Dovremmo intenderci meglio su che cosa significa valorizzazione del patrimonio culturale

Nel caso di città come Firenze, nella quale il turismo sta diventando l’unico modo per valorizzarne il patrimonio, la domanda di fondo è: il modo di vivere dei residenti e la loro cultura civica fanno ancora parte (immateriale) del patrimonio culturale complessivo da valorizzare e tutelare?
Nel contesto italiano, “valorizzazione del patrimonio culturale” è un’espressione definita per legge nell’articolo 6 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs. 42/2004). La valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica, comprendendo anche il sostegno degli interventi di conservazione. Non è un generico “rendere più appetibile” il patrimonio, ma un insieme di azioni tese a migliorare conoscenza, accessibilità e qualità dell’esperienza, e di riflesso la stessa tutela. Le attività di valorizzazione devono essere compatibili con la tutela e non possono pregiudicare le esigenze. Per il codice, valorizzare non significa sfruttare, ma creare le condizioni perché il patrimonio sia vissuto e compreso mantenendo la sua integrità materiale e simbolica.
Molto diverso è l’uso del termine “valorizzazione” nel linguaggio economico. In ambito aziendale o finanziario, si parla di valorizzare una risorsa, un marchio, un bene, un investimento. Si intende chiaramente l’aumento del valore di mercato, della redditività o dell’efficienza economica. La valorizzazione economica indica l’insieme di pratiche che incrementano la capacità di un bene di “dare frutto”, soprattutto in termini monetari o competitivi. In altre parole, migliorare l’immagine, aumentare i ricavi, rendere più attraente un prodotto. Questa accezione non è fissata in una norma generale paragonabile all’articolo 6 del Codice. Non esiste, nel diritto italiano, una definizione legale unitaria di “valorizzazione economica” che ne delimiti campi e limiti. Il termine viene impiegato in modo flessibile (libero) e le sue conseguenze sono disciplinate da norme specifiche, ma non da una cornice concettuale comune. Proprio questa assenza di una definizione giuridica generale rende l’uso economico del termine più aperto, ma anche più ambiguo. Valorizzare può significare quasi qualsiasi azione che generi un aumento di valore monetario.
Il contrasto tra valorizzazione culturale e valorizzazione economica si gioca sul tipo di “valore” che si intende accrescere. Nel primo caso, il valore riguarda la dimensione culturale, storica, educativa e identitaria del patrimonio. Gli obiettivi sono ampliare la comprensibilità, favorire una fruizione consapevole, integrare il patrimonio nella vita delle comunità, rafforzare la memoria e la capacità critica dei cittadini. Nel secondo (quando l’obiettivo è la creazione di valore economico-finanziario) ciò che conta è il rendimento, la capacità del bene di generare ricavi, flussi di cassa, posizionamento competitivo, con il rischio che la dimensione culturale venga trattata come strumento di marketing. Quando il patrimonio è interpretato soltanto attraverso la lente della valorizzazione economica, si generano tensioni. La pressione a trasformarlo in un “prodotto” turistico rischia di condurre a sovraffollamento, banalizzazione, spettacolarizzazione, perdita di profondità.
La valorizzazione culturale chiede invece che ogni strategia economica sia subordinata alla salvaguardia del significato e dell’integrità del bene. La fruizione deve restare compatibile con la tutela e l’aumento di valore economico deve essere una conseguenza possibile, non l’unico obiettivo. In definitiva, la valorizzazione del patrimonio culturale, nella sua accezione giuridicamente definita, è un processo di costruzione e diffusione di valore culturale, sociale ed educativo, che può includere dimensioni economiche ma non si identifica con esse. La valorizzazione economica, priva di una definizione legale unitaria, indica l’incremento del valore di mercato di un bene o di un’attività e tende a misurare il successo in termini monetari. Tenere distinti questi piani permette di evitare la riduzione del patrimonio a merce, e di concepire l’economia come strumento al servizio della cultura, non come suo criterio esclusivo di valutazione.
Nel caso di città come Firenze, nella quale il turismo sta diventando l’unico modo per valorizzarne il patrimonio, la domanda di fondo è: il modo di vivere dei residenti e la loro cultura civica fanno ancora parte (immateriale) del patrimonio culturale complessivo da valorizzare e tutelare?