Italia. Moglie Nuvoli: pronta a portarlo in Svizzera
All'indomani del decreto con cui il pm di Sassari, Paolo Piras, ha respinto l'appello del 'Welby' sardo, l'ex arbitro 53enne Giovanni Nuvoli, affetto dalla Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) da 7 anni, affiche' i medici staccassero il respiratore che lo tiene in vita, la moglie, Maddalena, lancia all'ADNKRONOS un nuovo appello per trovare un anestesista che, come aveva fatto Mario Riccio con Piergiorgio Welby, aiuti il marito a morire.
'Se troviamo qualche medico onesto e coraggioso per poter fare questo portiamo subito Giovanni a casa, dove abbiamo una sala di rianimazione completa di tutto. Nessuno puo' trattenere Giovanni in ospedale. Pero' lui non vorrebbe morire senza aiuti. Per questo cerchiamo disperatamente qualcuno disposto ad aiutarlo. Stara a casa con lui, lo conoscera', poi, quando mio marito sara' pronto, gli dara' il sonnifero e stacchera' la macchina'.
E se nessuno si fara' avanti la donna e' pronta a portare il marito all'estero. 'A malincuore -spiega Maddalena Soro- andremo in Svizzera. A malincuore. Per Giovanni non e' necessaria l'eutanasia. E' necessario interrompere l'accanimento terapeutico. La macchina l'hanno attacata gli uomini e gli uomini hanno il dovere di toglierla'.
Maddalena Nuvoli, poi, e' delusa dalla risposta del pm sassarese, che sente quotidianamente. 'Stamattina l'ho chiamato perche' ero molto arrabbiata. Noi non gli chiedevamo di nominare un anestesista che aiutasse a morire mio marito o che tantomeno fosse costretto a staccare la spina. Chiedevamo solo di permettere a qualcun altro di entrare nel reparto di rianimazione'.
Il magistrato infatti ha risposto che 'non si puo' costringere a provocare l'insufficenza respiratoria a colui che quotidianamente la combatte. Anche se basterebbe un semplice gesto, dopo sedato il paziente'. 'Le dita del medico scorrono spesso sui tasti di quel ventilatore, come sulla tastiera di un computer. Ma premere un certo tasto, mai. E quel mai va rispettato. Per taluni e' come premere un grilletto. Non ci si puo' ergere a giudice dell'altrui coscienza'.
Il sostituto procuratore, Paolo Piras, non nasconde pero' le lacune del sistema giuridico italiano in materia. 'Questa conclusione - ha scritto il magistrato - puo' apparire deludente, ma e' necessitata dallo stato attuale del diritto della medicina. Salta agli occhi una profonda contaddizione: l'ordinamaneto giuridico italiano da un lato riconosce il diritto a rifiutare le cure ventilatorie e dall'altro non appresta i mezzi per assicurarne la tutela.
'L'ordinamento e' schizoide. Ha bisogno di un antipsicotico che solo li legislatore puo' fornire. O si nega, per legge, il diritto al distacco del ventilatore o si stabiliscono altrettano per legge, i mezzi per tutelarlo".
Ha risposto 'no' a Piergiorgio Welby quando gli ha chiese, per la prima volta, di staccargli la spina del respiratore automatico che lo teneva in vita. E risponderebbe la stessa cosa anche a Giovanni Nuvoli, l'uomo sardo affetto da distrofia muscolare amiotrofica e che chiede di poter morire. L'oncologo Giuseppe Casale, uno dei medici che aveva in cura Welby nell'ultimo periodo della sua tragica vicenda, non ha dubbi: 'Da uomo e da medico, e anche alla luce del caso Welby, non potrei acconsentire alla richiesta di morire, se mi fosse fatta, da parte del paziente'.
Similissimi i casi Welby e Nuvoli: 'Si tratta della stessa, terribile malattia ovvero la distrofia muscolare amiotrofica, anche definita progressiva perche' porta alla distruzione progressiva di tutti i muscoli del corpo. Una malattia che puo' colpire a tutte le eta', e nel caso di Nuvoli ha colpito in eta' gia' matura'.
