I misteri di Dialog Society riaprono il dibattito sui contenuti (e il controllo) dei think tank che si occupano di AI
Premessa
La recente fuga di notizie a proposito di un think tank altamente riservato, denominato Dialog Society, sta facendo discutere. Secondo quanto riportato da una parte della stampa, durante gli incontri si discuterebbe, fra l'altro, del futuro dell'AI con la partecipazione di membri di alto profilo: numerosi multimiliardari (tra i quali i celebri Elon Musk e Peter Thiel), personaggi legati alla pubblica amministrazione americana (bipartisan), governatori e alti funzionari della Difesa.
Sembra interessante cercare di capire i "come" e i "perché" dello sviluppo dei think tank, strumenti di partecipazione spesso esclusiva che si sono molto accreditati negli ultimi anni. È opportuno farlo evitando le facili tentazioni delle teorie cospirative, in omaggio a un realismo più pragmatico, in particolare nel momento in cui i lavori riguardino una tecnologia così trasformativa ed essenziale come l'AI.
La recente divulgazione di notizie sul think tank "Dialog Society" ha riaperto il dibattito sulla riservatezza dei contenuti dei gruppi di interesse, e in particolare su quei think tank che possono agire come delle lobby, forse più che segrete, strettamente riservate.
La rivelazione circa l'identità di alcuni membri che farebbero parte del think tank e di una parte di quella che sembra essere l'agenda dei lavori (o dei dibattiti) è avvenuta tramite l'iniziativa di un'hacktivista svizzera; grazie a lei, una parte della stampa internazionale è entrata in possesso di alcune informazioni (descritte come una "fuga di notizie") che sono poi rimbalzate su numerosi media.
In estrema sintesi, Dialog Society si promuove e si qualifica come uno spazio dedicato a relazioni riservate e informali tra leader provenienti da ambiti e orientamenti ideologici differenti. Il gruppo organizza almeno un ritiro annuale con la formula del meeting full immersion, prevalentemente in località di prestigio fra cui, secondo quanto riportato dalla stampa, ci sarebbero il Ritz-Carlton Dove Mountain, il The Ritz-Carlton di Santa Barbara e il San Clemente Palace Kempinski di Venezia.
Il termine "hacktivista", riferito all'autrice di questa scoperta resa pubblica, nasce dalla fusione dei termini "attivista" e "hacker". L'attività divulgativa, però, non è da iscriversi nell'ambito del whistleblowing, giacché pare essere più riferibile alla denuncia sociale. La divulgazione di contenuti non accessibili al pubblico, e pertanto riservati, è molto più simile a una condivisione che richiama celebri casi come quelli di Assange o Snowden. Si tratta, quindi, di contenuti non filtrati e non spiegati. Il whistleblowing fornisce un'informazione nuda e cruda, non modellata sui canoni ermeneutici delle linee editoriali. Questa, invece, è un'attività più simile alla condivisione e pertanto potrebbe essere ascrivibile a quel genere di azioni che, nell'ambito dell'hacking, viene definito white hat (ovvero con uno scopo sociale). La differenza sembra rilevante perché è in grado di influenzare profondamente l'opinione pubblica.
A prescindere dal caso Dialog, sembra interessante provare a capire, in un contesto più ampio, l'operato di alcuni think tank onde evitare di alimentare gli stereotipi che appartengono al vasto panorama della cospirazione; è noto, infatti, che chi è convinto di una tesi finisce sempre per vedere solo ciò che vuole vedere.
Per esempio, una parte della stampa ha da subito associato questi contenuti al termine "segretezza", che richiama però un'accezione potenzialmente negativa. È la segretezza che serve a nascondere, a secretare, la segretezza che teme di essere scoperta. A ben guardare, invece, non ci sono elementi che suggeriscano questo genere di "copertura". Il termine più appropriato per una descrizione neutrale sarebbe riservatezza: ciò che non è di pubblico dominio.
