Italia. Rassegna stampa del 9 e 10 dicembre 2006 su Piergiorgio Welby (2)
Rassegna stampa di editoriali ed interviste apparse sui quotidiani il 9 e 10 dicembre 2006 a proposito di Piergiorgio Welby
Le dichiarazioni - che in politica sono azioni e sventolano come bandiere su posizioni occupate - si susseguono. Insieme compongono un quadro che disegna i confini morali dell?Italia. Mercoledì Gianfranco Fini, il vice senza diritto di successione nella casa di Berlusconi ma pur sempre vassallo di grande potere, dichiara: "Staccare la spina di Welby è omicidio". Vuol dire che se Welby ci mette un anno a morire soffocando ogni minuto che noi siamo qui a discutere, sono fatti suoi. In altre parole è corso al letto dell?uomo caduto nella morsa del dolore per dire "Va bene così" e anzi minacciando chi avesse intenzione di intervenire.
Giovedì la Sen. Binetti, collega di Senato e di schieramento e di sentimenti umani e civili, dice al Corriere della Sera: "È stata una bellissima giornata". Vuol dire che è riuscita a impedire, con la sua esuberante irruzione nella cosiddetta cabina di regia della legge finanziaria, che i reietti di quel sottomondo detto "coppie di fatto" possano godere di benefici fiscali nel triste evento della successione e di ciò che resta al sopravvissuto. In altre parole è come se la Sen. Binetti fosse corsa da quella signora, vedova di uno degli italiani che hanno perso la vita nell?attentato di Nassiriya, per cacciarla un?altra volta dai palazzi dello Stato in cui non è mai stata ammessa, dalle chiese che l?hanno relegata da sola in fondo.
Come ricorderete la signora Adele Parrillo non era una vera vedova ma nient?altro che una convivente del caduto Stefano Rolla.
Cioè nessuno, clandestina alla funzione funebre in chiesa e poi messa cortesemente ma fermamente alla porta al Quirinale, quando lo Stato ha celebrato i morti di Nassiriya. Morto o non morto in guerra, un convivente resta un escluso e la sua compagna si può respingere tranquillamente alla porta senza scandalizzare nessuno.
Franca Rame ha coniato, a sue spese per Adele Parrillo, una medaglia d?oro che le è stata donata in una piccola cerimonia privata. Ma su certe violazioni, come il non sposarsi (meglio se in chiesa) in Italia non si scherza: niente Chiesa e niente Stato.
"Ma che si sposino!", esclama esasperata la Sen. Binetti (evidentemente senza rendersi conto di parodiare Maria Antonietta) per liquidare le civili obiezioni di chi la intervistava (Angela Frenda, Corriere della Sera, 8 dicembre) sulle coppie di fatto. Ma prima aveva parlato di "felicità": "La mia felicità, la sensazione di aver ottenuto un successo" per avere impedito uno sconto di tassa al convivente che veglia il feretro della persona amata.
La multa sul feretro imposta gioiosamente dalla Binetti a chi ama e a chi piange - ma non secondo le regole della Binetti - non può che generare un grande imbarazzo. Infatti come distinguere la "certezza della pena" di Fini, che evoca l?ergastolo per chi si accosta al letto di Welby, e la "felicità" di Binetti che ha imposto con un colpo di mano la sua visione teologica, dal fondamentalismo che intende ignorare ogni confine fra vita e fede e impone che la fede sia legge?
È l?indifferenza a fatti veri, vere sofferenze, veri problemi, solo perché la descrizione (che è poi la rilevazione realistica) di questi fatti non coincide con la pala d?altare della buona morte da un lato (dove i raggi della fede e la mano dell?angelo spuntano come un invito celeste dalle nuvole scure) e con la descrizione della casa tenuta in ordine dall?angelo del focolare debitamente sposata in chiesa e solo per questo affidabile sposa e madre amorosa, persino se abita a Cogne.
Sabato parla il Papa. E purtroppo le sue parole sono un intervento pesante, diretto, mai prima accaduto, sul governo italiano, solo sul governo italiano che ha annunciato una legge che esiste dovunque nel mondo e si forma sul rispetto giuridico, ma anche umano, dei diritti dei cittadini. I confini dell?Italia, a cui in esclusiva viene dedicata questa immensa pressione, si fanno più stretti.
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Possibile che sfugga del tutto la dimensione della carità che è stata, anche nei momenti più difficili, il grande canale di comunicazione fra credenti e non credenti, il messaggio di buona volontà con cui grandi cattolici e credenti anonimi hanno lasciato tracce di civiltà, di solidarietà, di comprensione e partecipazione attraverso confini che apparivano rigidi e impenetrabili, fra persone altrimenti condannate a sentirsi divise fra redenti e dannati? Che cosa è accaduto per indurre a calare mannaie così taglienti, per spezzare subito ogni legame con i miscredenti, dalla quantità della droga alla qualità dell?amore?
Non li imbarazza il fatto che ad ogni passo contro il diritto alla vita - dunque alla morte meno crudele - di Piergiorgio Welby, contro il rispetto che si deve a una vedova non sposata e che non è bello scacciare dalla chiesa, contro l?amore che esiste, che accade, anche se non è omologato, fra donne e fra uomini, verso cui è solitamente dedicato, a livelli incivili, sarcasmo e disprezzo, non li imbarazza il fatto che prontamente si schiera l?Italia peggiore, da Borghezio ai fascisti ("meglio fascista che frocio") come si è visto nella "marcia di Roma" di Berlusconi?
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Ci sono domande - in questa storia in cui circola aria gelida e nessuna fraternità - che restano senza risposta e che devono averla. Con che diritto io posso dire a qualcuno "ti devi sposare", a due persone che non si devono amare, a Piergiorgio Welby che deve soffrire come un cane fino a quando un teologo illuminato (ci sarà, ci sarà) descriverà la fine del dolore come una benedizione necessaria, l?amore come un dono di Dio e la violazione delle regole delle coppie poca cosa (se non un diritto) rispetto agli strazianti genocidi del mondo a cui si dedica la metà della metà della metà della nostra attenzione?
Sono sorpreso che i senatori-teologi che siedono in Parlamento e battono con furore sul banco il martello delle proibizioni, non abbiano notato l?accortezza del Papa, almeno in una situazione che non riguarda l?Italia. Eppure Benedetto XVI ha fatto capire bene che un conto è discutere di Islam in una Lectio magistralis a Ratisbona, e un conto è una visita di Stato all?Islam in Turchia, dove vince non l?intento ad avere ragione ad ogni costo ma quello, molto più grande, di capire, di essere capito e di costruire un passaggio ad ogni costo. È un peccato, una ragione di tristezza, che un simile criterio non sia stato adottato per l?Italia né dal Papa né dai senatori che lo rappresentano.
Un po? aridamente, quando si parla di coppie, i senatori-teologi evocano con fervore l?art. 29 della Costituzione italiana che dice: "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio". Giusto. Ma quell?articolo definisce un modo di stare insieme, non ne proibisce un altro. E non occorre essere giuristi per sapere che la libertà di stampa si estende a Internet, che non esisteva quando è stata scritta la Costituzione. E che, dunque, un tipo di unione non ne impedisce un altro. E poi basta il buon senso per capire che due persone che si amano non sono e non possono essere in alcun modo offesa, rischio o pericolo per la famiglia tradizionale. Dal punto di vista del fatto e del diritto, è una affermazione impossibile. Infine perché ignorare gli articoli 2 e 3 della Costituzione che sanciscono la parte grande e inviolabile dei diritti della persona?