Pazienti in situazioni estreme, di cui Casale, attivamente impegnato nell'associazione Antea per l'assistenza ai malati terminali, conosce bene la sofferenza. Ma, nonostante questo, da 'medico e uomo', tiene a precisare, rimane convinto del fatto che cure adeguate e un'assistenza anche psicologica aiuterebbero molto il paziente, tanto da 'allontanare' il desiderio di farla finita. Il fatto, dice, 'e' che spesso questi pazienti vivono la loro malattia in solitudine, soprattutto psicologica, e sono proprio queste condizioni che il piu' delle volte spingono il malato a chiedere di morire'. Tuttavia, ammette Casale, 'bisogna anche dire che si tratta di situazioni estreme che, in alcuni casi, siamo noi medici a creare'. In che senso? 'La tecnologia porta facilmente a sentirsi in qualche modo onnipotenti. Cosi', si attaccano facilmente respiratori e macchinari ... invece, bisognerebbe riflettere prima di attaccare per la prima volta un paziente ad un macchinario che puo' tenerlo in vita artificialmente'. Il punto, infatti, e' proprio questo: 'Se un paziente lucido - sottolinea l'oncologo - chiede di non essere collegato ad una macchina come un respiratore artificiale nel caso insorgesse una crisi respiratoria, allora il medico deve rispettare tale volonta'; se invece il paziente, al presentarsi della crisi, viene collegato al respiratore, per decisione del medico o perche' non ha espresso una volonta' contraria, poi diventa deontologicamente discutibile l'atto di staccare la spina'. Ma, al di la' di tutto, afferma Casale, 'il mio 'no' alla richiesta di staccare la spina parte, oltre che da ragioni di tipo deontologico, anche da sentimenti umani: sono a contatto con la morte ogni giorno ed il mio tentativo, con le cure palliative, e' quello di fare soffrire il paziente il meno possibile. L'obiettivo non e', e non puo' essere, fare morire il paziente per non farlo soffrire'.
Quanto alla 'soluzione' sostenuta da alcuni e applicata anche nel caso Welby, ovvero la sedazione da effettuarsi prima del distacco del respiratore e che impedirebbe la sofferenza, Casale mette in guardia: 'Dal distacco del respiratore al momento delle morte di Welby sono trascorsi 40 minuti. Minuti nei quali il paziente non riusciva a respirare ... nessuno puo' dire, anche se era sotto sedazione, se Welby in quei 40 minuti abbia sofferto o no'.
'Il caso Welby dovrebbe aver fornito nuove indicazioni, valide anche per situazioni simili'. E' quanto afferma in una nota la Consulta di Bioetica onlus che, ribadendo che 'il diritto alla sospensione delle cure tutelato dagli articoli 13 e 32 della Costituzione e dal Codice di deontologia medica che all'articolo 35, terzo comma, prescrive in maniera esplicita e inequivocabile che 'in ogni caso, in presenza di documentato rifiuto di persona capace, il medico deve desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volonta' della persona'', prende posizione sul caso del paziente sardo che ha chiesto di staccare il respiratore cui e' collegato.
'Stupisce che in Sardegna questo sacrosanto principio a garanzia della dignita' della persona non sia ancora recepito. Anche se resta in discussione il problema dell'obbligatorieta' dell'azione da parte del medico, la Consulta di Bioetica ritiene che si debba garantire al paziente la presenza di qualcuno che ottemperi alla sua volonta''.
'La Consulta di Bioetica auspica che in Sardegna ci sia qualche medico coraggioso che attui la lecita sospensione della terapia, interrompendo una situazione di violazione dei diritti umani. Richiamando a tale proposito i precetti del Codice deontologico sopra nominati, e' l'art. 20 a stabilire che 'il medico deve improntare la propria attivita professionale al rispetto dei diritti fondamentali della persona''.
"Il nuovo caso del signor Giovanni Nuvoli, malato di distrofia muscolare amiotrofica come Piergiorgio Welby, dovrebbe farci riflettere su cosa accadrebbe se si desse vita ad una legge come quella sul testamento biologico". Cosi Laura Bianconi capo gruppo di Forza Italia al Senato in Commissione Igiene e Sanita'. "Altro che accanimento terapeutico- prosegue la parlamentare- questo e' un nuovo caso di abbandono non tanto terapeutico quanto di assistenza morale sia nei confronti del sig. Nuvoli che della sua famiglia. Se continuiamo ad aprire la strada ad una visione sconcertante e pessimistica del nostro futuro presto tutti coloro che si sentono inutili e abbandonati ci chiederanno di morire.