La questione non è nuova. Ruota attorno al diritto di alcune persone – che spesso vengono definite sotto l'egida dell'asettico termine di "élite" – di riunirsi per dibattere su tematiche che hanno un impatto potenziale su uno o più macrosistemi: dell'economia, della finanza, dello stato sociale, dell'ambiente. E quindi, a cascata, sul tenore di vita delle persone e su alcuni aspetti della loro concreta possibilità di autodeterminarsi.
Alcune tematiche, infatti, qualora sostenute in via corporativa e organizzata da persone con i mezzi per influenzare il mercato e in particolar modo i policy makers (coloro che fanno le leggi, il potere legislativo e in parte l'esecutivo dei governi), sarebbero potenzialmente pericolose perché elusive delle regole stabilite dalla libera concorrenza e dalle democrazie. Ciò vale in particolar modo quando tali attività si traducono in un'agenda che finisce per coinvolgere i policy makers oltre l'aspetto informativo o culturale, spingendoli ad adottare decisioni che hanno rilevanza nell'interesse pubblico e che dovrebbero, in linea di principio, essere prese avendo quale unico scopo il bene comune.
Una buona parte dei think tank che si riuniscono una volta l'anno per alcuni giorni (di solito da 3 a 7) in una location riservata e accessibile solo su invito, oggi coinvolge temi di stringente attualità per l'opinione pubblica, fra cui lo sviluppo dell'AI e l'uso dell'energia nucleare. L'assenza di un arbitro terzo o, quantomeno, di un narratore imparziale che possa comunicare ufficialmente verso l'esterno i contenuti di questi incontri alimenta il sospetto e l'immaginazione, configurando scenari decisamente più teorico-complottisti che realisti.
È comprensibile, ma come detto c'è un'emotività sospettosa che spinge appunto ad apostrofare come "segreto" quel che la razionalità preferirebbe definire "riservato". Tutto ciò non è nulla di nuovo. Ci sono decine di queste realtà, forse centinaia, anzi migliaia. Variano per dimensioni e membership. Per coloro che volessero approfondire, fra le letture ipotizzabili c'è il libro di Daniel Estulin: "Il Club Bilderberg: la storia segreta dei padroni del mondo". Il titolo è già tutto un programma.
Fermo restando che non è davvero possibile stabilire se e in che misura tutti questi think tank siano in grado di produrre i risultati voluti (e nella maggioranza dei casi la risposta è inequivocabilmente negativa), la principale fonte di inquietudine, oggi, nasce più che altro dalla presenza dei miliardari. Questa figura, sempre più legata alle nuove tecnologie, si sta evolvendo oltre i confini della fisicità dell'individuo, assumendo proporzioni più tipiche di quelle che nel secolo scorso venivano indicate come corporations: quelle società, cioè, che travalicavano i limiti dello Stato e vivevano di vita propria, come vere e proprie nazioni.
Questa neo-trasmutazione del miliardario (spesso filantropo), che diventa tentacolare come una statua della dea Kali o un enorme Kraken che tutto avvolge, trasforma la loro partecipazione a una qualunque associazione in una sorta di "Spectre", come nei celebri romanzi di James Bond del grande Ian Fleming.
La logica deduttiva ci impone di constatare che una schiacciante percentuale di coloro che sostengono di "sapere" chissà cosa e di ipotizzare chissà quali segreti, non è a conoscenza di un bel niente. È un'inquisizione basata sulla pura teoria, sul malvezzo di pensare malissimo e di attendersi il peggio, destituita da qualsivoglia prova che non sia meramente scandalistica. Frutto più della noia che di una ritualità vera e propria, l'accusatore supremo trae conclusioni cospirative esattamente come chi vede una luce non identificabile in cielo e ipotizza che sia un alieno della costellazione Zeta Reticuli.