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Forse un modo esemplare di uscire da un confronto così poco generoso fra parlamentari che si sono nominati custodi dell?ortodossia e parlamentari e cittadini comuni (fatalmente l?aridità dei comportamenti incuranti e insensibili genera aridità di risposte che possono essere ingiustamente offensive) è assumersi subito la responsabilità del dolore di Piergiorgio Welby. Alcuni di noi, coloro che non possiedono il codice delle cose ammesse o vietate, quando si tratta della pena di un altro e sentono l?immensa ingiustizia, la intollerabile offesa, devono assumersi in questo momento il compito di porre fine a quell?immenso dolore. Lo faranno formando un comitato di emergenza deciso a non abbandonare Welby nella sua "prigione infame". Adesso, subito.
L'eutanasia e' diventata un problema che la nostra società non può più eludere perché è emersa in tutto il suo dirompente significato etico e religioso con il caso di Piergiorgio Welby? No, questo è solo un caso: drammatico per il modo in cui sta coinvolgendo l'opinione pubblica e i responsabili della politica, ma è soltanto uno dei casi che fanno discutere sull'eutanasia.
Potremmo incominciare a chiederci perché di eutanasia stiamo ragionando in questi ultimi decenni e non, supponiamo, da una cinquantina d'anni. A questa domanda, si può immediatamente rispondere ricordando il grande sviluppo delle tecnologie utilizzato in medicina. E questa certamente è una considerazione giusta, che però non credo affronti alle radici il problema, non tanto per risolverlo, quanto per comprendere a che punto è arrivata la nostra cultura, perché di cultura si tratta.
Oggi è ormai totalmente scomparso un rito fondamentale: il rito dell'accompagnamento alla morte.
lo ricordo ancora che i miei nonni erano morti nella nostra casa. Erano nati due secoli fa: erano nati in casa, così come anch'io ho fatto in tempo a fare. Adesso tutti nascono in ospedale, e nella stragrande maggioranza dei casi si muore in ospedale. Si è ospedalizzata la vita e si è ospedalizzata la morte.
Morire nella propria casa significava rimanere in famiglia: erano i propri cari che accompagnavano il congiunto debole e malato all' altro mondo. Era un rito silente, carico di mestizia e in cui si trasmetteva al moribondo il sentimento di una vita che pur nell'immensa tristezza continuava ad esserci intorno a lui. E per lui questo significava l'affetto di silenziose presenze che l'aiutavano al trapasso. Oggi si muore in ospedale, in una impietosa solitudine e in una drammatica consapevolezza dello strappo che avverrà dalla propria vita, sottolineata inevitabilmente dalle visite ad orario prestabilito di parenti e amici: quando il tempo è scaduto, si raccoglie la propria roba e ci si allontana dalla camera del malato. Lo si lascia solo a trascorrere la notte e ad aspettare. Lo si affida al medico.
I! medico è la persona più sbagliata a cui si possa lasciare un moribondo; il medico è la persona più impreparata, più estranea a quel rito di accompagnamento alla morte che è l'unico, autentico aiuto al malato-che sta per lasciare questo mondo.
Si parla di "accanimento terapeutico": è una sciocchezza, è un'espressione che trasforma un problema culturale in una questione psicologica, come se il medico fosse cattivo, fosse un sadico che gode nell'infliggere una punizione sotto forma di terapia. I! medico è assolutamente impreparato a guardare negli occhi la morte del paziente perché culturalmente ha un' altra esperienza: è stato educato per curare, per prolungare la vita, non per aiutare a morire che è un'esperienza altrettanto fondamentale di quella di vivere.
A questo punto la cultura del medico si incontra con la tecnologia: da un lato (quello del medico) diventa uno scacco professionalmente (e deontologicamente) inaccettabile, l'idea del fallimento della scienza medica se questa non riesce a tenere in vita il malato almeno entro i limiti previsti dai risultati acquisiti dalla medicina (e se invece sono superati, ecco che si proclama un nuovo, grande successo raggiunto). Dall'altro, c'è la tecnologia che rappresenta il significato stesso del progresso, che esprime il grado dello sviluppo civile della società. Perché allora la tecnologia non dovrebbe essere messa al servizio del progresso della medicina? E il medico, culturalmente educato a guarire e a prolungare la vita, perché non dovrebbe usare la "macchina" per lo scopo a cui dalla nostra società è stato formato?
L'attualità drammatica dell'eutanasia è tutta qui, tutta in questa visione di una cultura che ha ritenuto giusto ospedalizzare la vita e la morte, che ha ritenuto superfluo il rito dell'accompagnamento alla morte, che ha costruito un medico educato a guarire, che è indifferente alla solitudine di chi sta per morire.
A vedere per l'ennesima volta il povero Welby sulla prima pagina del Corriere della Sera verrebbe quasi da dire, cinicamente: per favore, basta, staccategli pure la spina e non se ne parli più. Se il suo fosse un caso isolato, pietoso ma da risolvere a sé stante. E parrebbe così, almeno a giudicare dal dibattito televisivo (al "Tg2 - Dieci Minuti") tra Alfredo Mantovano e la neopresidente dei Radicali: il primo per tutto il tempo ha parlato in termini generali, perché una eventuale legge sarebbe valevole per tutti; la seconda ha insistito sempre e solo sul caso Welby. A questo punto dovrebbe essere chiaro che per gli innamorati della morte il caso Welby è puramente strumentale al fine di introdurre l'eutanasia nel nostro Paese. Forte l'espressione "ìnnamorati della morte?". Può darsi, ma è un fatto che le battaglie radicali portano i nomi di aborto, eutanasia, droga (morte a rate). Da sempre i Radicali sono stati in quattro gatti ma sono sempre riusciti a imporre le loro idee a tutta l'Italia. Naturalmente, ciò non sarebbe stato possibile se alle spalle della loro pattuglia avanzata di guastatori non ci fossero sempre state le truppe corazzate dei marxisti (comunisti e socialisti) e dei liberali più anticlericali. Questo ha sempre garantito ai Radicali una visibilità che altri raggruppamenti, pur della stessa consistenza numerica, non hanno mai avuto. E il motivo per cui anche nella Casa delle libertà i simpatizzanti dei Radicali abbondano. Intendiamoci, lo si sa benissimo che i Radicali fanno perdere molti più voti di quelli che apportano, ma il favore da essi incontrato presso il ceto intellettuale li rende lo stesso appetibili (in fondo, quel che ha scritto Ernesto Galli della Loggia sulla assenza delle élites intellettuali alla megamanifestazione della CdI del 2 dicembre scorso è tristemente vero). Si aggiunga che col ritorno di Mieli alla direzione del Corriere della Sera il cosiddetto "mielismo" è passato dal cerchiobottismo della prima direzione al bottismo puro e semplice della seconda. il che significa che la testa d'ariete radicale ha adesso a disposizione anche il maggiore quotidiano nazionale. Da qui il corteggiamento bipartisan o trasversale se si preferisce. Perciò lo scivolamento zapaterista dell'Italia è solo questione di tempo, bisogna rassegnarsi. Tuttavia, da cattolici, vorremmo dire a Welby che il suicidio non è detto che sia la fine delle sofferenze. Secondo la prospettiva cattolica - ed è per questo che la Chiesa si batte con tutte le sue forze contro la "dolce morte" - c'è un altro tipo di vita al di là della morte fisica. Con la differenza che questa è eterna e congela per sempre le scelte fatte. E il motivo per cui la Chiesa preconciliare arrivava a negare i funerali religiosi ai suicidi e perfino la sepoltura in terra consacrata. Era una forma di avvertimento, disperato, ai vivi. Che si guardassero bene dal togliersi o farsi togliere la vita, perché potevano finire molto peggio. Si dirà che questo vale per chi ci crede. Francamente, non giureremmo sul fatto che certe cose smettano di esistere solo perché qualcuno non ci crede. Ecco, dunque, il fraterno appello rivolto a Welby: ci pensi bene, perché i cattolici potrebbero anche avere ragione. Quanto agli innamorati della morte (altrui, s'intende), ci pensino bene anche le teste d'uovo della CdI: lisciarli farebbe, sì, guadagnare le simpatie (o attenuare le antipatie) della maggioranza (ahimè, sì) degli intellettuali che contano, ma implicherebbe senz'altro il disfavore della Chiesa e dei cattolici. E, al momento del voto, Pannella conta uno, come il sottoscritto.
