Controlli nei locali pubblici. Firenze. Cambiare musica, in sicurezza
Prima del rogo di Crans Montana ci fu l’incendio del Cinema Statuto a Torino, nel 1983, con 64 morti. Quell’episodio pose, nella sua drammaticità, le basi per nuove norme di sicurezza dei locali pubblici.Fu il benefico effetto della paura. La stessa che ha spinto oggi a porre sotto i riflettori le attività di spettacolo e di intrattenimento per controllare se tutto sia in regola. Il caso che si è aperto — il più recente e clamoroso — è quello del Jazz Club di via Nuova de’ Caccini, alla cui porta sono stati apposti i sigilli. Probabilmente l’irregolarità che ha fatto scattare il provvedimento (le altre sono più di tipo sanitario e amministrativo) è stato il mancato rispetto delle norme di sicurezza dovuto a un numero di presenti maggiore del consentito. Ma resta una questione di fondo. E cioè la possibilità per chi non considera la città come uno spazio ad esclusivo uso e consumo turistico di proseguire a svolgere un ruolo culturale e comunque a mantenere viva una delle fisionomie che Firenze ha acquisito almeno nell’ultimo mezzo secolo. Il Jazz Club ha aperto i battenti nel 1979. Nello stesso periodo, a cavallo tra la fine dei Settanta e tutti gli Ottanta, sono stati aperti locali, soprattutto con la formula del club, che hanno fatto la loro parte nella storia musicale. Ci sono passati i protagonisti della allora nuova scena del jazz e che oggi (al netto dei purtroppo tanti scomparsi) sono musicisti di primo piano.
Basti ricordare il Salt Peanuts di piazza Santa Maria Novella, La Rosa di via San Zanobi, il Be-bop di via de’ Servi, il Caffè Voltaire. Molti di questi oggi non sarebbe stato possibile neanche aprirli. Alcuni erano allestiti in ambienti a confronto dei quali il Jazz Club sembra un quattro stelle superior, invidiabile anche per alcuni monolocali — ma sarebbe meglio dire monoloculi — adattati per gli affitti brevi turistici. Al momento resta in piedi solo il più giovane — ma anche lui ormai longevo — Pinocchio in una sala del circolo Vie Nuove. La progressiva uscita di scena di questi veri e propri presìdi pone a tutti una questione di tenuta dell’identità cittadina e di una parte importante del proprio patrimonio culturale contemporaneo. È un problema che anche la sindaca Sara Funaro si è posta, prospettando l’apertura di un confronto con gli organizzatori e gestori di questi spazi: un’opportunità da cogliere. Non è solo una cosa per giovani, tanto che un luogo come il Jazz Club potrebbe essere ormai considerato nel senso più autentico «locale storico» e come tale tutelato e aiutato a sopravvivere, anche con sostegni che ne consentano la messa a norma o il trasferimento in sedi più idonee. Ma non c’è solo una questione sentimentale o di memoria. C’è una domanda forte di poter contare su spazi sicuri e adeguati che siano in grado di ospitare iniziative e capacità creative, ormai sempre più rarefatti nella desertificazione di una città diventata avara di occasioni del genere. Per questo, se c’è anche per ora un solo spiraglio di disponibilità a discuterne, questo va colto per poter aprire a nuove esperienze da replicare e incentivare. Forse, chissà, come del Jazz Club ne sentiremo parlare tra 50 anni.
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