Sabato 6 giugno 2026
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Democrazia. Il voto come cambiale anche a Firenze

Articolo · Stefano Fabbri ·
Che le leggi dell’economia abbiano finito per sovrastare quelle della politica, ormai non sorprende più nessuno. Ma che il voto, strumento principe dell’esercizio democratico, sia assimilato al meccanismo di una cambiale è una novità interessante. L’ex sindaco Dario Nardella lo suggerisce quando liquida la discussione pubblica in corso sulle scelte urbanistiche, ricordando che il giudizio sul tema lo hanno dato gli elettori per ben tre volte quando hanno scelto di eleggere lui sindaco per due mandati e per uno la sua ex assessora Sara Funaro. Quindi, come dire, c’è poco da lamentarsi e casomai attendete la scadenza della cambiale quinquennale in corso per pronunciarvi, se si va, in modo diverso. A dire il vero è difficile rintracciare nei programmi elettorali del doppio mandato di Nardella tracce di prevedibilità dei (finora) 12 studentati quasi tutti di lusso, della realizzazione di cubi neri, di rigenerazioni (o degenerazioni) urbane fatte di torri che «staccano» la luce naturale agli abitanti attorno, neanche avessero dimenticato di pagare la bolletta al sole, e di politiche che avrebbero trasformato Firenze come una delle città più care e meno accoglienti d’Italia per viverci. Ma identica osservazione vale per i programmi del suo predecessore, Matteo Renzi.

Il vecchio cronista ricorda più facilmente campagne elettorali in cui le principali parole d’ordine erano quelle del ritorno di residenza e funzioni nel centro storico. Del futuro dell’ex caserma Lupi di Toscana, le cui prospettive esposte pochi giorni fa provocano non poche alzate di sopracciglio, e di Firenze città della conoscenza: la stessa nella quale l’Università ha il fiatone perché sempre meno studenti sono attratti da pagare affitti che forse non varrebbero la pena a Oxford. In quei programmi non c’erano le cessioni intensive di patrimonio pubblico, sebbene l’iniziativa Invest in Florence avrebbe dovuto far suonare qualche campanello. Ma, paradossalmente, anche se gli elettori avessero espresso un’adesione totale ai programmi, benché senza una così forte immaginazione su come sarebbe diventata la città, esiste la legittima possibilità di cambiare opinione senza attendere.
E invece no: perché prima che il gallo canti, tu per almeno tre volte mi voterai. Il problema è che il gallo ha cominciato a cantare, ma la politica non pare ascoltarlo. Non il centrosinistra di governo, tranne qualche impervio equilibrismo di Avs che distingue tra un prima, con Nardella sindaco, e un adesso in cui scorge segni di discontinuità, termine che comprensibilmente non piace a Sara Funaro della cui giunta gli ambientalisti di sinistra fanno parte. Né il chicchirichì è ascoltato dal centrodestra all’opposizione, probabilmente per i legami con aree e ceti sociali che non hanno mai disdegnato la rendita di posizione. Nel ragionamento di Nardella c’è una visione politica. E cioè che la cambiale firmata con il voto sia sostanzialmente in bianco e che, una volta ottenuta la fiducia degli elettori, tutto si possa, senza più tenerne conto fino al rinnovo. Una visione non molto distante da quella che oggi guida la Presidente del Consiglio e che dal centrosinistra le viene contestata.

(articolo pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 01/03/2026)


 
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