In un convegno internazionale dei radicali, che ho ascoltato in diretta su Radio Radicale, è stato annunciato che se mercoledì il Tribunale di Roma non dovesse consentire a Welby di morire con l'aiuto dei medici, allora in molti si recherebbero al capezzale di Welby per dargli quello di cui ha diritto. C'è stato un applauso formidabile. Un applauso a che cosa? Si dirà: alla pietà, alla libertà. lo penso fosse un applauso alla morte.
lo mi immagino l'istante dopo l'ultimo respiro di Welby. Saremo contenti? Chi lo amava tirerà un sospiro di sollievo? Voi che lo conoscete e lo amate come sopportate l'idea di una vita senza di lui? E lei, signor Welby, davvero sua moglie non vale il prezzo della sofferenza che ora prova? Lo dico perché so bene che lei è amato e ama.
Sto con Oriana Fallaci. Parlando di Terry Schiavo, mostrò come il guaio del nostro Occidente fosse di vedere come liberazione, pietà, felicità solo il nulla. Tale e quale il fondamentalismo islamico. Per noi quieti abitanti post-cristiani di Eurabia, siccome il dolore non è razionale, il destino in questo mondo è oscuro' allora l'unica speranza sta nell'evitare di imbattersi nella sofferenza propria e altrui, se possibile non vederla, e quando si palesa fornirla di tutti gli strumenti legali per togliersi di tomi in più sentendoci anche buoni. Qualsiasi mezzo va bene per uccidere il dolore, a costo di spazzarlo via con la scopa dell'eutanasia. E qui non parlo del dolore fisico a cui oggi c'è - se si vuole rimedio. Che c'entra l'islam? Ci arrivo. L'illuminismo radicale (e sulla sua scia il marxismo) era convinto che la scienza avrebbe eliminato il male e il dolore. Si chiama utopia. Si è rinunciato (per il momento). Allora si è scivolati nel nichilismo tenue e pietoso. Dinanzi a un uomo come Welby si sa augurargli soltanto una morte veloce. La dignità non consiste più per noi post -cristiani nell'essere retti e veri, ma nello stare sotto una certa soglia di dolore, da decidere caso per caso. Idem per l'Islam radicale: Allah è pura volontà, questo mondo non è razionale in quanto irrimediabilmente diverso da Dio, solo la morte mia e del mio nemico è la via d'uscita dalla schiavitù del tempo.
Nichilismo=islam, come ha spiegato il Papa a Ratisbona. Con una differenza tra i due: vincerà l'islam, promette qualcosa per il dopo. Chi vuole l'eutanasia, neanche quello.
I sondaggi dicono che moltissimi cattolici sono favorevoli, almeno per il caso di Welby, all' eutanasia. La chiamo così perché ritengo che il suo caso non c' entri con l'accanimento terapeutico. Quando c'è la coscienza, allora la funzione più preziosa dell'io (e dunque del corpo: non c'è l'io senza corpo, in questo mondo) è preservata. Dunque non è accanimento permettere a un uomo di esercitare ciò che più propriamente lo rende uomo: l'autocoscienza, il desiderare l'infinito, più grande della circostanza che ci opprime.
Pletà e dignità
Giuliano Ferrara ha distinto tra pietà privata, che imporrebbe di dar la morte a Welby. E rigore della legge, per cui lo Stato non può lasciare un varco alla cultura della morte nelle sue leggi. Non penso: il varco coincide proprio con questa frattura tra personale e pubblico. La pietà non può mai essere accontentare il desiderio di morte. Pietà è dire a chi ami: tu non morirai. Ripetergli: la tua vita è comunque più preziosa di qualsiasi cosa.
Si dice: il dolore di Welby è disumano. E comunque tocca a lui decidere. Non può essere lo Stato a regolare simili questioni. D'accordo. Lo Stato non è padrone di nessuna vita Giusto. Di nessun corpo. Giustissimo. Per questo lo Stato non può sanzionare il suicidio (anche la Chiesa peraltro, consapevole dei misteri della depressione, permette ormai da decenni i funerali religiosi e la tumulazione in terra consacrata). Ma consentire che un uomo intervenga per porre fine a un'altra vita significa consentire accordi tra privati dove la materia del contratto sia l'uccidere. Non c'è bisogno di essere dei geni per capire che anche lasciar uccidere, significa afferma re la liceità dell' omicidio. Ripeto: lo Stato non può vietare il suicidio. Vero, però non può trasformarlo in diritto garantito, per di più per mano di terzi.
Non c'entra la morale cattolica. Ma la saggezza cristiana che ha dato forma alla nostra civiltà. E non consente che la libertà dell'individuo possa essere sancita da una legge che introduca un valore che neghi lo scopo positiva dell'umana convivenza. Una legge sull'eutanasia, comunque mascherata di pietà, non darebbe la libertà agli individui, ma capovolgerebbe il motivo per cui gli uomini si stringono insieme per affrontare il destino. Caro Welby, non farti uccidere. Tanti ti vogliono bene. Come faremmo a litigare ancora con te?
C'è un aspetto fondamentale del caso di Piergiorgio Welby che non mi sembra sia stato affrontato esplicitamente e che, a parer mio, merita di essere evidenziato. Per un credente, la sua vita appartiene a Dio; un non credente è invece convinto che la sua vita appartenga a lui, e a lui soltanto. Com'è ovvio, sarebbe impossibile, attraverso una discussione razionale, mettere d'accordo i due punti di vista. Come sosteneva Prank Knight, il fondatore della prima Scuola di Chicago di economia: "L'unico modo di evitare controversie sui grandi principi è quello di non discuterli mai".
A mio parere, tuttavia, non è affatto necessario che uno dei due rinunci al proprio punto di vista. Entrambi hanno pieno diritto a mantenere la propria opinione e a comportarsi di conseguenza. Su un punto a me sembra che non possano che essere d'accordo: le loro vite non appartengono allo Stato. Invece, la vicenda Welby dimostra che proprio questa è l'opinione di gran parte dei protagonisti. Lo Stato si intromette nel rapporto di Piergiorgio Welby con la sua vita; solo lo Stato, grazie alla superiore saggezza dei suoi illuminati legislatori, ha il diritto di stabilire se Welby possa o meno cessare di subire intollerabili sofferenze. Se il ministro della Salute o chi per lui alza il pollice verso l'alto, Welby potrà addormentarsi senza continuare a soffrire; se invece il pollice è rivolto verso il basso, Welby deve continuare a patire le pene dell'inferno. Vi sembra accettabile, ragionevole, sensata questa impostazione? A me no.
Divieto assurdo
La tesi ha una sua storia, come confermato dalle leggi che vietano il suicidio. Si arriva all'assurdo che può essere punito il tentativo non riuscito ma non il reato consumato (la Chiesa, in realtà, commina una pena postuma vietando la sepoltura del suicida in terra consacrata). Badate bene che non sto affatto mettendo in dubbio la sacralità della vita: quello è uno dei pochissimi valori indiscutibili. Ritengo che abbiamo il diritto e forse anche il dovere di cercare di dissuadere un nostro simile dal togliersi la vita. Ma non credo affatto che siamo autorizzati all'uso della forza per impedirglielo, specie quando non di vita si tratta ma di sopravvivenza che ha assai poco di umano e che è caratterizzata da sofferenze inenarrabili.