Ribadisco il mio convinto no ad una legge che agevoli la fine della vita non possiamo, noi rappresentanti delle Istituzioni, incrementare posizioni di abbandono e solitudine nelle persone, gia' afflitte da molte sofferenze. Promuovere il culto del valore della vita limitato ad uno stato fisico e mentale ottimale e' contro ogni logica.
Abbiamo il dovere di insegnare alle future generazioni che la sofferenza, anche quella fisica, e' parte integrante della vita di ognuno di noi, e che la dignita' dell' uomo si misura anche nel suo coraggio di amare la vita al di la' di tutte le difficolta' quotidiane. Facciamo, dunque, un passo in dietro - consiglia la senatrice Bianconi - accettiamo il fatto indiscutibile che la vita sia un bene indisponibile sul quale non possiamo permetterci di legiferare se non nella misura in cui ci si impegni per sostenerla e migliorarne le condizioni.
Adoperarsi per promuovere la cultura della morte, come accadrebbe -conclude- con il testamento biologico, aprirebbe, come gia' sta accadendo, la porta alla morte su richiesta o, come piu' comunemente si chiama, all'eutanasia".
"Il no della magistratura ad un nuovo caso Welby e' sacrosanto e doveroso dal punto di vista costituzionale e giuridico. Infatti nel nostro ordinamento non esiste in alcun luogo normativo un diritto alla morte, mentre esiste il divieto di praticare forme eutanasiche,tra cui rientra l'abbandono terapeutico, e di suicidio assistito". Lo sostiene l'onorevole Riccardo Pedrizzi, presidente nazionale della Consulta etico-religiosa di An, responsabile nazionale per le politiche della famiglia e membro dell'esecutivo politico nazionale del partito.
"Basta andare a vedere -ricorda Pedrizzi- gli articoli 579 "Omicidio del consenziente" e 580 "Istigazione o aiuto al suicidio" del codice penale, che intervengono in maniera precisa, chiara e inequivocabile su questo tipo di casi. D'altronde tali norme applicano la Costituzione repubblicana, la quale considera la vita un bene indisponibile e intangibile e afferma esclusivamente il diritto alla vita.
Il senatore dei Verdi-Pdci, Mauro Bulgarelli, ha annunciato un'interrogazione parlamentare sul caso di Giovanni Nuvoli, l'ex arbitro di calcio di Alghero immobilizzato da sei anni a causa di una grave forma di distrofia muscolare, a cui il procuratore della Repubblica ha negato la sospensione della ventilazione artificiale che lo tiene in vita.
'Nuvoli - spiega Bulgarelli - e' arrivato a pesare 20 chili e ha perso da tempo l'uso della parola. La sua e' una sofferenza atroce e, come nel caso di Piergiorgio Welby, e' inumano negargli la possibilita' di porvi fine. Si tratta di un accanimento terapeutico che non trova alcuna giustificazione e non capisco il motivo per cui il giudice Piras abbia imposto ai medici di continuare a tenerlo in vita. Come nel caso di Welby - continua il senatore dei Verdi - si tratta infatti soltanto di garantire a Nuvoli il diritto costituzionale a sospendere le terapie mediche e sarebbe francamente intollerabile se anche questa volta, di fronte alla sordita' della legge e della classe politica, il medico che si decidesse a aiutarlo fosse trattato alla stregua di un assassino. Chiedo pertanto che il ministro della Giustizia e quello della Salute intervengano urgentemente per ripristinare i diritti di Nuvoli ed evitare che il suo calvario si trascini ulteriormente'.
'Procurare l'insufficienza respiratoria non e' una mera sospensione di terapie di sostegno vitale ma un atto eutanasico vero e proprio'. Lo riafferma l'associazione 'Scienza e Vita' in merito al 'caso Nuvoli'. 'Il dibattito sul caso Welby non poteva non avere come primo effetto il moltiplicarsi di richieste di interruzione di terapie di sostegno vitale', rileva 'Scienza e Vita' che intende 'mettere in guardia l'opinione pubblica dal pressing esercitato da quei settori che puntano sull'emotivita' e sul caso singolo per forzare le scelte del legislatore'. 'Sara' di nuovo la piazza mediatica a discutere se si tratta di sospensione di accanimento terapeutico o di eutanasia, anche nella forma di suicidio assistito?'.