Il punto non è dove stia la ragione – tutti sappiamo che a pensare male si fa peccato, però... – il punto è che tipo di ragione, basata sulla logica, si stia cercando. È nota la celebre differenza tra guardare e osservare, sapientemente introdotta da Sir Arthur Conan Doyle. Così come altrettanto conosciute sono le tecniche per creare un'influenza basata su un seguito, una corte, teorizzate dal celebre Machiavelli sulla gestione del potere inteso come epicentro di interessi privati da preservare.
Vorrei sollecitare una riflessione: prendendo un fatto e narrandolo a rovescio è facile costruire una serie di aneddoti che vanno tutti nella stessa direzione. Ma questa non è mai la verità, è solo la verità di chi narra il fatto. Questo paradigma è ben spiegato nel teorema degli indizi che fa riferimento al filone narrativo de "Il ritorno di Sherlock Holmes", dove il celebre detective è spesso costretto a mettere in discussione le ricostruzioni della polizia, che partono da un fatto e, a ritroso, tramite una serie di aneddoti, lo fanno combaciare con un evento. Esattamente come a volte proviamo a fare noi da un punto di vista informativo o giornalistico per fare in modo che gli indizi vadano in una certa direzione. Solo che non funziona così.
Una volta (ri)concepito il think tank in generale – ribadisco, non necessariamente la Dialog Society, ma qualunque altro tra le migliaia presenti sul mercato (più o meno noti, più o meno raggiungibili) – al di là di quelle che possono essere le attività riservate ai partecipanti, viene da domandarsi se i presunti e non confermati misteri che ruotano attorno a queste realtà siano rilevanti. E persino se siano interessanti.
I gruppi di interesse ci sono sempre stati. Solo a Bruxelles ci sono oltre 17.000 lobby. Esattamente come nel passato delle corporazioni o delle gilde, perorare un certo tipo di convinzione esercitando pressioni dovute alla capacità di influenzare – attraverso l'aspettativa e il peso relativo delle conoscenze – non è di per sé vietato. Come non è vietata la riservatezza; anzi, essa viene tutelata dalla privacy.
Il problema si complica per il ruolo che può assumere il bene più liquido in natura: oggi il denaro non è solo certezza o benessere, è diventato sinonimo di uno sfarzo lascivo, uno status symbol idolatrato come il vitello d'oro. Un'aspettativa di vita talmente invitante che porta un incredibile numero di persone a volersi prostrare di fronte al deposito di Paperon de Paperoni, offrendosi come vittima sacrificale nel culto del dio denaro. Il vero problema non è chi ne ha troppo, ma chi ne desidera tanto per appagare i propri istinti, per dare sfogo a un'autocelebrazione della spesa che diventa un'estasi personale deviata dalla propria storia e dai propri valori.
I think tank soffrono moltissimo la presenza dei simulatori, dei mercenari del denaro che cercano solo vantaggi per se stessi e sono disposti a offrirsi mettendosi in bella mostra sullo scaffale. L'esigenza di riservatezza nasce anche da questo.
Viviamo un periodo storico molto più controverso rispetto a quanto molti riescano a concepire, proprio a causa del dibattito sull'AI.
Stiamo gettando le basi per il futuro dell'umanità. Non si tratta solo dell'uso o dello sviluppo dell'AI, ma delle scoperte a cui stiamo andando incontro grazie a essa. Ci sono alcune ipotesi, nella fisica quantistica, che sono talmente rivoluzionarie da non poter nemmeno essere scritte: si correrebbe il rischio di essere presi per matti. Parliamo di teorie che stanno facendo balzi in avanti così rivoluzionari che sembra di leggere un romanzo di Urania. Nell'ambito dello spazio-tempo potrebbero esserci spiegazioni talmente tranchant che, nel dare una risposta ad alcuni quesiti, riscriveranno le domande stesse.
Questo genere di scoperte – ed ho fatto solo un esempio – può creare delle élite di potere come mai la storia dell'umanità ne ha viste. Si potrebbe ipotizzare che sia come il passaggio dall'età del bronzo a quella del ferro, o come la scoperta della ruota. Ma è molto, molto di più.