L'assurdità di sostenere che la mia vita appartiene allo Stato è solo una delle tante manifestazioni di statolatria del nostro tempo. Che dire del fatto che è implicitamente accettato da moltissima gente che, dal momento che lo Stato sopporta il costo delle cure mediche, attraverso il servizio sanitario nazionale, la mia salute non appartiene a me ma allo Stato? E' in base a questo aberrante principio che i politicanti si arrogano il diritto di impormi come vivere, cosa e quanto mangiare, se fumare o non fumare, in un crescendo rossiniano di insensatezze: diete obbligatorie (ci arriveremo), divieto di taglie di vestiti da donna troppo ridotte (per impedire la tentazione all'anoressia), lotta alla sedentarietà (prima o poi ci costringeranno a fare jogging inseguiti da agenti speciali del ministero della Salute), e via farneticando.
Come ho altra volta ricordato, questa impostazione pone un dilemma quasi insolubile all'autentico patriota . Se, infatti, vive seguendo pedissequamente i canoni del salutismo più bigotto, si astiene dall'assumere rischi evitabili, si comporta come se 'fosse malato in modo da essere in perfetta forma al momento del trapasso, fa risparmiare al servizio sanitario nazionale quanto avrebbe dovuto spendere se si fosse ammalato. Ma se la bigotteria salutista gli allunga la vita, mette a repentaglio la solvibilità del sistema pensionistico pubblico. Che fare? Semplice. Vivere in perfetta salute fino all'età del pensionamento e poi tirare le cuoia!
Purtroppo, c'è assai poco da ridere, sono temi maledettamente seri. Dobbiamo ribellarci con tutte le nostre for-
ze alla tendenza, tanto più pericolosa in quanto subdola, ad attribuire allo Stato (cioè a politici e politicanti) la proprietà sulle nostre vite. Non è vero che esistano valori assoluti noti soltanto ai nostri governanti e da noi ignorati e non è, quindi, accettabile che le scelte riguardanti le nostre vite debbano essere prese da loro anziché da noi. Giù le mani dalla mia vita!
"Io farei non uno, ma due o tre passi indietro. Diventa molto difficile riflettere serenamente e in modo equilibrato quando situazioni così estreme e delicate rischiano di finire nella spettacolarizzazione, C'è un confine davanti al quale bisogna fermarsi". Spegnere i riflettori sul caso Welby: per Luigi Bobba, senatore della Margherita e già presidente delle Acli, è questo il primo atto da compiere per poter affrontare la tragedia che il malato sta vivendo.
Welby chiede ai giudici e al mondo politico una risposta. Anche in questi casi, quando è il protagonista stesso a sollecitare un intervento, resta quel confine davanti al quale la politica deve fermarsi?
"Guardi, se si pensa che sia la politica a dover dare una risposta le dico subito che, personalmente, sono contrario all'accanimento terapeutico e all'eutanasia. Sono invece pienamente d' accordo su un patto terapeutico tra re che un medico malato e medico: è in questo rapporto che non voglio inserirmi, perché ritengo che, per chi si trova all'esterno, ci sia una soglia da non varcare".
È contrario anche al testameento biologico, che consente di decidere se rifiutare - qualora ne sia il caso- trattamenti che si configurino come accanimento terapeutico?
"In Parlamento è depositata una serie di proposte su questa materia. Sono favorevole al testo presentato dalla senatrice Paola Binetti. Ma in tutto questo c'è un aspetto che mi preoccupa".
E quale?
"Temo che si finisca con l'abbandonare i malati più derelitti, i più soli. Non vorrei che attraverso una invocazione di qualche principio di libertà si insinuasse la logica che chi costa troppo viene abbandonato".
Un testamento biologico, se fosse già ora possibile, aiuterebbe a risolvere il caso Welby.
"Continuo a pensare che un medico non possa mai abbandonare il malato ma debba continuare a siddetarlo, a curarlo. Nessuno ha nelle mani il potere di interrompere una vita".
Ma per Welby si tratta soltnto di prolungare la durata del dolore.
"Questo e' un giudizio che non credo di poter dare. La medicina ha una sua deontologia, la valutazione deve essere fatta dal medico, che ha il dovere di curare e lenire la sofferenza del paziente".
Lei ha parlato di un confine oltre il quale neanche la politica può andare. Considera un errore che il ministro Turco abbia chiesto al Consiglio superiore di Sanità di definire se le cure a cui è sottoposto Welby si possono configurare come accanimento terapeutico?
"Personalmente sarei molto cauto per evitare di finire imprigionato da una dimensione emotiva".
Onorevole Cota, quale decisione si augura che il tribunale di Roma prenda in merito al caso Welby?
La legge italiana prevede il consenso al trattamento terapeutico. E dunque possibile non curarsi: se Welby è capace di intendere e volere, può chiedere di non essere sottoposto alla respirazione artificiale. Tuttavia, sono assolutamente contrario a una dose letale di sedativo come lo stesso Welby ha chiesto. Mi auguro che nessuno legittimi mai una cosa del genere. La natura deve fare il suo corso: nessuno ha il diritto di togliere la vita a una persona.
Diversi commentatori hanno parlato di accanimento terapeutico, peraltro vietato dalla nostra Costituzione. Quale è la sua posizione in merito?
Questo caso è stato utilizzato per suscitare un dibattito ma occorre essere razionali ed evitare di aprire le maglie a soluzioni che potrebbero portare a effetti devastanti.
Nella lettera pubblicata ieri dalla Padania Welby si paragona a Moro, in quanto prigioniero dì Stato. È d'accordo?
Credo che sia un paragone fuori luogo. Welby è una persona che soffre per una malattia e che, a causa di ciò, è prigioniero del suo corpo. Moro fu sequestrato per motivi esterni, per un atto di terrorismo.
C'è un aspetto politico di questa vicenda che le chiedo di commentare. Sul caso Welby l'Unione si è divisa. I radicali, oggi al Governo, riusciranno a mettere d'accordo le diverse anime della maggioranza?
Questa maggioranza, ancora una volta, si dimostra eterogenea. Come cittadino e come parlamentare rabbrividisco di fronte alle tesi dei radicali. La loro concezione della vita è molto bassa. Secondo loro ciascuno può fare qualunque cosa.
Gli stessi radicali hanno presentato una proposta di legge sull'eutanasia e il testamento biologico.
La Lega Nord è per la difesa della vita. Nessuno può togliere la vita a un altro uomo, anche con il consenso della stessa persona. Cosa diversa è il diritto di una persona di rifiutare le cure e, in particolare, certe cure che si configurano come un accanimento terapeutico.
Torniamo al caso Welby. Cosa l'ha colpita negativamente?
L'estrema spettacolarizzazione che se n'è fatta. Questo tipo di casi sono drammatici e, a mio avviso, non andrebbero spettacolarizzati: andrebbero trattati con quel tipo di riserbo che è proprio dei drammi umani.
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Tra Welby e Binetti
Da L'Unità del 10-12-2006, di Furio Colombo
Tra Welby e Binetti
Da L'Unità del 10-12-2006, di Furio Colombo
Le dichiarazioni - che in politica sono azioni e sventolano come bandiere su posizioni occupate - si susseguono. Insieme compongono un quadro che disegna i confini morali dell?Italia. Mercoledì Gianfranco Fini, il vice senza diritto di successione nella casa di Berlusconi ma pur sempre vassallo di grande potere, dichiara: "Staccare la spina di Welby è omicidio". Vuol dire che se Welby ci mette un anno a morire soffocando ogni minuto che noi siamo qui a discutere, sono fatti suoi. In altre parole è corso al letto dell?uomo caduto nella morsa del dolore per dire "Va bene così" e anzi minacciando chi avesse intenzione di intervenire.
