su 4 il medico interviene nella fase finale della vita, confermando la medicalizzazione del processo che porta alla morte. Rileva, inoltre, che le decisioni di fine vita piu' frequenti prese dai medici italiani sono quelle di non trattamento. Decisioni che registrano anche un aumento: il 19% contro il 6% di precedenti indagini.
Le astensioni e sospensioni dei trattamenti avvengono, pero', in larga maggioranza (80% dei casi) in pazienti non capaci. E queste decisioni sono considerate in larga misura dai medici come "possibilmente o certamente capaci di accorciare (o non prolungare ) la vita". Secondo la Fnomceo, dunque, si tratta di "un'importante area grigia, nella quale ci sono problemi di percezione del medico (quante volte il medico si rende conto che sta omettendo di fare un trattamento?) e che richiedono non solo ulteriori approfondimenti, ma anche piu' precise definizioni". Da sottolineare, inoltre, che il 72% dei medici intervistati ritiene molto importanti o importanti le proprie convinzioni religiose o filosofiche nella sua pratica professionale.
Nella fase finale della vita due persone su tre hanno avuto rapporti con il medico di famiglia, il 42% dei pazienti deceduti e' morto in ospedale e meno del 20% ha avuto nella fase finale della vita la consulenza di uno specialista del dolore o di un medico di cure palliative. Circa il 10%, poi, ha avuto il supporto di un volontario. Il 25% ha ricevuto un trattamento antidolorifico (morfina), iniziato almeno una settimana prima del decesso, con differenze che vanno dal 34% del Nord al 19% del Sud.
Rilevante il ricorso alla 'sedazione continua profonda' che viene riferita nel 18% dei decessi, un dato tra i piu' alti in Europa.
Lo studio ha anche indicato un forte orientamento dei medici a sostegno dell'autonomia del paziente: il 64% e' infatti convinto che i camici bianchi "dovrebbero soddisfare la richiesta di un paziente di non attuare o di interrompere i trattamenti di sostegno vitale" e il 55% ritiene che "le volonta' chiaramente espresse in una direttiva anticipata da un paziente non competente (incapace) in merito all'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale devono essere sempre rispettate, anche se cio' potrebbe anticipare la fine della vita del paziente".
"Quasi i due terzi dei medici italiani - ha detto Luigi Conte, presidente dell'Ordine dei Medici di Udine - chiede uno strumento legislativo che riporti serenita' nel rapporto medico-paziente e dia certezza al medico che rifugge dall'accanimento terapeutico, di non incorrere nelle sanzioni del Codice Penale. Con una percentuale altissima, i medici sono disponibili ad accogliere le dichiarazioni anticipate di fine vita, e cio' e' espressione di una propensione a riconoscere maggiore consapevolezza al cittadino nelle scelte di vita.
Inoltre i medici stanno migliorando, e' inequivocabile, la loro attenzione nei confronti del trattamento del dolore, nel lenire le sofferenze. Anche se, su questa strada, c'e' ancora tanto da fare".
Nella fase finale della vita due persone su tre hanno avuto rapporti con il medico di famiglia, il 42% dei pazienti deceduti e' morto in ospedale e meno del 20% ha avuto nella fase finale della vita la consulenza di uno specialista del dolore o di un medico di cure palliative. Circa il 10%, poi, ha avuto il supporto di un volontario. Il 25% ha ricevuto un trattamento antidolorifico (morfina), iniziato almeno una settimana prima del decesso, con differenze che vanno dal 34% del Nord al 19% del Sud.
Rilevante il ricorso alla 'sedazione continua profonda' che viene riferita nel 18% dei decessi, un dato tra i piu' alti in Europa.
Lo studio ha anche indicato un forte orientamento dei medici a sostegno dell'autonomia del paziente: il 64% e' infatti convinto che i camici bianchi "dovrebbero soddisfare la richiesta di un paziente di non attuare o di interrompere i trattamenti di sostegno vitale" e il 55% ritiene che "le volonta' chiaramente espresse in una direttiva anticipata da un paziente non competente (incapace) in merito all'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale devono essere sempre rispettate, anche se cio' potrebbe anticipare la fine della vita del paziente".
"Quasi i due terzi dei medici italiani - ha detto Luigi Conte, presidente dell'Ordine dei Medici di Udine - chiede uno strumento legislativo che riporti serenita' nel rapporto medico-paziente e dia certezza al medico che rifugge dall'accanimento terapeutico, di non incorrere nelle sanzioni del Codice Penale. Con una percentuale altissima, i medici sono disponibili ad accogliere le dichiarazioni anticipate di fine vita, e cio' e' espressione di una propensione a riconoscere maggiore consapevolezza al cittadino nelle scelte di vita.
Inoltre i medici stanno migliorando, e' inequivocabile, la loro attenzione nei confronti del trattamento del dolore, nel lenire le sofferenze. Anche se, su questa strada, c'e' ancora tanto da fare".

Sul testamento biologico, il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Amedeo Bianco, ha espresso il proprio assenso 'purche' sia rinnovabile e le condizioni nelle quali viene sottoscritto contestualizzate'.
'La scienza e la medicina fanno infatti passi da gigante - ha spiegato ancora il presidente della Fnomceo - e contestualizzare significa vedere se i presupposti in base al quale quella scelta era stata fatta siano ancora vigenti. Il testamento biologico non deve essere obbligatorio per tutti, ma deve rimanere una scelta e per i medici - ha concluso - deve essere garantita l'obiezione di coscienza rispetto a certe scelte'.

