25 aprile: storia di una festa che i comunisti da sempre considerano 'roba loro'
Ogni 25 aprile si ripete lo stesso copione: sdegno, riti, accuse, memorie separate. Ma gli insulti alla Brigata Ebraica, le bandiere ucraine respinte e quelle estremiste tollerate mostrano ciò che molti fingono di non vedere: la “festa di tutti” è sempre stata il recinto ideologico di una parte.
Ogni anno la stessa scena. Ogni anno lo stesso sdegno. Ogni anno le stesse dichiarazioni, gli stessi titoli, le stesse facce stupite. E ogni anno, dodici mesi dopo, si ricomincia da capo come se non fosse mai successo niente. Il giornalismo ha la memoria corta — non per distrazione, ma per vocazione: il nuovo sovrascrive il vecchio, lo scandalo di oggi cancella quello di ieri. È questo che permette alla liturgia del 25 aprile di riprodursi intatta, anno dopo anno, senza che nessuno sia mai chiamato a rispondere di ciò che è accaduto l’anno prima.
Ma la costruzione del mito resistenziale non cominciò il giorno della Liberazione. Cominciò mentre la guerra era ancora in corso.
Il PCI di Palmiro Togliatti comprese prima di molti altri che il controllo della narrazione storica avrebbe avuto un peso decisivo nella costruzione del futuro politico del Paese. Le formazioni partigiane comuniste — le Brigate Garibaldi — furono non solo tra le più numerose e combattive, ma anche tra le più attrezzate sul piano della propaganda. Ogni azione militare veniva documentata, ogni caduto trasformato in simbolo, ogni episodio inserito in una cornice ideologica precisa: la lotta partigiana come guerra di popolo, come riscatto delle classi subalterne, come alba di una nuova Italia.
Gli altri — i partigiani cattolici delle Fiamme Verdi, quelli azionisti e liberali, i militari sbandati dell’8 settembre che pure avevano combattuto ed erano morti — entrarono nel racconto nazionale, ma spesso in posizione laterale. Utili a sostenere la retorica dell’unità antifascista, meno centrali nella gerarchia simbolica che si andava consolidando.
La Resistenza come prova generale della rivoluzione
Qui sta il nodo che raramente viene affrontato apertamente nel dibattito pubblico.
Per il PCI, la Resistenza non era soltanto una guerra di liberazione nazionale. Era anche una possibile premessa di trasformazione sociale. Lo storico Claudio Pavone, nel suo fondamentale Una guerra civile del 1991, ebbe il merito di dire ciò che la storiografia più celebrativa aveva a lungo rimosso: la Resistenza fu simultaneamente tre guerre diverse — patriottica, civile e di classe. La terza dimensione, quella di classe, era la più dirompente. E proprio per questo, nel racconto pubblico del dopoguerra, venne spesso attenuata, assorbita nella formula più rassicurante della guerra di liberazione nazionale.
Molti quadri comunisti che scesero dalle montagne nell’aprile del 1945 erano convinti di essere alla vigilia di una trasformazione radicale della società italiana. Le armi non vennero tutte consegnate. Le strutture organizzative clandestine non vennero tutte sciolte. L’orizzonte culturale e politico di una parte del PCI guardava più a Mosca che a Roma.
La svolta di Salerno e il grande compromesso
Poi arrivò la realtà della geopolitica.
Togliatti rientrò in Italia nel marzo del 1944 con una linea concordata con Stalin e annunciò la cosiddetta “svolta di Salerno”: il PCI avrebbe collaborato con il governo Badoglio, avrebbe rinunciato alla prospettiva rivoluzionaria, avrebbe giocato la partita dentro le istituzioni. L’Italia era nella sfera di influenza occidentale, e Stalin non aveva alcuna intenzione di rischiare uno scontro con gli anglo-americani per una penisola mediterranea. La rivoluzione venne rinviata. Poi rinviata ancora. Poi, di fatto, archiviata.
Ma la narrazione resistenziale rimase quella che era stata costruita: epica, totalizzante, moralmente esclusiva. Serviva ora a un obiettivo diverso: non preparare la rivoluzione, ma legittimare il PCI come partito nazionale, come forza democratica, come custode dei valori fondativi della Repubblica.
Chi non rientra nel racconto
Il problema di ogni mito fondativo è ciò che esclude.
La narrazione resistenziale canonica ha prodotto per decenni una semplificazione brutale: da una parte i partigiani, dall’altra i fascisti. In mezzo, il vuoto. Ma la realtà era infinitamente più complessa. C’erano gli italiani che non scelsero nessuna delle due parti, la maggioranza silenziosa che cercava semplicemente di sopravvivere. C’erano le ambiguità, le vendette, i tribunali sommari, le violenze del dopoguerra. E poi c’erano altre memorie rimaste a lungo marginali o rimosse: le foibe, l’esodo giuliano-dalmata, le vittime che non si lasciavano ricondurre facilmente allo schema celebrativo dominante.
Niente di tutto questo trovava davvero spazio nel racconto pubblico. Non perché non fosse accaduto, ma perché complicava la liturgia.
Un rito che si ripete, una cultura che non cambia
C’è una domanda che vale la pena porsi con franchezza: perché, ottant’anni dopo, questo meccanismo si ripete identico a se stesso?