Giovedì la Sen. Binetti, collega di Senato e di schieramento e di sentimenti umani e civili, dice al Corriere della Sera: "È stata una bellissima giornata". Vuol dire che è riuscita a impedire, con la sua esuberante irruzione nella cosiddetta cabina di regia della legge finanziaria, che i reietti di quel sottomondo detto "coppie di fatto" possano godere di benefici fiscali nel triste evento della successione e di ciò che resta al sopravvissuto. In altre parole è come se la Sen. Binetti fosse corsa da quella signora, vedova di uno degli italiani che hanno perso la vita nell?attentato di Nassiriya, per cacciarla un?altra volta dai palazzi dello Stato in cui non è mai stata ammessa, dalle chiese che l?hanno relegata da sola in fondo.
Come ricorderete la signora Adele Parrillo non era una vera vedova ma nient?altro che una convivente del caduto Stefano Rolla.
Cioè nessuno, clandestina alla funzione funebre in chiesa e poi messa cortesemente ma fermamente alla porta al Quirinale, quando lo Stato ha celebrato i morti di Nassiriya. Morto o non morto in guerra, un convivente resta un escluso e la sua compagna si può respingere tranquillamente alla porta senza scandalizzare nessuno.
Franca Rame ha coniato, a sue spese per Adele Parrillo, una medaglia d?oro che le è stata donata in una piccola cerimonia privata. Ma su certe violazioni, come il non sposarsi (meglio se in chiesa) in Italia non si scherza: niente Chiesa e niente Stato.
"Ma che si sposino!", esclama esasperata la Sen. Binetti (evidentemente senza rendersi conto di parodiare Maria Antonietta) per liquidare le civili obiezioni di chi la intervistava (Angela Frenda, Corriere della Sera, 8 dicembre) sulle coppie di fatto. Ma prima aveva parlato di "felicità": "La mia felicità, la sensazione di aver ottenuto un successo" per avere impedito uno sconto di tassa al convivente che veglia il feretro della persona amata.
La multa sul feretro imposta gioiosamente dalla Binetti a chi ama e a chi piange - ma non secondo le regole della Binetti - non può che generare un grande imbarazzo. Infatti come distinguere la "certezza della pena" di Fini, che evoca l?ergastolo per chi si accosta al letto di Welby, e la "felicità" di Binetti che ha imposto con un colpo di mano la sua visione teologica, dal fondamentalismo che intende ignorare ogni confine fra vita e fede e impone che la fede sia legge?
È l?indifferenza a fatti veri, vere sofferenze, veri problemi, solo perché la descrizione (che è poi la rilevazione realistica) di questi fatti non coincide con la pala d?altare della buona morte da un lato (dove i raggi della fede e la mano dell?angelo spuntano come un invito celeste dalle nuvole scure) e con la descrizione della casa tenuta in ordine dall?angelo del focolare debitamente sposata in chiesa e solo per questo affidabile sposa e madre amorosa, persino se abita a Cogne.
Sabato parla il Papa. E purtroppo le sue parole sono un intervento pesante, diretto, mai prima accaduto, sul governo italiano, solo sul governo italiano che ha annunciato una legge che esiste dovunque nel mondo e si forma sul rispetto giuridico, ma anche umano, dei diritti dei cittadini. I confini dell?Italia, a cui in esclusiva viene dedicata questa immensa pressione, si fanno più stretti.
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Possibile che sfugga del tutto la dimensione della carità che è stata, anche nei momenti più difficili, il grande canale di comunicazione fra credenti e non credenti, il messaggio di buona volontà con cui grandi cattolici e credenti anonimi hanno lasciato tracce di civiltà, di solidarietà, di comprensione e partecipazione attraverso confini che apparivano rigidi e impenetrabili, fra persone altrimenti condannate a sentirsi divise fra redenti e dannati? Che cosa è accaduto per indurre a calare mannaie così taglienti, per spezzare subito ogni legame con i miscredenti, dalla quantità della droga alla qualità dell?amore?
Non li imbarazza il fatto che ad ogni passo contro il diritto alla vita - dunque alla morte meno crudele - di Piergiorgio Welby, contro il rispetto che si deve a una vedova non sposata e che non è bello scacciare dalla chiesa, contro l?amore che esiste, che accade, anche se non è omologato, fra donne e fra uomini, verso cui è solitamente dedicato, a livelli incivili, sarcasmo e disprezzo, non li imbarazza il fatto che prontamente si schiera l?Italia peggiore, da Borghezio ai fascisti ("meglio fascista che frocio") come si è visto nella "marcia di Roma" di Berlusconi?
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Ci sono domande - in questa storia in cui circola aria gelida e nessuna fraternità - che restano senza risposta e che devono averla. Con che diritto io posso dire a qualcuno "ti devi sposare", a due persone che non si devono amare, a Piergiorgio Welby che deve soffrire come un cane fino a quando un teologo illuminato (ci sarà, ci sarà) descriverà la fine del dolore come una benedizione necessaria, l?amore come un dono di Dio e la violazione delle regole delle coppie poca cosa (se non un diritto) rispetto agli strazianti genocidi del mondo a cui si dedica la metà della metà della metà della nostra attenzione?
Sono sorpreso che i senatori-teologi che siedono in Parlamento e battono con furore sul banco il martello delle proibizioni, non abbiano notato l?accortezza del Papa, almeno in una situazione che non riguarda l?Italia. Eppure Benedetto XVI ha fatto capire bene che un conto è discutere di Islam in una Lectio magistralis a Ratisbona, e un conto è una visita di Stato all?Islam in Turchia, dove vince non l?intento ad avere ragione ad ogni costo ma quello, molto più grande, di capire, di essere capito e di costruire un passaggio ad ogni costo. È un peccato, una ragione di tristezza, che un simile criterio non sia stato adottato per l?Italia né dal Papa né dai senatori che lo rappresentano.
Un po? aridamente, quando si parla di coppie, i senatori-teologi evocano con fervore l?art. 29 della Costituzione italiana che dice: "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio". Giusto. Ma quell?articolo definisce un modo di stare insieme, non ne proibisce un altro. E non occorre essere giuristi per sapere che la libertà di stampa si estende a Internet, che non esisteva quando è stata scritta la Costituzione. E che, dunque, un tipo di unione non ne impedisce un altro. E poi basta il buon senso per capire che due persone che si amano non sono e non possono essere in alcun modo offesa, rischio o pericolo per la famiglia tradizionale. Dal punto di vista del fatto e del diritto, è una affermazione impossibile. Infine perché ignorare gli articoli 2 e 3 della Costituzione che sanciscono la parte grande e inviolabile dei diritti della persona?
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Forse un modo esemplare di uscire da un confronto così poco generoso fra parlamentari che si sono nominati custodi dell?ortodossia e parlamentari e cittadini comuni (fatalmente l?aridità dei comportamenti incuranti e insensibili genera aridità di risposte che possono essere ingiustamente offensive) è assumersi subito la responsabilità del dolore di Piergiorgio Welby. Alcuni di noi, coloro che non possiedono il codice delle cose ammesse o vietate, quando si tratta della pena di un altro e sentono l?immensa ingiustizia, la intollerabile offesa, devono assumersi in questo momento il compito di porre fine a quell?immenso dolore. Lo faranno formando un comitato di emergenza deciso a non abbandonare Welby nella sua "prigione infame". Adesso, subito.
