Meloni sta tenendo bloccati 13 GW di impianti rinnovabili

Nonostante i prezzi dell’elettricità più alti dall’invasione dell’Ucraina nel 2022, le tecnologie in grado di abbattere subito i costi della bolletta per imprese e cittadini italiani – le rinnovabili – restano ostaggio delle sindromi Nimby (non nel mio giardino) e Nimto (non nel mio mandato elettorale), di cui ormai la presidenza del Consiglio dei ministri è divenuta un caso scuola: sulla scrivania di Giorgia Meloni giacciono progetti per 13 GW, quasi il doppio rispetto ai 7,2 GW messi a terra in tutta Italia nel corso dell’intero ultimo anno.
«Gli ultimi due anni hanno rappresentato una fase particolarmente complessa per il settore delle rinnovabili», spiega Andrea Cristini, presidente di Anie rinnovabili, ovvero l’associazione confindustriale di settore che rappresenta un fatturato aggregato che supera i 14 miliardi di euro: «Tutti i comparti tecnologici e i relativi segmenti di mercato sono stati interessati da profondi cambiamenti normativi e regolatori, che hanno aumentato l’incertezza e la percezione del rischio, frenando la piena espressione del potenziale economico e ambientale di una filiera strategica per la competitività e la sicurezza energetica del Paese. In questo scenario, l’Italia sta progressivamente perdendo terreno anche rispetto ai principali Paesi europei a forte vocazione manifatturiera».
Nel nostro Paese la bolletta energetica pagata all’estero per l’import di combustibili fossili vale tra circa 50 e 100 miliardi di euro l’anno, mentre contestualmente paghiamo l’elettricità più cara d’Europa: ogni tensione sul mercato del gas – come quella in corso a causa della guerra in Medio Oriente – si trasferisce in bolletta, perché il prezzo all'ingrosso è determinato da questo combustibile fossile per oltre il 70% delle ore dell'anno (nella prima parte del 2026 il dato in Spagna era invece del 9%, dal 52% registrato nel 2021, disaccoppiando di fatto il costo dell’elettricità da quello del gas senza intaccare il piano di uscita dal nucleare al 2035).
Eolico e fotovoltaico, invece, continuano a produrre elettricità a una frazione del costo rispetto a quello complessivo all’ingrosso, come mostrano gli esiti delle aste per gli “incentivi” – o meglio i meccanismi di stabilizzazione dei prezzi nel lungo periodo – del decreto Fer X transitorio. Si parla infatti di un prezzo medio da 72,851 €/MWh per l’eolico e 56,825 €/MWh per il fotovoltaico. Allora perché la bolletta non cala?
Perché al contrario di quanto accade in Spagna, tali impianti sono ancora troppo pochi, e troppo poco accompagnati da altri meccanismi ancillari – come la diffusione delle batterie – per coprire la domanda marginale di elettricità nella maggior parte delle ore del giorno. Nei primi sei mesi del 2026, in Italia sono stati installati appena +3,4 GW di nuovi impianti rinnovabili, e continuando con questo ritmo a fine anno ce ne sarebbero dunque 6,8 GW, meno dei +7,2 GW registrati nel 2025 (a loro volta in calo del 3,9% rispetto al 2024).
A testimoniare lo stallo è anche il rapporto ministeriale sulla Situazione energetica nazionale: le rinnovabili coprono oggi il 20,5% dei consumi energetici lordi, quando il valore previsto dallo scenario nazionale (Pniec) per il 2030 è pari a 39,4%, mentre la revisione della Direttiva sulle energie rinnovabili (Red III) ha innalzato al 42,5% l’obiettivo vincolante nell’Ue entro il 2030, con l’ulteriore aspirazione a raggiungere il 45%.
Ormai siamo indietro anche per raggiungere gli obiettivi 2030 fissati dallo stesso Governo Meloni. La traiettoria del burden sharing prevede infatti una progressiva accelerazione, per scaricare sul futuro le responsabilità odierne: 8,3 GW nel 2026, 10 GW nel 2027, 11 GW nel 2028, 13 GW nel 2029 e 15 GW nel 2030. In altre parole, attualmente in Italia sono installati complessivamente circa 86 GW di potenza da fonti rinnovabili, mentre per raggiungere il target al 2030 di 131 GW installati sarà necessario installare circa 44 GW in poco più di quattro anni.
«Chiediamo ai Ministeri, alle Regioni e ai Comuni – argomenta nel merito Cristini – di affrontare e superare il nodo degli iter autorizzativi, che continua a rappresentare uno dei principali ostacoli allo sviluppo degli investimenti. Chiediamo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di sbloccare i pareri di valutazione di impatto ambientale relativi ai 13 GW attualmente rimessi alla sua valutazione. E chiediamo alle istituzioni di garantire, per il prossimo quadriennio, un quadro normativo e strumenti di policy stabili e prevedibili, indispensabili per ridurre l’incertezza e consentire alle imprese di programmare gli investimenti».
Sotto questo profilo, in questo momento, più che ripartire da zero con rivoluzioni normative appare opportuno iniziare con soluzioni chirurgiche, come quelle avanzate da Agostino Re Rebaudengo sulle nostre colonne per arrivare a installare 20 GW l’anno d’impianti e poi ulteriormente affinate dal fondatore di Asja energy sempre su greenreport. Per iniziare basterebbero due modifiche chirurgiche all’attuale Testo unico sulle fonti rinnovabili:
1) Rendere il parere delle Autorità paesaggistiche vincolante per il Mase nelle sole aree dichiarate non idonee, mantenendolo obbligatorio ma non vincolante nelle altre aree;
2) Introdurre un termine perentorio di 90 giorni per la chiusura dei procedimenti a livello regionale, con silenzio-assenso alla scadenza.
(Luca Aterini su Greenreprt del 08/09/2026)