Tuttavia, il dialogo sull'AI si snoda attraverso un arcipelago di interessi che sembra un percorso a bivi. Interessi che spaziano da quelli legati agli investimenti alle convinzioni ideologiche. È molto più simile al teatro di una battaglia: si fronteggiano diverse convinzioni che lavorano su plurimi fronti e che fanno lobbismo.
Il limite dei think tank è che spesso il loro punto di massima forza – i partecipanti – diventa il loro tallone d'Achille. Avvicinarsi a un think tank dovrebbe essere espressione di un interesse morale o etico che spinge il singolo a partecipare ai lavori mediante l'apprendimento e il contributo a scopo comunicativo, divulgativo o scientifico. Dovrebbe essere un laboratorio inclusivo di condivisione e di crescita personale e collettiva.
Tuttavia, proprio in ragione dei partecipanti, si verifica da tempo un effetto distorsivo che si può sintetizzare nella ricerca di un "cattivo networking". Il fatto, cioè, che l'ingresso e la partecipazione al think tank non vengano intesi come spirito di condivisione, bensì come un veicolo per accedere a un aggregatore di interessi. In particolare, coloro che promuovono beni o servizi tendono a iscriversi ai think tank nell'auspicio che diventino un modo per aumentare il proprio giro d'affari.
La malsana idea che una persona diventi un'agenda di contatti e che questi siano target per sviluppare i propri interessi è un'aberrazione commerciale molto di moda. Questo provoca il deperimento delle ragioni stesse del think tank e lo svilupparsi, in esso, di un'attività più propagandistica, tesa a valutare l'opportunità di trarre vantaggi dall'appartenenza.
In questi casi, le esperienze del passato hanno rivelato che qualunque associazione di persone, se lasciata libera di avvicinare il potere legislativo attraverso una forte presenza di capitali, può evolvere in modo problematico. Ma questo si verifica perché lo scopo principale, che ab origine era nobile nel suo essere di natura culturale, è stato corrotto dall'affarismo. L'affarismo genera affarismo, che porta a utilitarismo e opportunismo. Quindi il problema non è tanto la formula del think tank, ma il fatto che possa venire corrotto da alcuni partecipanti.
Sono queste le circostanze in cui la riservatezza diventa segretezza e i lavori del think tank, ispirati dal desiderio di ottenere il successo economico, possono travalicare i limiti riconosciuti al lobbismo, diventando uno strumento di persuasione e manipolazione. In questo contesto, la presenza dei policy makers o, più in generale, dei poteri legislativo e/o esecutivo crea una serie di situazioni pronte a deflagrare, simili a candelotti di dinamite a caccia di una miccia da accendere. È in queste circostanze che la capacità di influenzare la cosa pubblica può non essere in linea con i più alti valori della Costituzione e delle libertà fondamentali.
Le aspirazioni personali, quindi, possono essere definite come il vizio che può infettare il think tank e corromperlo: la seduzione del Lato Oscuro della Forza.
Individuato il problema, porvi un rimedio è tutt'altro che facile. Il presupposto è che se qualcuno è animato dal desiderio di arricchirsi, finisce per dichiarare non il vero, ma ciò che lo renderebbe adatto a trarre quanti più vantaggi possibili. In buona sostanza, diventa un simulatore.
Per ovviare a tutto ciò, sussistono alcune prassi interessanti che cercano di contenere questo genere di aspirazioni personali. Si sono quindi affermate delle strategie che, viste dall'esterno, possono sembrare curiose, se non addirittura violative di quella prerogativa che i non addetti ai lavori (che non conoscono e non praticano la vita all'interno del think tank) considerano la normalità.