L'associazione 'condivide' la posizione assunta dal giudice di Sassari e dai medici della Rianimazione dell'Ospedale Santissima Trinita' per i quali 'non si puo' obbligare qualcuno a fare il contrario di quello che richiede la sua professione e la sua professionalita'', afferma ancora la nota che sottolinea la necessita' di 'mettere al centro del dibattito la coscienza e la professionalita' del medico'.
'Se troviamo qualche medico onesto e coraggioso per poter fare questo portiamo subito Giovanni a casa, dove abbiamo una sala di rianimazione completa di tutto. Nessuno puo' trattenere Giovanni in ospedale. Pero' lui non vorrebbe morire senza aiuti. Per questo cerchiamo disperatamente qualcuno disposto ad aiutarlo. Stara a casa con lui, lo conoscera', poi, quando mio marito sara' pronto, gli dara' il sonnifero e stacchera' la macchina'.
E se nessuno si fara' avanti la donna e' pronta a portare il marito all'estero. 'A malincuore -spiega Maddalena Soro- andremo in Svizzera. A malincuore. Per Giovanni non e' necessaria l'eutanasia. E' necessario interrompere l'accanimento terapeutico. La macchina l'hanno attacata gli uomini e gli uomini hanno il dovere di toglierla'.
Maddalena Nuvoli, poi, e' delusa dalla risposta del pm sassarese, che sente quotidianamente. 'Stamattina l'ho chiamato perche' ero molto arrabbiata. Noi non gli chiedevamo di nominare un anestesista che aiutasse a morire mio marito o che tantomeno fosse costretto a staccare la spina. Chiedevamo solo di permettere a qualcun altro di entrare nel reparto di rianimazione'.
Il magistrato infatti ha risposto che 'non si puo' costringere a provocare l'insufficenza respiratoria a colui che quotidianamente la combatte. Anche se basterebbe un semplice gesto, dopo sedato il paziente'. 'Le dita del medico scorrono spesso sui tasti di quel ventilatore, come sulla tastiera di un computer. Ma premere un certo tasto, mai. E quel mai va rispettato. Per taluni e' come premere un grilletto. Non ci si puo' ergere a giudice dell'altrui coscienza'.
Il sostituto procuratore, Paolo Piras, non nasconde pero' le lacune del sistema giuridico italiano in materia. 'Questa conclusione - ha scritto il magistrato - puo' apparire deludente, ma e' necessitata dallo stato attuale del diritto della medicina. Salta agli occhi una profonda contaddizione: l'ordinamaneto giuridico italiano da un lato riconosce il diritto a rifiutare le cure ventilatorie e dall'altro non appresta i mezzi per assicurarne la tutela.
'L'ordinamento e' schizoide. Ha bisogno di un antipsicotico che solo li legislatore puo' fornire. O si nega, per legge, il diritto al distacco del ventilatore o si stabiliscono altrettano per legge, i mezzi per tutelarlo".
Ha risposto 'no' a Piergiorgio Welby quando gli ha chiese, per la prima volta, di staccargli la spina del respiratore automatico che lo teneva in vita. E risponderebbe la stessa cosa anche a Giovanni Nuvoli, l'uomo sardo affetto da distrofia muscolare amiotrofica e che chiede di poter morire. L'oncologo Giuseppe Casale, uno dei medici che aveva in cura Welby nell'ultimo periodo della sua tragica vicenda, non ha dubbi: 'Da uomo e da medico, e anche alla luce del caso Welby, non potrei acconsentire alla richiesta di morire, se mi fosse fatta, da parte del paziente'.
Similissimi i casi Welby e Nuvoli: 'Si tratta della stessa, terribile malattia ovvero la distrofia muscolare amiotrofica, anche definita progressiva perche' porta alla distruzione progressiva di tutti i muscoli del corpo. Una malattia che puo' colpire a tutte le eta', e nel caso di Nuvoli ha colpito in eta' gia' matura'.
