Martedì 7 luglio 2026
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Emergenza carceri. Se anche lo Stato si arrende

Articolo · Stefano Fabbri ·

Certo che fa impressione vedere scritto nero su bianco una sorta di autorizzazione ai direttori di carcere ad ospitare i detenuti in eccesso rispetto ai posti in cella su materassi posati a terra, spingendovi anche l’asticella che indica il livello della dignità umana. Perché così si configura la circolare del Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria della Toscana riguardo alla situazione che gli istituti della regione stanno sopportando, anche in seguito allo svuotamento di sette sezioni di Sollicciano sequestrate dal Tribunale di Firenze per le condizioni inumane.

E che si aggiunge al sovraffollamento in cui quasi tutti si trovano, acuito dagli arrivi quotidiani di arrestati di fresco portati nelle case circondariali.

Completato lo sfollamento, Sollicciano avrà poco più di 300 detenuti rispetto ai circa 550 prima dei sequestri, però tutti ristretti nelle sezioni ancora aperte, cioè nella migliore delle ipotesi nella condizione in cui già erano.

Quello di Prato, ad esempio, è già il più popoloso con più di 600 detenuti. Tuttavia, a meno di non immaginare dirigenti e funzionari ministeriali come persecutori diabolici per partito preso, quelle crude righe certificano su carta intestata lo stato pietoso delle nostre carceri. Se non si crede ai racconti dei reclusi, degli agenti , degli educatori e dei volontari, questa volta è la stessa istituzione che ammette un quadro generale in cui non viene vista altra soluzione che andare «oltre» la capienza massima, peraltro spesso già superata. Fino a spingersi a occupare ogni centimetro quadrato utile a stendere un materasso per terra.

È questo che soprattutto dovrebbe preoccupare: fino a dove può arrivare quell’oltre? E per quanto tempo in un Paese dove l’emergenza non ha limite, neanche cronologico visto che quasi sempre cessa di essere tale e diventa quotidianità accettata?

La richiesta di sfruttare «tutti gli spazi disponibili fino al limite indicato» e, se necessario, «anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra» è una bandiera bianca alzata in segno di resa, traducibile in forma colloquiale con l’ammissione di essere alla-canna-del-gas. Anzi, oltre. Ovviamente non tenendo in considerazione quanto prescritto (e troppo spesso ignorato) dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che prevede un minimo di tre metri quadrati per ciascun detenuto in cella e che è alla base dei numerosi ricorsi accolti.

E senza scomodare l’articolo 27 della Costituzione, laddove si afferma che la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Sembra già di sentire le obiezioni per cui qualche notte su un materasso in terra non ha mai fatto male a nessuno. Ma il carcere non è la casa troppo piccola dei parenti. Né un campeggio. Quasi sempre quel pavimento è una più che umida autostrada per blatte e cimici. Ed è l’unico spazio in cui si possano mettere i piedi alzandosi dal letto. E ora diventa il simbolo della prova provata, e accettata, di una situazione anch’essa oltre il limite, in tutti i sensi.

 

(articolo pubblicato su  Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 07/07/2026)

 

 

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