Fra queste ci sarebbe l'attribuzione di un Tier (livello) a seconda del tipo di ingresso e la presenza di una clausola "to serve" che dovrebbe limitare le "ulteriori" aspirazioni. Un meccanismo basato sui Tier – discutibile, e che vedrebbe per esempio, in linea del tutto ipotetica (si ribadisce che il presente scritto non si riferisce a nessun think tank o associazione nota) – potrebbe strutturarsi così:
-
Tier 1: attribuito a chi è ricco per eredità o per nascita, oppure a chi ha sviluppato questa ricchezza attraverso il mercato dei capitali o l'imprenditoria.
-
Tier 2: assegnato a coloro che rivestono ruoli particolari nella pubblica amministrazione (politici eletti con solide basi elettorali, destinati a rivestire il ruolo di policy makers e quindi potenzialmente a elaborare, promuovere e votare le leggi) oppure a personalità che si distinguono per le loro capacità, come scienziati, fisici e ingegneri dotati di una preparazione che è conoscenza e saggezza (persone in grado di apportare realismo e discernimento oltre la teoria).
-
Tier 3: una categoria riservata a chi può aderire per scopi ideali e partecipare ai lavori, ma con spirito di servizio.
Il concetto di "to serve" sarebbe proprio finalizzato a spogliare dell'aspettativa di un ritorno economico colui il quale dichiara esteriormente di essere interessato (perché condivide i contenuti o il pensiero), evitando però che possa trarre vantaggi dalla frequentazione. È un meccanismo piuttosto valido, perché associa inoltre ai Tier delle clausole specifiche.
La presenza di capitali, siano essi legati a corporazioni o a miliardari, attira moltissimo le figure più ingannevoli e interessate che spaziano nell'arcipelago dei furbi, i quali cercano solo uno schermo dietro il quale costruire la propria ricchezza, sfruttando contatti e all'occorrenza mettendosi a disposizione. Fanno ciò senza quell'amor proprio e quella rettitudine che dovrebbero invece animare la partecipazione alla sana cooperazione. Mettere in chiaro da subito che, se non si rientra nei primi due Tier, non si beneficia di alcuna mutualità, dissuade molti furbi, che corrono il rischio di perdere il loro tempo nel momento in cui capiscono che non entrerebbero in contatto con chi vorrebbero sfruttare.
Un'altra tecnica che sembra essere discretamente percorsa è quella di legare al think tank un'ideologia di base più filosofica. Partendo dal presupposto che nel passato i gruppi di interesse più coriacei sono stati quelli in cui le persone erano legate da qualcosa che andasse oltre il denaro e guardasse maggiormente alle convinzioni (come ad esempio la religione), riuscire a creare un percorso filosofico-esistenziale, se non di mentoring o self coaching, è uno strumento utile. Non è un caso se queste materie e i relativi esperti si sono molto espansi di recente, e se un sempre maggior numero di guru o maestri sta facendo proseliti. L'adesione a un'idea è forte: genera legami non solo utili, ma solidali. I think tank con questa impostazione hanno una maggiore chance di sviluppare il corporativismo interno.
Entrambe queste procedure, però, hanno anche dei limiti. È frequente che le persone che dispongono di grandi capitali, invece di andare d'accordo, entrino in competizione tra loro; ciascuna ha il desiderio di prendere il controllo, poiché vive in una realtà che non è dissimile da una casa di Ibsen o da una parabola di Siddharta.
Per quanto riguarda le filosofie, invece, esse sono un terreno molto difficoltoso su cui improntare i rapporti umani. La concettualità di un pensiero, il suo studio e l'apprendimento necessitano di tempo. La formazione può rendere il think tank più teorico che pratico, indirizzandolo a problematiche più soggettive che oggettive, come la ricerca della felicità. Inoltre, la filosofia può ispirare idee potenzialmente ben diverse dall'intendimento di chi ha elaborato il pensiero originario, portando a conclusioni personali che, come la storia insegna, possono essere anche rischiose.