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Solitudine da curare
il Giornale del 10-12-2006, di Stefano Zecchi
Solitudine da curare
il Giornale del 10-12-2006, di Stefano Zecchi
L'eutanasia e' diventata un problema che la nostra società non può più eludere perché è emersa in tutto il suo dirompente significato etico e religioso con il caso di Piergiorgio Welby? No, questo è solo un caso: drammatico per il modo in cui sta coinvolgendo l'opinione pubblica e i responsabili della politica, ma è soltanto uno dei casi che fanno discutere sull'eutanasia.
Potremmo incominciare a chiederci perché di eutanasia stiamo ragionando in questi ultimi decenni e non, supponiamo, da una cinquantina d'anni. A questa domanda, si può immediatamente rispondere ricordando il grande sviluppo delle tecnologie utilizzato in medicina. E questa certamente è una considerazione giusta, che però non credo affronti alle radici il problema, non tanto per risolverlo, quanto per comprendere a che punto è arrivata la nostra cultura, perché di cultura si tratta.
Oggi è ormai totalmente scomparso un rito fondamentale: il rito dell'accompagnamento alla morte.
lo ricordo ancora che i miei nonni erano morti nella nostra casa. Erano nati due secoli fa: erano nati in casa, così come anch'io ho fatto in tempo a fare. Adesso tutti nascono in ospedale, e nella stragrande maggioranza dei casi si muore in ospedale. Si è ospedalizzata la vita e si è ospedalizzata la morte.
Morire nella propria casa significava rimanere in famiglia: erano i propri cari che accompagnavano il congiunto debole e malato all' altro mondo. Era un rito silente, carico di mestizia e in cui si trasmetteva al moribondo il sentimento di una vita che pur nell'immensa tristezza continuava ad esserci intorno a lui. E per lui questo significava l'affetto di silenziose presenze che l'aiutavano al trapasso. Oggi si muore in ospedale, in una impietosa solitudine e in una drammatica consapevolezza dello strappo che avverrà dalla propria vita, sottolineata inevitabilmente dalle visite ad orario prestabilito di parenti e amici: quando il tempo è scaduto, si raccoglie la propria roba e ci si allontana dalla camera del malato. Lo si lascia solo a trascorrere la notte e ad aspettare. Lo si affida al medico.
I! medico è la persona più sbagliata a cui si possa lasciare un moribondo; il medico è la persona più impreparata, più estranea a quel rito di accompagnamento alla morte che è l'unico, autentico aiuto al malato-che sta per lasciare questo mondo.
Si parla di "accanimento terapeutico": è una sciocchezza, è un'espressione che trasforma un problema culturale in una questione psicologica, come se il medico fosse cattivo, fosse un sadico che gode nell'infliggere una punizione sotto forma di terapia. I! medico è assolutamente impreparato a guardare negli occhi la morte del paziente perché culturalmente ha un' altra esperienza: è stato educato per curare, per prolungare la vita, non per aiutare a morire che è un'esperienza altrettanto fondamentale di quella di vivere.
A questo punto la cultura del medico si incontra con la tecnologia: da un lato (quello del medico) diventa uno scacco professionalmente (e deontologicamente) inaccettabile, l'idea del fallimento della scienza medica se questa non riesce a tenere in vita il malato almeno entro i limiti previsti dai risultati acquisiti dalla medicina (e se invece sono superati, ecco che si proclama un nuovo, grande successo raggiunto). Dall'altro, c'è la tecnologia che rappresenta il significato stesso del progresso, che esprime il grado dello sviluppo civile della società. Perché allora la tecnologia non dovrebbe essere messa al servizio del progresso della medicina? E il medico, culturalmente educato a guarire e a prolungare la vita, perché non dovrebbe usare la "macchina" per lo scopo a cui dalla nostra società è stato formato?
L'attualità drammatica dell'eutanasia è tutta qui, tutta in questa visione di una cultura che ha ritenuto giusto ospedalizzare la vita e la morte, che ha ritenuto superfluo il rito dell'accompagnamento alla morte, che ha costruito un medico educato a guarire, che è indifferente alla solitudine di chi sta per morire.
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Ecco perché si sbagliano i cultori della dolce morte
Da Il Giornale del 10-12-2006, di Rino Camilleri
Ecco perché si sbagliano i cultori della dolce morte
Da Il Giornale del 10-12-2006, di Rino Camilleri
A vedere per l'ennesima volta il povero Welby sulla prima pagina del Corriere della Sera verrebbe quasi da dire, cinicamente: per favore, basta, staccategli pure la spina e non se ne parli più. Se il suo fosse un caso isolato, pietoso ma da risolvere a sé stante. E parrebbe così, almeno a giudicare dal dibattito televisivo (al "Tg2 - Dieci Minuti") tra Alfredo Mantovano e la neopresidente dei Radicali: il primo per tutto il tempo ha parlato in termini generali, perché una eventuale legge sarebbe valevole per tutti; la seconda ha insistito sempre e solo sul caso Welby. A questo punto dovrebbe essere chiaro che per gli innamorati della morte il caso Welby è puramente strumentale al fine di introdurre l'eutanasia nel nostro Paese. Forte l'espressione "ìnnamorati della morte?". Può darsi, ma è un fatto che le battaglie radicali portano i nomi di aborto, eutanasia, droga (morte a rate). Da sempre i Radicali sono stati in quattro gatti ma sono sempre riusciti a imporre le loro idee a tutta l'Italia. Naturalmente, ciò non sarebbe stato possibile se alle spalle della loro pattuglia avanzata di guastatori non ci fossero sempre state le truppe corazzate dei marxisti (comunisti e socialisti) e dei liberali più anticlericali. Questo ha sempre garantito ai Radicali una visibilità che altri raggruppamenti, pur della stessa consistenza numerica, non hanno mai avuto. E il motivo per cui anche nella Casa delle libertà i simpatizzanti dei Radicali abbondano. Intendiamoci, lo si sa benissimo che i Radicali fanno perdere molti più voti di quelli che apportano, ma il favore da essi incontrato presso il ceto intellettuale li rende lo stesso appetibili (in fondo, quel che ha scritto Ernesto Galli della Loggia sulla assenza delle élites intellettuali alla megamanifestazione della CdI del 2 dicembre scorso è tristemente vero). Si aggiunga che col ritorno di Mieli alla direzione del Corriere della Sera il cosiddetto "mielismo" è passato dal cerchiobottismo della prima direzione al bottismo puro e semplice della seconda. il che significa che la testa d'ariete radicale ha adesso a disposizione anche il maggiore quotidiano nazionale. Da qui il corteggiamento bipartisan o trasversale se si preferisce. Perciò lo scivolamento zapaterista dell'Italia è solo questione di tempo, bisogna rassegnarsi. Tuttavia, da cattolici, vorremmo dire a Welby che il suicidio non è detto che sia la fine delle sofferenze. Secondo la prospettiva cattolica - ed è per questo che la Chiesa si batte con tutte le sue forze contro la "dolce morte" - c'è un altro tipo di vita al di là della morte fisica. Con la differenza che questa è eterna e congela per sempre le scelte fatte. E il motivo per cui la Chiesa preconciliare arrivava a negare i funerali religiosi ai suicidi e perfino la sepoltura in terra consacrata. Era una forma di avvertimento, disperato, ai vivi. Che si guardassero bene dal togliersi o farsi togliere la vita, perché potevano finire molto peggio. Si dirà che questo vale per chi ci crede. Francamente, non giureremmo sul fatto che certe cose smettano di esistere solo perché qualcuno non ci crede. Ecco, dunque, il fraterno appello rivolto a Welby: ci pensi bene, perché i cattolici potrebbero anche avere ragione. Quanto agli innamorati della morte (altrui, s'intende), ci pensino bene anche le teste d'uovo della CdI: lisciarli farebbe, sì, guadagnare le simpatie (o attenuare le antipatie) della maggioranza (ahimè, sì) degli intellettuali che contano, ma implicherebbe senz'altro il disfavore della Chiesa e dei cattolici. E, al momento del voto, Pannella conta uno, come il sottoscritto.