'La legge sul testamento biologico sara' una legge leggera che verra' incontro alle esigenze di tutti e soprattutto che fara' riflettere tutti sul senso della vita e sul senso della morte'. Lo ha detto a Udine Paola Binetti (Dl), della commissione Igiene e Sanita' del Senato.
'Se c'e' un merito che la legge sul testamento biologico avra' - ha detto Binetti - e' quello di farci riflettere tutti.
Non si puo' pensare alla vita e alla morte in modo assolutamente asettico. C'e' una partecipazione emotiva tanto dei medici quanto dei pazienti. Su questi temi - ha aggiunto - e' sempre difficile legiferare, per questo spero che la nostra sia una legge leggera. Quella sul testamento biologico - ha proseguito - e' anche una grande opportunita' per riflettere sulla vita e sulla morte. C'e' qualcuno che vuol farci credere immortali, ma non e' cosi''.
Rispondendo nel corso del dibattito sviluppatosi sul disegno di legge che porta il suo nome, la senatrice ha affermato che 'non prevediamo consulenti per estendere il testamento biologico, e soprattutto i cittadini - ha concluso - non dovranno aver bisogno di notai'.

Per Ignazio Marino, presidente della Commissione igiene e sanita' del Senato, 'la soluzione del caso Welby puo' essere trovata all'interno dell'articolo 32 della Costituzione'.
Intervenuto a Udine, Marino ha ribadito che 'il magistrato deve procedere nel modo che ritiene piu' logico e piu' giusto. Io credo, pero', che l'articolo 32 della Costituzione, pensato con grande lungimiranza anche rispetto alla tecnologia che si e' sviluppata, dia l'assoluto diritto a ciascun cittadino e a ciascuna persona - ha precisato - di dare l'assenso alle terapie alle quali viene sottoposto'.
Secondo Marino, chirurgo che per 25 anni si e' interessato ai trapianti di fegato, 'l'assenso del paziente deve essere anche confermato durante il piano terapeutico. Se un paziente ha iniziato la terapia e ritiene che sia sproporzionata ai risultati che si possono attendere, e non e' piu' per lui accettabile - ha proseguito - ha il diritto di dire 'basta, mi fermo qui e accetto la fine naturale della mia vita''.
Per Marino la legge sul testamento biologico non puo' risolvere queste tipologie di problemi. 'Credo - ha precisato - che questo vada detto con estrema chiarezza. La legge sul testamento biologico riguarda un gruppo molto ben definito di pazienti, almeno nella visione dei disegni di legge presentati alla Commissione. Pazienti che si trovano in coma, soffrono nella fase finale della malattia e non hanno piu' nessuna ragionevole speranza di recupero dell'integrita' intellettiva'.
La legge, ha sottolineato Marino, 'dovrebbe dare la possibilita', quasi un'estensione dell'articolo 32, di indicare oggi quello che io vorro' allora sulla base di un consenso o di un dissenso a determinate terapie di fine vita. Questo non significa una legge per staccare la spina - ha concluso Marino - al contrario dovra' essere una legge per dare a ciascuna la liberta' di scegliere fino a che punto ci si vuole spingere con la tecnologia moderna'. L'esistenza di una tecnologia non deve costituire l'obbligo ad utilizzarla. Io credo che i cittadini devono avere questa liberta' di scelta su tematiche fondamentali come la vita'.

Il ministro della Salute, Livia Turco, presentera' un emendamento per accelerare in Parlamento il decreto attuativo della Convenzione di Oviedo relativa al trattamento farmacologico dei malati terminali e alla condivisione del trattamento terapeutico.
'La Convenzione e' stata recepita dall'Italia nel 2001 e quindi e' legge a tutti gli effetti. Mancano i decreti attuativi che erano pronti gia' nella scorsa legislatura ma che il governo di centrodestra non fece approvare. Io - ha spiegato il ministro - ho chiesto una norma che e' gia' stata approvata nel decreto 'mille proroghe' sulla base della quale i decreti dovevano essere fatti entro questo mese di luglio. E' stata mossa al governo una eccezione sotto il profilo istituzionale da parte del Presidente della Repubblica che e' quella di evitare di avere un decreto attuativo senza avere l'esplicito consenso delle due Camere'.
'Quello che io faro' - ha aggiunto - e' presentare un emendamento in sede di esame del provvedimento sulla semplificazione in sanita', dove c'e' anche la norma che prevede la semplificazione della prescrizione dei farmaci antidolore, che chiede al Parlamento di autorizzare il governo a fare i decreti attuativi. E' una ulteriore richiesta - ha concluso Turco - nel rispetto del Parlamento. Mi impegnero' affinche' questi decreti attuativi vengano fatti di intesa con le commissioni parlamentari competenti'.

'Mi sembra impossibile che a livello parlamentare non si riesca a trovare un accordo su un tema di tale rilevanza': lo ha detto l'assessore regionale alla Salute del Friuli Venezia Giulia, Ezio Beltrame.
'Non si deve banalizzare e occorre tener ben presente che cure palliative, testamento biologico ed eutanasia non sono la stessa cosa' ha proseguito l'assessore, confermando di essere personalmente contrario all'eutanasia ma anche totalmente favorevole alle cure palliative che 'vanno garantite ed implementate' e al testamento biologico 'come dichiarazione di volonta' e strumento di dialogo tra medico e paziente'.
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