Nell'ambito del dialogo sull'AI occorre invece un'efficacia rapida, costante e dinamica. Le scoperte corrono e i problemi di competizione sono sempre più complessi. Si pensi a queste tre situazioni, tutte attualmente in corso:
-
I nemici dell'AI aumentano. Alcuni si organizzano secondo la logica dell'attivismo e adottano i crismi della protesta. Altri si sono infiltrati nei sistemi democratici delle nazioni creando un impressionante numero di associazioni o enti fra loro cloni allo scopo di occupare, grazie a tecniche di marketing e alla SEO, le prime pagine dei risultati dei motori di ricerca online. Sembrano realtà diverse, ma rispondono tutte a una sorta di "nave madre". Se gli attivisti puntano sulla sensibilizzazione delle masse e sull'indignazione, le organizzazioni anti-AI preferiscono parlare di sicurezza e di prudenza, cercando di insinuare alcuni loro adepti nelle fila di chi può bloccare questo sviluppo.
-
L'energia dell'AI diventa un problema. Quella elettrica può non bastare. Non meraviglia che uno o più think tank cerchino di promuovere fonti alternative. In quest'ottica, un think tank di AI potrebbe occuparsi anche di energia atomica.
-
La bolla speculativa. L'enorme ricchezza generata dalla new economy è diventata new technology. È una ricchezza in larga parte dematerializzata. Significa che fintanto che i mercati (intesi come le Borse valori) sono disposti a proseguire in una fase di crescita, anche se moderata, il sistema tiene; ma se dovesse esserci un crollo (come già accaduto in passato), la bolla speculativa sarebbe travolgente. Una vera e propria spirale, una voragine improvvisa, un buco nero attrattivo e distruttivo. Alcuni commentatori ne parlano, ma raramente sottolineano il fatto che il tracollo avrebbe effetti particolarmente penetranti anche, ad esempio, nel sistema bancario. Significherebbe azzerare alcuni crediti che hanno una fortissima valenza nei bilanci e le cui poste nell'attivo consentono di chiudere i consolidati con cifre basate più su attesi flussi in entrata o "carta contro carta". Il rispetto dei parametri di solidità imposti dagli accordi di Basilea, per esempio, potrebbe saltare. Tutto ciò senza tenere conto dei depositi overnight – un argomento su cui è praticamente vietato scrivere e sul quale è difficilissimo indagare – il cui utilizzo in Europa può essere interpretato come un rifinanziamento last minute, a rotazione e continuo: un rifinanziamento interbancario riservato (con interessi). L'effetto domino provocherebbe importanti credit crunch e bank runs o, più in generale, un banking crash a macchia di leopardo che oggi viene ribattezzato in alcune relazioni banking endgame (con un riferimento a una delle situazioni di inizio millennio in cui la necessità di riformare il sistema bancario gli ha consentito di restare in vita alle medesime condizioni in cui, altrimenti, non avrebbe potuto).
Un think tank che abbia ad oggetto un dialogo su come impostare il futuro attraverso una tecnologia come l'AI non potrebbe mai affrontare argomenti di questo genere a porte aperte. La riservatezza è, e continuerà ad essere, una condizione irrinunciabile.
A questo si aggiunga il fatto che, come ho citato, ci sono ricerche avveniristiche in corso. Si tratta di scoperte che possono radicalmente cambiare il corso della storia. Almeno un think tank, per fare un esempio ipotetico, potrebbe avere in corso degli studi su come rigenerare le cellule del corpo umano, promettendo la longevità. Il loro prodotto, che chiamano "Highlander", si basa sullo studio tramite l'AI dell'epigenetica e persino di alcune specie animali (fra cui una medusa che pare viva nelle profondità oceaniche e che il cambiamento climatico ha portato "a galla", la quale avrebbe una capacità di ibernazione simile ai virus in criptobiosi durante la quale ringiovanisce). Non è uno studio che presuppone di prendere una pillola blu o rossa in chiave Matrix, o di iniettarsi il siero del supersoldato in versione Marvel, ma include invece una serie di trapianti sul corpo del destinatario del ringiovanimento.