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E' la morte la vera prigione. Non è accettabile interrompere una vita per legge
Da Libero del 10-12-2006, di Dreyfus
E' la morte la vera prigione. Non è accettabile interrompere una vita per legge
Da Libero del 10-12-2006, di Dreyfus
In un convegno internazionale dei radicali, che ho ascoltato in diretta su Radio Radicale, è stato annunciato che se mercoledì il Tribunale di Roma non dovesse consentire a Welby di morire con l'aiuto dei medici, allora in molti si recherebbero al capezzale di Welby per dargli quello di cui ha diritto. C'è stato un applauso formidabile. Un applauso a che cosa? Si dirà: alla pietà, alla libertà. lo penso fosse un applauso alla morte.
lo mi immagino l'istante dopo l'ultimo respiro di Welby. Saremo contenti? Chi lo amava tirerà un sospiro di sollievo? Voi che lo conoscete e lo amate come sopportate l'idea di una vita senza di lui? E lei, signor Welby, davvero sua moglie non vale il prezzo della sofferenza che ora prova? Lo dico perché so bene che lei è amato e ama.
Sto con Oriana Fallaci. Parlando di Terry Schiavo, mostrò come il guaio del nostro Occidente fosse di vedere come liberazione, pietà, felicità solo il nulla. Tale e quale il fondamentalismo islamico. Per noi quieti abitanti post-cristiani di Eurabia, siccome il dolore non è razionale, il destino in questo mondo è oscuro' allora l'unica speranza sta nell'evitare di imbattersi nella sofferenza propria e altrui, se possibile non vederla, e quando si palesa fornirla di tutti gli strumenti legali per togliersi di tomi in più sentendoci anche buoni. Qualsiasi mezzo va bene per uccidere il dolore, a costo di spazzarlo via con la scopa dell'eutanasia. E qui non parlo del dolore fisico a cui oggi c'è - se si vuole rimedio. Che c'entra l'islam? Ci arrivo. L'illuminismo radicale (e sulla sua scia il marxismo) era convinto che la scienza avrebbe eliminato il male e il dolore. Si chiama utopia. Si è rinunciato (per il momento). Allora si è scivolati nel nichilismo tenue e pietoso. Dinanzi a un uomo come Welby si sa augurargli soltanto una morte veloce. La dignità non consiste più per noi post -cristiani nell'essere retti e veri, ma nello stare sotto una certa soglia di dolore, da decidere caso per caso. Idem per l'Islam radicale: Allah è pura volontà, questo mondo non è razionale in quanto irrimediabilmente diverso da Dio, solo la morte mia e del mio nemico è la via d'uscita dalla schiavitù del tempo.
Nichilismo=islam, come ha spiegato il Papa a Ratisbona. Con una differenza tra i due: vincerà l'islam, promette qualcosa per il dopo. Chi vuole l'eutanasia, neanche quello.
I sondaggi dicono che moltissimi cattolici sono favorevoli, almeno per il caso di Welby, all' eutanasia. La chiamo così perché ritengo che il suo caso non c' entri con l'accanimento terapeutico. Quando c'è la coscienza, allora la funzione più preziosa dell'io (e dunque del corpo: non c'è l'io senza corpo, in questo mondo) è preservata. Dunque non è accanimento permettere a un uomo di esercitare ciò che più propriamente lo rende uomo: l'autocoscienza, il desiderare l'infinito, più grande della circostanza che ci opprime.
Pletà e dignità
Giuliano Ferrara ha distinto tra pietà privata, che imporrebbe di dar la morte a Welby. E rigore della legge, per cui lo Stato non può lasciare un varco alla cultura della morte nelle sue leggi. Non penso: il varco coincide proprio con questa frattura tra personale e pubblico. La pietà non può mai essere accontentare il desiderio di morte. Pietà è dire a chi ami: tu non morirai. Ripetergli: la tua vita è comunque più preziosa di qualsiasi cosa.
Si dice: il dolore di Welby è disumano. E comunque tocca a lui decidere. Non può essere lo Stato a regolare simili questioni. D'accordo. Lo Stato non è padrone di nessuna vita Giusto. Di nessun corpo. Giustissimo. Per questo lo Stato non può sanzionare il suicidio (anche la Chiesa peraltro, consapevole dei misteri della depressione, permette ormai da decenni i funerali religiosi e la tumulazione in terra consacrata). Ma consentire che un uomo intervenga per porre fine a un'altra vita significa consentire accordi tra privati dove la materia del contratto sia l'uccidere. Non c'è bisogno di essere dei geni per capire che anche lasciar uccidere, significa afferma re la liceità dell' omicidio. Ripeto: lo Stato non può vietare il suicidio. Vero, però non può trasformarlo in diritto garantito, per di più per mano di terzi.
Non c'entra la morale cattolica. Ma la saggezza cristiana che ha dato forma alla nostra civiltà. E non consente che la libertà dell'individuo possa essere sancita da una legge che introduca un valore che neghi lo scopo positiva dell'umana convivenza. Una legge sull'eutanasia, comunque mascherata di pietà, non darebbe la libertà agli individui, ma capovolgerebbe il motivo per cui gli uomini si stringono insieme per affrontare il destino. Caro Welby, non farti uccidere. Tanti ti vogliono bene. Come faremmo a litigare ancora con te?
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Lo Stato non è padrone di Welby. Impedire un suicidio non è compito delle istituzioni
Da Libero del 10-12-2006, di Antonio Martino
Lo Stato non è padrone di Welby. Impedire un suicidio non è compito delle istituzioni
Da Libero del 10-12-2006, di Antonio Martino
C'è un aspetto fondamentale del caso di Piergiorgio Welby che non mi sembra sia stato affrontato esplicitamente e che, a parer mio, merita di essere evidenziato. Per un credente, la sua vita appartiene a Dio; un non credente è invece convinto che la sua vita appartenga a lui, e a lui soltanto. Com'è ovvio, sarebbe impossibile, attraverso una discussione razionale, mettere d'accordo i due punti di vista. Come sosteneva Prank Knight, il fondatore della prima Scuola di Chicago di economia: "L'unico modo di evitare controversie sui grandi principi è quello di non discuterli mai".
A mio parere, tuttavia, non è affatto necessario che uno dei due rinunci al proprio punto di vista. Entrambi hanno pieno diritto a mantenere la propria opinione e a comportarsi di conseguenza. Su un punto a me sembra che non possano che essere d'accordo: le loro vite non appartengono allo Stato. Invece, la vicenda Welby dimostra che proprio questa è l'opinione di gran parte dei protagonisti. Lo Stato si intromette nel rapporto di Piergiorgio Welby con la sua vita; solo lo Stato, grazie alla superiore saggezza dei suoi illuminati legislatori, ha il diritto di stabilire se Welby possa o meno cessare di subire intollerabili sofferenze. Se il ministro della Salute o chi per lui alza il pollice verso l'alto, Welby potrà addormentarsi senza continuare a soffrire; se invece il pollice è rivolto verso il basso, Welby deve continuare a patire le pene dell'inferno. Vi sembra accettabile, ragionevole, sensata questa impostazione? A me no.
