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Brexit means nonsense
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Articolo di Redazione
31 gennaio 2019 18:07
 
 L’inverosimile pandemonio con cui la Brexit ha sommerso la vita politica britannica farà riflettere un po’ i sovranisti? Se ne può dubitare visto che il ragionare è estraneo all’ideologia nazionalista. Pertanto, senza poterne prevedere il risultato, qualche lezione evidente viene fuori da questa storia lamentosa e buffonesca che ha trasformato il Parlamento di Westminter in un teatro del “nonsense”.
1 - Il referendum, che in questo momento si presenta come una panacea, è il metodo adatto per prendere una decisione del genere? Dopo due anni, in effetti, i britannici girano intorno ad un problema aritmetico che non ha soluzione. Sono state presentate al popolo due soluzioni – partire o restare – quando invece erano divisi in tre correnti ben distinte e difficilmente conciliabili – la “hard Brexit”, la “soft Brexit” o il “remain”. Alcuni vogliono uscire e basta, altri alla metà, e altri ancora restare nell’Unione. Non si intendono che su un punto: impedire agli altri di vincere. Se si propone la rottura, i ”soft brexit” e i “remainers” si coalizzano per impedirlo, se si propone di restare, i “brexiters” delle due specie si uniscono per dire no, se si propone una “soft brexit”, “hard brexiters” e “remainers” si alleano per respingere il compromesso, come hanno fatto la settimana scorsa. E’ una variante della quadratura del cerchio: nessuno arriva a trasformare tre terzi in due metà, o tre minoranze in una maggioranza. Da qui l’impasse.
2 – I sovranisti, con una erudita e fuorviante retorica, portano avanti costantemente l’elogio delle frontiere, che a torto dicono di voler abolire. Ma è precisamente la resurrezione eventuale di una frontiera – tra Irlanda del Nord e Irlanda del Sud – che blocca la Brexit. Se la Gran Bretagna lascia l’Unione, dovrà restaurare la frontiera irlandese, cosa che gli irlandesi, in maggioranza, non vogliono. E se la GB non restaura la frontiera, non può lasciare l’Unione, comunque non completamente. Problema inestricabile che paralizza tutti e su cui i brexiters non hanno detto parola durante la campagna, cosa che evidenzia la serietà con cui hanno approntato la loro politica.
3 – Brexiters che sono profondamente divisi, senza pertanto ammetterlo. Alcuni, nazional-populisti, si sono impegnati per l’uscita spiegando che avrebbero potuto, grazie alla sovranità riconquistata, meglio proteggere le classi popolari contro la negatività della mondializzazione. Gli altri, ultraliberali, considerano che l’uscita dall’Unione potrebbe far cadere le garanzie sociali e fiscali che imbrigliano, secondo loro, l’economia, ma attenuano in effetti la sorte degli operai britannici. Essi vogliono consacrare il regno di un libero scambio totale con il resto del mondo, cioè esporre di più le classi povere ai grandi venti della navigazione in alto mare. Si è anche venduto agli elettori più deboli una politica ingarbugliata: per evitare la pioggia che viene da Bruxelles, ci si getta nell’acqua della globalizzazione. Frode pura e semplice. Tra queste soluzioni inconciliabili, la classe politica è sballottata come una palla dentro un flipper. E nessuno osa dire “game over”.

(editoriale di Laurent Joffrin, pubblicato sul quotidiano Libération del 31/01/2019)
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