Pazienti in situazioni estreme, di cui Casale, attivamente impegnato nell'associazione Antea per l'assistenza ai malati terminali, conosce bene la sofferenza. Ma, nonostante questo, da 'medico e uomo', tiene a precisare, rimane convinto del fatto che cure adeguate e un'assistenza anche psicologica aiuterebbero molto il paziente, tanto da 'allontanare' il desiderio di farla finita. Il fatto, dice, 'e' che spesso questi pazienti vivono la loro malattia in solitudine, soprattutto psicologica, e sono proprio queste condizioni che il piu' delle volte spingono il malato a chiedere di morire'. Tuttavia, ammette Casale, 'bisogna anche dire che si tratta di situazioni estreme che, in alcuni casi, siamo noi medici a creare'. In che senso? 'La tecnologia porta facilmente a sentirsi in qualche modo onnipotenti. Cosi', si attaccano facilmente respiratori e macchinari ... invece, bisognerebbe riflettere prima di attaccare per la prima volta un paziente ad un macchinario che puo' tenerlo in vita artificialmente'. Il punto, infatti, e' proprio questo: 'Se un paziente lucido - sottolinea l'oncologo - chiede di non essere collegato ad una macchina come un respiratore artificiale nel caso insorgesse una crisi respiratoria, allora il medico deve rispettare tale volonta'; se invece il paziente, al presentarsi della crisi, viene collegato al respiratore, per decisione del medico o perche' non ha espresso una volonta' contraria, poi diventa deontologicamente discutibile l'atto di staccare la spina'. Ma, al di la' di tutto, afferma Casale, 'il mio 'no' alla richiesta di staccare la spina parte, oltre che da ragioni di tipo deontologico, anche da sentimenti umani: sono a contatto con la morte ogni giorno ed il mio tentativo, con le cure palliative, e' quello di fare soffrire il paziente il meno possibile. L'obiettivo non e', e non puo' essere, fare morire il paziente per non farlo soffrire'.
Quanto alla 'soluzione' sostenuta da alcuni e applicata anche nel caso Welby, ovvero la sedazione da effettuarsi prima del distacco del respiratore e che impedirebbe la sofferenza, Casale mette in guardia: 'Dal distacco del respiratore al momento delle morte di Welby sono trascorsi 40 minuti. Minuti nei quali il paziente non riusciva a respirare ... nessuno puo' dire, anche se era sotto sedazione, se Welby in quei 40 minuti abbia sofferto o no'.
'Il caso Welby dovrebbe aver fornito nuove indicazioni, valide anche per situazioni simili'. E' quanto afferma in una nota la Consulta di Bioetica onlus che, ribadendo che 'il diritto alla sospensione delle cure tutelato dagli articoli 13 e 32 della Costituzione e dal Codice di deontologia medica che all'articolo 35, terzo comma, prescrive in maniera esplicita e inequivocabile che 'in ogni caso, in presenza di documentato rifiuto di persona capace, il medico deve desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volonta' della persona'', prende posizione sul caso del paziente sardo che ha chiesto di staccare il respiratore cui e' collegato.
'Stupisce che in Sardegna questo sacrosanto principio a garanzia della dignita' della persona non sia ancora recepito. Anche se resta in discussione il problema dell'obbligatorieta' dell'azione da parte del medico, la Consulta di Bioetica ritiene che si debba garantire al paziente la presenza di qualcuno che ottemperi alla sua volonta''.
'La Consulta di Bioetica auspica che in Sardegna ci sia qualche medico coraggioso che attui la lecita sospensione della terapia, interrompendo una situazione di violazione dei diritti umani. Richiamando a tale proposito i precetti del Codice deontologico sopra nominati, e' l'art. 20 a stabilire che 'il medico deve improntare la propria attivita professionale al rispetto dei diritti fondamentali della persona''.
"Il nuovo caso del signor Giovanni Nuvoli, malato di distrofia muscolare amiotrofica come Piergiorgio Welby, dovrebbe farci riflettere su cosa accadrebbe se si desse vita ad una legge come quella sul testamento biologico". Cosi Laura Bianconi capo gruppo di Forza Italia al Senato in Commissione Igiene e Sanita'. "Altro che accanimento terapeutico- prosegue la parlamentare- questo e' un nuovo caso di abbandono non tanto terapeutico quanto di assistenza morale sia nei confronti del sig. Nuvoli che della sua famiglia. Se continuiamo ad aprire la strada ad una visione sconcertante e pessimistica del nostro futuro presto tutti coloro che si sentono inutili e abbandonati ci chiederanno di morire.
Ribadisco il mio convinto no ad una legge che agevoli la fine della vita non possiamo, noi rappresentanti delle Istituzioni, incrementare posizioni di abbandono e solitudine nelle persone, gia' afflitte da molte sofferenze. Promuovere il culto del valore della vita limitato ad uno stato fisico e mentale ottimale e' contro ogni logica.
