Domenica 30 agosto 2026
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Il boom dell’intelligenza artificiale è un’arma a doppio taglio per l’economia

Articolo · Redazione ·

Le Big Tech stanno finanziando il boom dell’IA con centinaia di miliardi di debito obbligazionario, sostenendo la crescita dell’economia Usa ma spingendo al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato e il costo del denaro per tutti.

 

Negli ultimi anni l’economia americana ha sorpreso tutti gli osservatori. Pandemia, conflitti internazionali, dazi, inflazione e rialzi aggressivi dei tassi d’interesse non sono bastati a piegarla.

 

La spiegazione più comune punta sulla crescita tumultuosa dell’IA. Eppure quella stessa forza propulsiva sta cominciando a mostrare il suo lato meno rassicurante.

 

Le grandi aziende tecnologiche, che fino a poco tempo fa costruivano le proprie infrastrutture attingendo quasi esclusivamente ai flussi di cassa generati dal loro business, stanno ora ricorrendo in modo massiccio al mercato obbligazionario nella misura di centinaia di miliardi di dollari emessi in pochi mesi.

 

Come sottolinea il New York Times in un nuovo report, questo diluvio di nuovo debito contribuisce a tenere elevati i rendimenti dei titoli di Stato americani e complica i piani di chi, come l’amministrazione Trump, vorrebbe ridurre i costi di finanziamento per famiglie e imprese.

L’espansione dell’IA si è dunque trasformata in un’arma a doppio taglio: da un lato sostiene la crescita, dall’altro alza il costo del denaro per l’intera economia.

 

La resilienza dell’economia e il ruolo dell’IA

Per lungo tempo economisti e analisti si sono chiesti come fosse possibile che il sistema reggesse di fronte a una serie così densa di shock. La risposta più ricorrente ha spinto a guardare al boom dell’IA.

 

Le enormi spese delle aziende impegnate a sviluppare i sistemi più avanzati hanno generato una domanda elevatissima di energia, semiconduttori, costruzioni e lavoro specializzato, dando una spinta reale all’attività economica complessiva.

 

Questo effetto ha indotto molti a rivedere al rialzo le previsioni di crescita. E una crescita più vivace, di solito, spinge la Federal Reserve a mantenere i tassi d’interesse più elevati per evitare che l’inflazione torni a accelerare. In questo senso l’IA non è stata solo un motore tecnologico, ma anche un fattore che ha influenzato direttamente le aspettative di politica monetaria.

 

Dal cash al debito

Fino a pochi anni fa i cosiddette “hyperscaler” quali Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle riuscivano a coprire quasi interamente i loro investimenti con i soldi generati dalle attività ordinarie. Tra il 2020 e il 2024, secondo i dati Refinitiv, il gruppo emetteva in media meno di 30 miliardi di dollari di debito all’anno.

 

Nel 2025 la cifra era salita sopra i 100 miliardi. Solo nei primi mesi di quest’anno ha già superato i 200 miliardi. Microsoft resta l’unico, tra i cinque colossi tecnologici, a non aver ancora fatto ricorso al mercato obbligazionario nell’ultimo anno. Le stime di Vanguard indicano che, dal 2027 al 2030, il debito legato all’IA in senso più ampio potrebbe superare il trilione di dollari all’anno.

 

Come ha osservato Lucas Baynes, senior investment strategist di Vanguard, “l’era in cui queste aziende finanziavano tutto con i flussi operativi sta finendo”. Il passaggio dal cash al debito segna un cambiamento di fase importante, non solo per i bilanci delle società ma per l’intero equilibrio dei mercati.

 

Perché i rendimenti dei titoli di Stato salgono

Questa settimana il rendimento del bond trentennale americano ha toccato i massimi dal 2007. Si tratta di un riferimento particolarmente seguito perché influenza in modo diretto i tassi dei mutui e di tanti altri prestiti a lungo termine.

 

Il Tesoro ha tentato di intervenire aumentando la quantità di debito che può riacquistare, cercando di sostenere i prezzi e far scendere i rendimenti. L’effetto è però durato poco: già il giorno successivo i tassi hanno ricominciato a salire.

 

Gli analisti collegano in parte questo movimento alle aspettative di una crescita più sostenuta trainata dall’IA, che potrebbe indurre la Fed a tenere i tassi alti più a lungo del previsto.

Non è certo l’unico fattore in gioco: pesano anche l’ampiezza del deficit federale e le tensioni internazionali, a partire dal prolungato confronto con l’Iran. Tuttavia il peso del debito tecnologico si fa sentire.

 

Un’arma a doppio taglio per l’economia

Matt King, fondatore di Satori Insights, ritiene che l’economia Usa abbia goduto di una spinta enorme grazie alle spese delle grandi aziende tecnologiche, che fino a poco tempo fa attingevano alle loro riserve di liquidità senza praticamente indebitarsi.

 

Adesso che devono ricorrere al mercato, gli investimenti non sono più “gratis”. C’è un costo diretto in termini di interessi per le società e un costo più ampio per il resto del sistema: i rendimenti reali salgono e alzano il costo del denaro per consumatori, imprese e per lo Stato stesso.

 

L’amministrazione Trump ha fatto della riduzione dei costi di finanziamento una priorità per migliorare l’accessibilità economica delle famiglie, usando i rendimenti dei titoli di Stato come metro di giudizio. In questo quadro, l’espansione dell’IA rischia di andare in direzione opposta rispetto agli obiettivi di politica economica.

 

L’effetto sul mercato obbligazionario aziendale

Non tutti sono convinti che il nuovo debito tecnologico stia sottraendo capitali in modo significativo al mercato dei Treasury. Il mercato dei titoli di Stato è enorme e l’impatto diretto, secondo alcuni, resterebbe marginale.

 

Il problema si vede con maggiore evidenza sul fronte corporate. Gli investitori devono assorbire una quantità di titoli senza precedenti e, di fronte a questa offerta continua, chiedono remunerazioni più alte. Lo spread si sta conseguentemente allargando in modo progressivo.

Alphabet, che di solito beneficia di alcuni dei costi di finanziamento più bassi, ad aprile aveva emesso un decennale con uno spread di 0,63 punti percentuali; nell’emissione più recente è salito a 0,85. Amazon è passato da 0,55 punti a novembre a 0,8 a luglio. Oracle è andato da 1,05 punti a settembre a 1,45 a febbraio. L’indice Bank of America dei corporate investment grade di maturità simile si colloca poco sopra il punto percentuale, segno che anche le società medie stanno pagando di più.

 

Non un problema di solvibilità, ma di quantità

Matt Eagan, portfolio manager di Loomis Sayles, spiega che nessuno pensa che queste aziende stiano rischiando il default. Si tratta di società solidissime, altamente redditizie e con rating elevati.

 

Il nodo è un altro. Gli investitori temono che, con un’offerta di debito destinata a continuare senza sosta, i titoli comprati oggi possano perdere di attrattiva se i rendimenti salgono ancora.

“Non c’è pericolo di insolvenza”, spiega Eagan. “La preoccupazione è che arrivi altro debito a prezzi più convenienti e tu rimanga con quello che hai già in portafoglio”. In altre parole, non è la qualità del credito a preoccupare, ma la quantità e il ritmo con cui il mercato deve digerirla.

 

(Marco Orioles su StartMagazine del 30/08/2026)

 

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