Non è soltanto una questione di memoria storica. È una questione di cultura politica. Una parte della sinistra italiana — non tutta, ma la più ideologica, la più visibile, la più rumorosa — non è mai uscita dalla struttura mentale che quel mito resistenziale aveva contribuito a costruire. Ha conservato intatto l’impianto: la divisione del mondo in oppressori e oppressi, la certezza morale di stare sempre dalla parte giusta, il diritto — anzi il dovere — di definire chi appartiene alla comunità degli eredi legittimi della Resistenza e chi ne è escluso.
La festa di tutti? Solo a parole
Ogni anno, puntualmente, qualcuno ripete la formula: il 25 aprile è la festa di tutti gli italiani. È un’affermazione corretta sul piano istituzionale. Il problema è che quella stessa parte che la pronuncia non ha mai accettato davvero le conseguenze pratiche di quella affermazione.
La Brigata Ebraica — che combatté contro il nazifascismo e che ha un titolo di presenza in quelle piazze che pochi altri possono vantare — viene fischiata, insultata, allontanata dai cortei. La ragione è trasparente: quella parte della sinistra ha scelto il campo nel conflitto mediorientale, e quella scelta prevale su qualsiasi coerenza storica o morale. Chi combatté contro i nazisti sotto la stella di Davide viene cacciato dalla festa dell’antifascismo perché oggi Israele è diventato il nuovo “oppressore” nello schema ideologico vigente.
Non è un paradosso. È la logica conseguenza di una cultura che non celebra la storia: celebra se stessa.
La liturgia e i suoi eretici
Lo stesso meccanismo si attiva ogni volta che qualcuno prova a proporre forme di commemorazione alternative: uno spazio di riflessione sulle foibe, sulle violenze postbelliche, sulle vittime che non rientrano nel canone. La risposta è quasi sempre la stessa: scandalo, accuse di revisionismo, di neofascismo, di profanazione.
La liturgia non ammette eretici. E chi la gestisce non ha alcun interesse a trasformare il rito in una memoria davvero aperta, davvero plurale, davvero nazionale. Perché una memoria plurale significherebbe rinunciare al monopolio, ammettere che la storia è complicata, perdere uno strumento di potere simbolico che si è rivelato straordinariamente efficace per ottant’anni.
Il 25 aprile come clava
Il 25 aprile non viene agitato ogni anno soltanto per ricordare i morti o onorare chi combatté. Viene spesso usato come strumento di delegittimazione politica. “Antifascismo” è diventato un contenitore semantico elastico, riempito di volta in volta con il nemico del momento.
Chiunque non si adegui alla liturgia viene automaticamente collocato dall’altra parte della barricata: quella dei fascisti, degli oppressori, dei nemici del popolo. È il meccanismo che il PCI contribuì a mettere a punto tra il 1945 e il 1948, quando usò il capitale simbolico della Resistenza per costruire un’egemonia culturale che i suoi eredi — diretti e indiretti — hanno difeso con tenacia fino a oggi.
Ieri, 25 aprile 2026: il teorema si è dimostrato in diretta
Non c’è bisogno di andare a cercare gli esempi nella storia. Basta guardare quello che è accaduto ieri nelle piazze italiane.
A Milano, lo spezzone della Brigata Ebraica ha percorso pochi metri ed è stato bloccato dai militanti pro Palestina, che gridavano “fuori dal corteo” e “vergogna” all’incrocio con via Senato. Emanuele Fiano, esponente del PD presente al corteo, ha riferito che qualcuno aveva urlato alla Brigata “siete solo saponette mancate”: un’allusione allo sterminio degli ebrei nei forni crematori. Nella festa dell’antifascismo. Nell’81° anniversario della Liberazione.
A commentare è stata anche Anna Paola Concia, ex parlamentare del PD: “Il 25 aprile muore oggi con gli insulti antisemiti alla Brigata Ebraica cacciata dal corteo di Milano. Addio festa della liberazione dalle dittature nazifasciste”. Non è una voce della destra. È una donna di sinistra che ha dedicato la sua vita politica ai valori che quel giorno dovrebbe incarnare. Quando anche lei dice “addio”, qualcosa si è rotto in modo irreparabile.
Il copione si è replicato in altre città. A Bologna, un uomo di ottant’anni è stato allontanato dal corteo perché portava una bandiera ucraina. Dai social è emerso che ad allontanarlo sarebbe stato un militante di Contropiano.org, realtà dichiaratamente filorussa: un dettaglio che da solo vale più di molte analisi.
A Perugia, Arianna Ciccone, cofondatrice del Festival del Giornalismo, è stata allontanata da un corteo perché portava la bandiera ucraina, mentre nel medesimo corteo sventolavano bandiere della Palestina e dell’Iran. Quando ha chiesto spiegazioni, non gliene sono state date.
A Roma, il presidente di Radicali Italiani e +Europa Matteo Hallissey è stato aggredito con spray al peperoncino e soccorso in ambulanza. Con lui c’era Ivan Grieco, giornalista e streamer. Grieco aveva una bandiera dell’Ucraina intrecciata a quella della Palestina. Vale la pena dirlo chiaramente: quell’intreccio non è un gesto neutro. È una mossa furbastra che però non regge. L’Ucraina invasa dalla Russia e la causa palestinese sono due conflitti distinti, con dinamiche, attori e responsabilità che non hanno nulla a che vedere. Presentarli come equivalenti non è solidarietà: è confusione ideologica confezionata da furbastri. Non è bastato comunque: lo hanno aggredito lo stesso. Il “lasciapassare” palestinese non ha avuto alcun valore: la bandiera ucraina era inaccettabile a prescindere da cosa ci fosse accanto.
(Filippo Piperno su Inoltre del 26/04/2026)