Abbiamo il dovere di insegnare alle future generazioni che la sofferenza, anche quella fisica, e' parte integrante della vita di ognuno di noi, e che la dignita' dell' uomo si misura anche nel suo coraggio di amare la vita al di la' di tutte le difficolta' quotidiane. Facciamo, dunque, un passo in dietro - consiglia la senatrice Bianconi - accettiamo il fatto indiscutibile che la vita sia un bene indisponibile sul quale non possiamo permetterci di legiferare se non nella misura in cui ci si impegni per sostenerla e migliorarne le condizioni.
Adoperarsi per promuovere la cultura della morte, come accadrebbe -conclude- con il testamento biologico, aprirebbe, come gia' sta accadendo, la porta alla morte su richiesta o, come piu' comunemente si chiama, all'eutanasia".
"Il no della magistratura ad un nuovo caso Welby e' sacrosanto e doveroso dal punto di vista costituzionale e giuridico. Infatti nel nostro ordinamento non esiste in alcun luogo normativo un diritto alla morte, mentre esiste il divieto di praticare forme eutanasiche,tra cui rientra l'abbandono terapeutico, e di suicidio assistito". Lo sostiene l'onorevole Riccardo Pedrizzi, presidente nazionale della Consulta etico-religiosa di An, responsabile nazionale per le politiche della famiglia e membro dell'esecutivo politico nazionale del partito.
"Basta andare a vedere -ricorda Pedrizzi- gli articoli 579 "Omicidio del consenziente" e 580 "Istigazione o aiuto al suicidio" del codice penale, che intervengono in maniera precisa, chiara e inequivocabile su questo tipo di casi. D'altronde tali norme applicano la Costituzione repubblicana, la quale considera la vita un bene indisponibile e intangibile e afferma esclusivamente il diritto alla vita.
Il senatore dei Verdi-Pdci, Mauro Bulgarelli, ha annunciato un'interrogazione parlamentare sul caso di Giovanni Nuvoli, l'ex arbitro di calcio di Alghero immobilizzato da sei anni a causa di una grave forma di distrofia muscolare, a cui il procuratore della Repubblica ha negato la sospensione della ventilazione artificiale che lo tiene in vita.
'Nuvoli - spiega Bulgarelli - e' arrivato a pesare 20 chili e ha perso da tempo l'uso della parola. La sua e' una sofferenza atroce e, come nel caso di Piergiorgio Welby, e' inumano negargli la possibilita' di porvi fine. Si tratta di un accanimento terapeutico che non trova alcuna giustificazione e non capisco il motivo per cui il giudice Piras abbia imposto ai medici di continuare a tenerlo in vita. Come nel caso di Welby - continua il senatore dei Verdi - si tratta infatti soltanto di garantire a Nuvoli il diritto costituzionale a sospendere le terapie mediche e sarebbe francamente intollerabile se anche questa volta, di fronte alla sordita' della legge e della classe politica, il medico che si decidesse a aiutarlo fosse trattato alla stregua di un assassino. Chiedo pertanto che il ministro della Giustizia e quello della Salute intervengano urgentemente per ripristinare i diritti di Nuvoli ed evitare che il suo calvario si trascini ulteriormente'.
'Procurare l'insufficienza respiratoria non e' una mera sospensione di terapie di sostegno vitale ma un atto eutanasico vero e proprio'. Lo riafferma l'associazione 'Scienza e Vita' in merito al 'caso Nuvoli'. 'Il dibattito sul caso Welby non poteva non avere come primo effetto il moltiplicarsi di richieste di interruzione di terapie di sostegno vitale', rileva 'Scienza e Vita' che intende 'mettere in guardia l'opinione pubblica dal pressing esercitato da quei settori che puntano sull'emotivita' e sul caso singolo per forzare le scelte del legislatore'. 'Sara' di nuovo la piazza mediatica a discutere se si tratta di sospensione di accanimento terapeutico o di eutanasia, anche nella forma di suicidio assistito?'.
L'associazione 'condivide' la posizione assunta dal giudice di Sassari e dai medici della Rianimazione dell'Ospedale Santissima Trinita' per i quali 'non si puo' obbligare qualcuno a fare il contrario di quello che richiede la sua professione e la sua professionalita'', afferma ancora la nota che sottolinea la necessita' di 'mettere al centro del dibattito la coscienza e la professionalita' del medico'.
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