Italia fanalino di coda per i finanziamenti
(Il Manifesto) Se l'ultimo rapporto Ocse-Dac sull'Aiuto pubblico alla sviluppo registrava una strana schizofrenia per cui aumentano le promesse dei paesi ricchi ma il loro aiuto pubblico diminuisce con una contrazione nel 2007 dell'8,4% rispetto all'anno precedente (e un rapporto tra aiuti e Pil sceso dallo 0,31% allo 0,28), ieri il secondo rapporto di «Azione per la salute globale» ha rincarato la dose. Dimostrato che, accompagnato spesso da una discutibile efficacia, anche l'investimento nella sanità ha andamenti alterni, a trent'anni di distanza dalla celeberrima dichiarazione di Alma Ata che santificò il principio che la salute - completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente assenza di malattia - è un diritto umano fondamentale e il fondamento dello sviluppo. Se alcuni paesi - dice il rapporto - sono stati virtuosi (Germania e Spagna grazie all'aumento della cooperazione bilaterale), altri arrancano: la Francia ad esempio ma, ancora una volta, soprattutto l'Italia, salvatasi in corner l'anno scorso dalla figuraccia peggiore: la mancata erogazione del suo contributo al Fondo globale contro le grandi pandemie. In termini di investimento in aiuto alla sanità, Roma vede una diminuzione del suo contributo nell'ordine del 7% per quel che riguarda la salute di base e addirittura del 62% nel settore delle politiche per la popolazione e la salute riproduttiva, tutte quelle buone pratiche che prevengono tra l'altro le malattie trasmissibili sessualmente.
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