Divieto assurdo
La tesi ha una sua storia, come confermato dalle leggi che vietano il suicidio. Si arriva all'assurdo che può essere punito il tentativo non riuscito ma non il reato consumato (la Chiesa, in realtà, commina una pena postuma vietando la sepoltura del suicida in terra consacrata). Badate bene che non sto affatto mettendo in dubbio la sacralità della vita: quello è uno dei pochissimi valori indiscutibili. Ritengo che abbiamo il diritto e forse anche il dovere di cercare di dissuadere un nostro simile dal togliersi la vita. Ma non credo affatto che siamo autorizzati all'uso della forza per impedirglielo, specie quando non di vita si tratta ma di sopravvivenza che ha assai poco di umano e che è caratterizzata da sofferenze inenarrabili.
L'assurdità di sostenere che la mia vita appartiene allo Stato è solo una delle tante manifestazioni di statolatria del nostro tempo. Che dire del fatto che è implicitamente accettato da moltissima gente che, dal momento che lo Stato sopporta il costo delle cure mediche, attraverso il servizio sanitario nazionale, la mia salute non appartiene a me ma allo Stato? E' in base a questo aberrante principio che i politicanti si arrogano il diritto di impormi come vivere, cosa e quanto mangiare, se fumare o non fumare, in un crescendo rossiniano di insensatezze: diete obbligatorie (ci arriveremo), divieto di taglie di vestiti da donna troppo ridotte (per impedire la tentazione all'anoressia), lotta alla sedentarietà (prima o poi ci costringeranno a fare jogging inseguiti da agenti speciali del ministero della Salute), e via farneticando.
Come ho altra volta ricordato, questa impostazione pone un dilemma quasi insolubile all'autentico patriota . Se, infatti, vive seguendo pedissequamente i canoni del salutismo più bigotto, si astiene dall'assumere rischi evitabili, si comporta come se 'fosse malato in modo da essere in perfetta forma al momento del trapasso, fa risparmiare al servizio sanitario nazionale quanto avrebbe dovuto spendere se si fosse ammalato. Ma se la bigotteria salutista gli allunga la vita, mette a repentaglio la solvibilità del sistema pensionistico pubblico. Che fare? Semplice. Vivere in perfetta salute fino all'età del pensionamento e poi tirare le cuoia!
Purtroppo, c'è assai poco da ridere, sono temi maledettamente seri. Dobbiamo ribellarci con tutte le nostre for-
ze alla tendenza, tanto più pericolosa in quanto subdola, ad attribuire allo Stato (cioè a politici e politicanti) la proprietà sulle nostre vite. Non è vero che esistano valori assoluti noti soltanto ai nostri governanti e da noi ignorati e non è, quindi, accettabile che le scelte riguardanti le nostre vite debbano essere prese da loro anziché da noi. Giù le mani dalla mia vita!
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Intervista a Luigi Bobba
Da Il Mattino del 10-12-2006, di Maria Paolo Milanesi
Intervista a Luigi Bobba
Da Il Mattino del 10-12-2006, di Maria Paolo Milanesi
"Io farei non uno, ma due o tre passi indietro. Diventa molto difficile riflettere serenamente e in modo equilibrato quando situazioni così estreme e delicate rischiano di finire nella spettacolarizzazione, C'è un confine davanti al quale bisogna fermarsi". Spegnere i riflettori sul caso Welby: per Luigi Bobba, senatore della Margherita e già presidente delle Acli, è questo il primo atto da compiere per poter affrontare la tragedia che il malato sta vivendo.
Welby chiede ai giudici e al mondo politico una risposta. Anche in questi casi, quando è il protagonista stesso a sollecitare un intervento, resta quel confine davanti al quale la politica deve fermarsi?
"Guardi, se si pensa che sia la politica a dover dare una risposta le dico subito che, personalmente, sono contrario all'accanimento terapeutico e all'eutanasia. Sono invece pienamente d' accordo su un patto terapeutico tra re che un medico malato e medico: è in questo rapporto che non voglio inserirmi, perché ritengo che, per chi si trova all'esterno, ci sia una soglia da non varcare".
È contrario anche al testameento biologico, che consente di decidere se rifiutare - qualora ne sia il caso- trattamenti che si configurino come accanimento terapeutico?
"In Parlamento è depositata una serie di proposte su questa materia. Sono favorevole al testo presentato dalla senatrice Paola Binetti. Ma in tutto questo c'è un aspetto che mi preoccupa".
E quale?
"Temo che si finisca con l'abbandonare i malati più derelitti, i più soli. Non vorrei che attraverso una invocazione di qualche principio di libertà si insinuasse la logica che chi costa troppo viene abbandonato".
Un testamento biologico, se fosse già ora possibile, aiuterebbe a risolvere il caso Welby.
"Continuo a pensare che un medico non possa mai abbandonare il malato ma debba continuare a siddetarlo, a curarlo. Nessuno ha nelle mani il potere di interrompere una vita".
Ma per Welby si tratta soltnto di prolungare la durata del dolore.
"Questo e' un giudizio che non credo di poter dare. La medicina ha una sua deontologia, la valutazione deve essere fatta dal medico, che ha il dovere di curare e lenire la sofferenza del paziente".
Lei ha parlato di un confine oltre il quale neanche la politica può andare. Considera un errore che il ministro Turco abbia chiesto al Consiglio superiore di Sanità di definire se le cure a cui è sottoposto Welby si possono configurare come accanimento terapeutico?
"Personalmente sarei molto cauto per evitare di finire imprigionato da una dimensione emotiva".
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Nessuno legittimi la dose letale di sedativo
da La Padania del 10-12-2006, di f. Pol
Nessuno legittimi la dose letale di sedativo
da La Padania del 10-12-2006, di f. Pol
Onorevole Cota, quale decisione si augura che il tribunale di Roma prenda in merito al caso Welby?
La legge italiana prevede il consenso al trattamento terapeutico. E dunque possibile non curarsi: se Welby è capace di intendere e volere, può chiedere di non essere sottoposto alla respirazione artificiale. Tuttavia, sono assolutamente contrario a una dose letale di sedativo come lo stesso Welby ha chiesto. Mi auguro che nessuno legittimi mai una cosa del genere. La natura deve fare il suo corso: nessuno ha il diritto di togliere la vita a una persona.
Diversi commentatori hanno parlato di accanimento terapeutico, peraltro vietato dalla nostra Costituzione. Quale è la sua posizione in merito?
Questo caso è stato utilizzato per suscitare un dibattito ma occorre essere razionali ed evitare di aprire le maglie a soluzioni che potrebbero portare a effetti devastanti.
Nella lettera pubblicata ieri dalla Padania Welby si paragona a Moro, in quanto prigioniero dì Stato. È d'accordo?
Credo che sia un paragone fuori luogo. Welby è una persona che soffre per una malattia e che, a causa di ciò, è prigioniero del suo corpo. Moro fu sequestrato per motivi esterni, per un atto di terrorismo.
C'è un aspetto politico di questa vicenda che le chiedo di commentare. Sul caso Welby l'Unione si è divisa. I radicali, oggi al Governo, riusciranno a mettere d'accordo le diverse anime della maggioranza?
Questa maggioranza, ancora una volta, si dimostra eterogenea. Come cittadino e come parlamentare rabbrividisco di fronte alle tesi dei radicali. La loro concezione della vita è molto bassa. Secondo loro ciascuno può fare qualunque cosa.
Gli stessi radicali hanno presentato una proposta di legge sull'eutanasia e il testamento biologico.
La Lega Nord è per la difesa della vita. Nessuno può togliere la vita a un altro uomo, anche con il consenso della stessa persona. Cosa diversa è il diritto di una persona di rifiutare le cure e, in particolare, certe cure che si configurano come un accanimento terapeutico.
Torniamo al caso Welby. Cosa l'ha colpita negativamente?
L'estrema spettacolarizzazione che se n'è fatta. Questo tipo di casi sono drammatici e, a mio avviso, non andrebbero spettacolarizzati: andrebbero trattati con quel tipo di riserbo che è proprio dei drammi umani.
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