Immaginatevi se un prodotto del genere funzionasse. Avremmo una trama degna di un film horror della Blumhouse o del grande Stephen King: un'élite di persone con una sterminata ricchezza vorrebbe continuare a godersela e, per farlo, che cosa sarebbe disposta a fare? Se sono persistenti nel difendere i propri interessi attuali (come è comprensibile), figuriamoci con la prospettiva di una vita lunghissima.
Nel contempo, alcuni movimenti ultracattolici si battono per fermare l'apocalisse AI. Il motivo potrebbe suonare come incredibilmente curioso alla mente di un ateo o di un profano (come pure di chi vive la propria religiosità in modo moderato), ma è riuscito a fare presa: con l'AI si potrebbero "resuscitare" i morti, realizzando così le nefaste previsioni bibliche. Sembra un B-movie uscito da una sceneggiatura delirante, eppure quello che spaventa i rappresentanti di associazioni e movimenti davvero molto influenti in ambito ultracattolico è l'idea che gli avatar delle persone diventino quelli dei cosiddetti "cari estinti". L'idea, cioè, che gli individui possano "collegarsi" tramite un PC o un notebook con avatar identici, nelle forme e nei movimenti, a coloro che hanno amato, i quali sarebbero sempre più realistici e in grado di interagire come in una videochiamata.
Tanti sottovalutano questo genere di sviluppi perché non hanno visto cosa è possibile creare, e quindi giudicano sulla base dell'immaginazione. Sarebbe una via di mezzo tra i metaversi di Upload o Westworld, ma di fatto l'interazione non avverrebbe in un ambiente virtuale, bensì nella realtà: in casa, al lavoro, in un parco o in un bar. Questo finirebbe per mettere in discussione il concetto stesso di mortalità e l'elaborazione della perdita? A parte il fatto che un problema etico esiste senza ombra di dubbio, questo genere di prodotti andrebbe vagliato con molta, anzi moltissima attenzione, per le implicazioni che comporta nella dissociazione e in numerosi aspetti che altererebbero il comportamento umano.
È davvero inimmaginabile che un'agenda dei lavori "fantascientifici" che affronta argomenti del genere sia resa pubblica da un qualunque think tank, o che comporti inviti e presenze come se fosse una fiera di commercianti e venditori, dove si usano i termini "futuro" e "innovazione" per promuovere, alla meglio, un bidet o un cestino interattivi nell'Internet of Things.
Il fatto è che con l'AI si parla davvero di futuro. Ed è un futuro intrigante, per molti versi affascinante, ma anche spaventoso e potenzialmente così diverso da risultare inquietante. Penso che tutti vorrebbero andare almeno una volta nello spazio e sentirsi vicini all'infinito, vedere la Terra come fanno gli astronauti; però il fatto di trovarci "lassù" intimorisce anche. È una condizione estrema, ci mette paura, perché la paura è saggezza di fronte al potenziale pericolo.
Per chi capisce cosa l'AI sia realmente in grado di fare, si verifica lo stesso. Ed è veramente una percentuale minima rispetto a tutti coloro che ne parlano o che si costruiscono una carriera come esperti a vario titolo. Chi viene "toccato" dalle reali capacità dell'AI subisce una rinascita. La sua comprensione di quello che può accadere è a un livello successivo (o magari "sotterraneo", per dirla come nel grandissimo dungeon crawler Carl).
Riflettendo solo su questo, a volte si può concludere che i lavori di un think tank siano a immagine e somiglianza delle principali necessità di coloro che ne fanno parte, i quali cercano di sviluppare i loro interessi e di sopravvivere a se stessi. Un think tank non può essere contemporaneamente interessante, divertente ed efficace. A seconda del periodo e di chi lo organizza, diventa una o, nella migliore delle ipotesi, alcune di queste cose.
Il resto è riservatezza.