Domenica 2 agosto 2026
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Psilocibina: una sola dose può ricablare il cervello in modo duraturo

MONDO
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Una singola dose elevata di psilocibina — il composto psicoattivo contenuto nei cosiddetti "funghi magici" — è sufficiente a produrre cambiamenti misurabili nella struttura e nel funzionamento del cervello umano, persistenti almeno per un mese dopo la fine degli effetti acuti. È quanto emerge da un nuovo studio condotto da ricercatori dell'Università della California di San Francisco e dell'Imperial College di Londra, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications.

 

Come riporta The Week India, i ricercatori hanno coinvolto 28 volontari sani che non avevano mai assunto sostanze psichedeliche in precedenza. A ciascuno è stata somministrata una dose di 25 milligrammi di psilocibina — considerata una dose alta, capace di indurre una forte esperienza psichedelica. L'attività cerebrale è stata monitorata attraverso tecniche avanzate di neuroimaging: elettroencefalografia (EEG), risonanza magnetica funzionale (MRI) e imaging a tensore di diffusione (DTI), una tecnica specializzata che traccia il movimento dell'acqua lungo le vie nervose del cervello.

Le scansioni sono state effettuate in tre momenti distinti: prima della somministrazione, durante il picco dell'esperienza psichedelica e a distanza di un mese. I partecipanti hanno inoltre compilato questionari sul proprio vissuto durante la sessione e valutazioni su umore, benessere e capacità di introspezione psicologica nelle settimane successive.

 

Uno dei risultati più rilevanti riguarda la cosiddetta entropia cerebrale, ovvero la misura della variabilità e flessibilità dell'attività del cervello. Entro un'ora dall'assunzione di psilocibina, le scansioni EEG hanno evidenziato un aumento significativo di questo parametro. I partecipanti che hanno registrato un incremento maggiore di entropia dopo la dose da 25 mg hanno riferito intuizioni emotive più profonde il giorno successivo, e quelli con maggiore capacità di introspezione erano anche più propensi a riportare un benessere psicologico migliorato a distanza di un mese.

 

Lo studio ha inoltre rilevato modificazioni nelle connessioni cerebrali: i "tratti" che collegano la corteccia prefrontale alle zone centrali del cervello risultavano meno diffusi lungo il loro percorso, suggerendo che potrebbero essere diventati più compatti. Se questa alterazione sia positiva o meno rimane ancora da chiarire.

 

Il professor Alex Kwan, neuroscienziato della Cornell University, ha osservato che studi precedenti condotti sui topi avevano già mostrato come le sostanze psichedeliche potessero promuovere la crescita sinaptica e la riorganizzazione delle connessioni neurali. La domanda era se lo stesso avvenisse negli esseri umani: questo studio, ha dichiarato, "si avvicina più di molti altri a rispondere a quella domanda, fornendo prove di cambiamenti duraturi nella struttura cerebrale dopo l'uso di psichedelici".

 

Secondo il professor Robin Carhart-Harris, neurologo dell'Università della California di San Francisco e autore senior dello studio, i dati indicano che l'intensità dell'esperienza psichedelica è determinante per i benefici terapeutici: "più alti i punteggi sull'introspezione psicologica, maggiori i miglioramenti nella risposta terapeutica". I ricercatori ipotizzano che le sostanze psichedeliche, anziché limitarsi a sopprimere i sintomi, possano interrompere temporaneamente gli schemi mentali rigidi, consentendo al cervello di riorganizzarsi in modo più funzionale. Queste prospettive aprono scenari di ricerca per il trattamento di depressione, disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e dipendenze — ambiti in cui la neuroplasticità svolge un ruolo chiave. Gli scienziati invitano tuttavia alla cautela: si tratta di uno studio su un campione ristretto e condotto in contesti clinici controllati, e i risultati non vanno interpretati come un invito all'uso autonomo di queste sostanze.

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